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Condannato per l'omicidio del cognato nel 1991: «Una vendetta, incastrato dal dna sul berretto»

Ernesto Fiumicello cognato della vittima condannato a 9 anni per l’omicidio di Francesco Della Volpe, ucciso il 30 giugno 1991 nel bosco di Casagiustri tra Cecina e Montescudaio

A distanza di 29 anni nuova svolta sull’omicidio di Francesco Della Volpe, ucciso a martellate nel bosco di Casagiustri tra Cecina e Montescudaio 

LIVORNO. La verità, chiusa tra ombre, omissioni e un codice d’onore segreto, ci ha messo ventinove anni per uscire dalla macchia di Casagiustri, vialetto di terra, alberi e ciottoli che corre parallelo alla provinciale che da Cecina arriva a Montescudaio.

Qui, nel pomeriggio del primo luglio 1991, lunedì di un altro mondo, una pattuglia dei carabinieri si ferma per controllare una Golf Volkswagen verde parcheggiata col portabagagli aperto e le chiavi ancora nel cruscotto. Quando i militari scendono trovano poco distante dall’auto, dentro un fosso, il cadavere di Francesco Della Volpe, muratore di 45 anni, originario di Aversa: due figli e una separazione in corso perché la moglie è esasperata dalla continue violenze domestiche del marito, tanto da denunciarlo più volte. A ucciderlo – dirà l’autopsia – una serie di martellate, forse una ventina, che gli fracassarono il cranio. Ma non solo, perché gli assassini – è la ricostruzione – passarono con l’auto sul cadavere fratturandogli le costole.


Che si trattasse di una vendetta, quasi sicuramente nata e organizzata in ambito familiare fu chiaro dal primo istante, anche se vennero battute anche le piste dei debiti e del movente sessuale. Ma l’inchiesta di allora, dove venne indagata anche la moglie come mandante dell’omicidio, non arrivò da nessuna parte. Solo oggi, in seguito all’inchiesta bis della procura di Livorno e quattro processi, per quel delitto c’è un colpevole: Ernesto Fiumicello, 65 anni, allora «primo cognato» della vittima, marito della sorella più grande della moglie e dunque, nel codice d’onore, la persona che «doveva vendicare gli abusi». L’unico della famiglia – ricordano i testimoni – che «non varcò la soglia della chiesa il giorno del funerale». Il dipendente dell’Asl di Firenze, nato a Trentola Ducenta, provincia di Caserta, e ora residente nel casentino dove vive con la nuova compagna, è stato condannato a nove anni di carcere dalla corte d’Assise d’Appello di Firenze (la procura generale ne aveva chiesti 16) per omicidio volontario dopo che i giudici hanno riascoltato i periti e alcuni testimoni. «Andremo in Cassazione», ripete il difensore ricordando che in primo grado – siamo nel novembre 2016 – Fiumicello era stato assolto per insufficienza di prove, mentre la posizione della moglie della vittima era stata nuovamente archiviata.

L’inchiesta bis

Per ricostruire uno dei gialli che hanno segnato la provincia livornese è necessario tornare al gennaio 2013 quando il fascicolo, a distanza di 22 anni, viene ripreso in mano dai pubblici ministeri Alessandro Crini, oggi procuratore capo a Pisa, e Fiorenza Marrara. I reperti trovati sul luogo del delitto: un berretto giallo e bianco da lavoro e tre guanti di plastica vengono spediti al laboratorio di genetica forense dell’istituto di medicina legale dell’università di Pisa. Da questi la dottoressa Isabella Spinetti riesce a isolare due profili di dna: “Ignoto 1” e “Ignoto 2”.

Intanto i carabinieri del nucleo investigativo con i colleghi di Cecina riascoltano decine di testimoni, ricostruiscono la notte del 30 giugno 1991, quando Della Volpe viene attirato nel bosco con un tranello.

Gli investigatori raccolgono anche un ricordo della sorella della vittima che ha il sapore di un testamento: «Mamma – confida Rosa Fiumicello ai militari il 26 febbraio 2013 – in punto di morte disse che se a uccidere Francesco fosse stata la moglie andava perdonata...». E spunta un’intercettazione tra la moglie della vittima e la sorella, in cui la seconda spiega che quella «notte dovevano dargli solo una lezione». Ma soprattutto gli inquirenti sottopongono una ventina di persone al tampone dal quale estrapolano altrettanti dna. «È comparando i profili genetici dei sospettati con “Ignoto 1” e “Ignoto 2” – si legge negli atti ricostruendo il puzzle – che è stata trovata una corrispondenza con la sequenza genetica di Fiumicello», che all’inizio degli anni Novanta – lo dice lo stesso imputato – era spesso a Cecina per aiutare il cognato in alcuni lavori edili. La conferma che il dna del cognato sia lo stesso di uno degli assassini – l’altro è rimasto senza nome – lo dicono anche le analisi dei Ris di Roma che riescono anche a collocare il decesso tra le 20 e le 24.

L’arresto e l’intercettazione

È l’alba del 30 giugno 2015, esattamente ventiquattro anni dopo il delitto, quando come se si trattasse dell’intreccio di un romanzo, i carabinieri si presentano nella piccola frazione di Ronta, nel comune di Borgo San Lorenzo, e arrestano Fiumicello che nonostante gli indizi continua a dirsi innocente. «Quegli abiti li usavo quando venivo in Toscana, ma non ho ucciso io mio cognato», ripete davanti al giudice durate l’interrogatorio di garanzia.

I militari, oltre a notificargli l’ordinanza sistemano anche delle microspie nell’appartamento. È proprio durante una delle conversazioni con la compagna che il sessantacinquenne si lascia sfuggire una frase che per la Procura ha il sapore della confessione: «Mi avessero fregato...100, 200, 300, no sono stato fregato in altre cose... perché prima di 24 anni fa c’avevo una certa testa, ora ho una altra testa e a me mi hanno fregato con un’altra testa, non quella di oggi. È così che mi trovo i carabinieri in casa e non vado a lavoro...». Perché il passato è un tempo che non si cancella, tanto più se sopra è rimasta impressa una macchia nel bosco lunga 29 anni. –