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I due mesi di terrore a Malattie infettive, Spartaco Sani: «Quel 54enne mi torna sempre in mente»

Livorno, il primario racconta la lotta di medici e infermieri: «Mai vista una cosa così, ci portiamo dentro le facce di tutti i morti. Se Michele Sarno fosse arrivato qualche settimana dopo si sarebbe salvato, chi ha sperimentato i nuovi farmaci è vivo»

LIVORNO. «È stata un’esperienza terrificante. Nessuno di noi aveva mai vissuto una cosa del genere. Vedere persone ricoverate qui, costrette a morire senza il conforto di un figlio, di una moglie, di un familiare, è stato qualcosa che ci ha turbato l’anima. Le loro facce, le loro storie ce le porteremo dentro per sempre».

Spartaco Sani, primario di Malattie Infettive, è un uomo segnato. Sono passati 75 giorni dal 2 marzo, il lunedì in cui fu ricoverato Stefano Cavero, paziente numero 1, morto dopo tre settimane di lotta in terapia intensiva. Da allora, nelle camere del 9° padiglione, dell’11°, del 2°, del 15°, del 10°, sono passate alcune centinaia di pazienti infettati, livornesi ma anche provenienti da altre province toscane.


Da allora Sani non è quasi mai tornato a casa sua, a Empoli. “Dorme in ospedale”, raccontavano nei giorni più difficili dell’emergenza i suoi colleghi. Giorno e notte in reparto, a guidare una battaglia titanica contro il virus, il primario si è appoggiato per alcune settimane in una mansarda con bagno che gli ha messo a disposizione un amico, medico dell’ospedale. «Ho ripreso da poco a tornare a Empoli», confida. «Qualche volta ho fatto una toccata e fuga, un saluto sulla porta e via».

Ha avuto paura?

«È stata una cosa al di fuori di ogni aspettativa, questa è una malattia molto severa, grave. È stato impegnativo anche dal punto di vista emotivo, anche la consapevolezza che la malattia poteva prenderci...».

Tanti suoi colleghi sono stati contagiati, il suo braccio destro è stato sottoposto a respirazione assistita. Come sta adesso?

«Si è sentito male il giorno in cui è risultato positivo allo screening. Aveva disturbi respiratori. È stato ricoverato. Ora sta bene, per fortuna».

Gli striscioni fuori dall’ospedale, le testimonianze d’affetto verso di lei, i suoi colleghi infettivologi, i rianimatori, gli infermieri in prima linea: che ruolo ha giocato questo affetto?

«Sono state settimane veramente complicate, il personale ha dato una risposta che mi ha colpito, nessuno si è tirato indietro. Ero in difficoltà: ho avvertito la stima della popolazione, la fiducia che i livornesi avevano in noi e questo mi ha dato una responsabilità doppia. Mi sento di poter dire che a livello di coscienza personale non ho alcun rammarico».

C’è una storia che le è rimasta dentro?

«Tutte le morti ti colpiscono allo stesso modo. Ma una mi è rimasta particolarmente impressa: quella del giovane Michele Sarno (l’ingegnere dell’impresa edile Abate, morto a 54 anni il 18 marzo dopo dieci giorni di malattia, ndr). Sono convinto che se fosse giunto qualche settimana dopo si sarebbe salvato».

Perché?

«Era giovane, ha avuto una forma severa, iper agressiva. Abbiamo iniziato il Tocilizumab, ha risposto ai trattamenti. Ma il virus gli era esploso rapidamente ed è peggiorato in maniera molto veloce e irreversibile. Il fatto è che nei primi 20 giorni di marzo avevamo grandi difficoltà a capire come muoverci. E allo stesso tempo abbiamo avuto un’ondata di malati severi. Ne sono arrivati tanti, tutti insieme. Se arrivano 80 ricoveri al giorno come in Lombardia, è impensabile gestirli tutti, uno alla volta è un’altra cosa. Dove c’è stata alta mortalità, è dovuto al grosso impegno a carico dell’ospedale».

Perché qualche settimana dopo pensa che Sarno si sarebbe potuto salvare?

«Un rammarico che ho è legato all’uso del cortisone: c’era la convinzione che non funzionasse e fosse addirittura dannoso. Successivamente abbiamo deciso di fare terapie cortisoniche e abbiamo avuto vantaggi: usato con dosaggi giusti può aiutare».

Da fine marzo avete iniziato a sperimentare un farmaco ematologico per inibire l’infiammazione creata dal virus. Avrebbe potuto essere usato su Sarno e su altri pazienti?

«Tutti i farmaci che hanno un effetto anti-citochine, come quello sperimentato a Livorno, hanno dato risposte estremamente positive: tutti i pazienti a cui l’abbiamo somministrato, sono usciti dall'ospedale, qualcuno dalla Rianimazione. Credo che i farmaci anti-citochine, quello sperimentato da noi ma anche altri usati altrove, rappresentino una prospettiva seria nel trattamento. Magari fossero arrivati prima...».

Dal paziente numero 1 a oggi le terapie sono cambiate completamente.

«All'inizio non avevamo certezza di quel che si faceva: seguivamo naturalmente le indicazioni dei centri di riferimento, lo Spallanzani, l’ospedale Sacco, ci siamo coordinati con le strutture nazionali. Ricordate? Le prime cure erano incentrate sui farmaci antivirali, quelli per l’Hiv in particolare, che però non funzionavano e davano effetti collaterali e infatti sono state abbandonate».

Più volte è sembrato che fosse stata scoperta la terapia giusta ma poi la speranza è sempre decaduta.

«C'è molto protagonismo sulle terapie. L'unica cosa che si è capito finora è questa: la malattia ha una fase iniziale in cui avviene l'innesto del virus. In questa fase tantissimi contagiati sono asintomatici, mentre una parte ha febbre, tosse, malesseri che durano diversi giorni a cui si associano i famosi sintomi dell'olfatto perché probabilmente c'è un interessamento anche di tipo centrale. Questa è la fase in cui se la clorochina (farmaco utilizzato nel trattamento della malaria che sta dando importanti esiti contro il virus, ndr) non funziona, non abbiamo nessuna arma poiché gli studi fatti sugli antivirali per l’Hiv, come dicevo, non hanno dato buoni risultati e oltretutto sono farmaci che in ambito domiciliare si gestiscono male. Va detto però che nell'80% dei casi la malattia si esaurisce in questa prima fase virale, da sola».

E nell’altro 20%?

«Un altro 20% dei contagiati arriva alla seconda fase della malattia. Purtroppo all'inizio i casi che abbiamo visto erano tutti così. In questa seconda fase, quando esplode la polmonite, ciò che conta non è tanto l'azione diretta del virus ma il fatto che l'ospite, cioè l'organismo, reagisca con una risposta infiammatoria anomala, strana - in cui si producono una serie di sostanze, di mediatori dell'infiammazione che si chiamano citochine -, che in alcuni casi è particolarmente aggressiva. I contagiati che stanno male hanno una risposta infiammatoria enorme, spropositata, al virus. Ecco, in questa fase trattare il virus serve a poco: il meccanismo ormai è partito, bisogna trattare l’infiammazione».

Dunque a cosa bisogna puntare dal punto di vista farmacologico?

«Bisognerebbe trovare un antivirale che blocchi la prima fase e impedisca al paziente positivo di entrare nella seconda. Una volta che un paziente è nella seconda fase con gli antivirali si fa poco, servono farmaci che impediscano l’evoluzione critica dell’infezione: alcuni, come quello sperimentato a Livorno, stanno dando risultati positivi».

Dei passi avanti nel trattamento della malattia dunque sono stati fatti...

«Il problema è che l'ondata iniziale è stata tutta di malati molto compromessi, che stavano male. Per fortuna a un certo punto della storia si è capito meglio come ci si poteva muovere. Nonostante non ci siano terapie che oggi abbiano una validazione scientifica certa, qualche cosa ha funzionato, l'abbiamo verificato tutti. Se venissero altre ondate, sapremo muoverci meglio, non con una terapia ma con una strategia terapeutica».

Lei teme che arriverà una nuova ondata?

«Per quanto riguarda Livorno, sulla carta, il fatto di aver avuto non tantissimi casi mi farebbe pensare che il rischio sia abbastanza ridotto. Ma la temo, soprattutto temo la riapertura tra le regioni: ci sono posti come Lombardia e Piemonte dove la situazione è ancora impegnativa, bisognerebbe rifletterci bene, stare attenti. Un altro elemento di preoccupazione è la riapertura delle scuole: i bambini sono poco interessati dalla malattia, sono spesso asintomatici perché i meccanismi di immunità non sono maturi, ma possono essere diffusori del contagio».

Perché a Livorno l’impatto del Covid è stato tanto più basso rispetto al resto del centro nord e ai territori limitrofi toscani?

«Io ho un’idea precisa, la dico brutalmente: qui c'è stata tanta crisi economica negli anni passati, checché se ne dica i livornesi vanno poco a giro per il mondo perché hanno pochi soldi. Penso che questo sia stato un fattore protettivo ampio. Allo stesso tempo Livorno non è una città così turistica: per me è bellissima ed è incomprensibile che non sia attrattiva, ma evidentemente gente da fuori ne viene poca e questo ci ha tutelati. Guardate cosa è successo in Toscana: è stata devastata l'area di Massa, Pontremoli, Fivizzano perché hanno storicamente legami con l’Emilia, con Parma, sia economici che sociali. Un’altra zona dove il Covid si è diffuso enormemente è la Versilia che è un posto turistico: qui sono venuti dal nord, anche da Codogno, nelle seconde case. Cecina è un altro esempio: c'è stato un nutrito gruppo di persone positive e anche lì la presenza di seconde case è stata determinante».

Il rispetto del distanziamento che ruolo ha giocato?

«Determinante. In tutte le situazioni c'è stato un ingresso della malattia dall'alto: Stefano Cavero ad esempio era stato a Bologna. Per fortuna l’arrivo del virus a Livorno ha coinciso con l'inizio delle misure di contenimento, con le chiusure. Ricordate? Era la prima settimana di marzo: aver bloccato tutto in quel momento è stato significativo. Sono convinto che se si fosse cominciato una paio di settimane prima, a Livorno avremmo avuto ancora meno casi».

Dal 4 maggio il lockdown ha iniziato ad attenuarsi: come valuta questa prima parte della fase 2?

«È presto per dire se la riapertura ha creato una ripartenza dei contagi, bisognerà aspettare fine mese».

Quanti ricoverati con Covid ci sono oggi in ospedale?

«Otto».

Come stanno?

«Sono persone per la maggiorparte in buone condizioni: alcune erano messe male in partenza con situazioni preesistenti, ma problematiche legate al Covid non ne abbiamo».

L’onda quando ha iniziare a rallentare?

«Dalle seconda metà di aprile i casi si sono altamente ridotti, di fatto la prima ondata si è esaurita: faccio gli scongiuri, ma sono giorni che non registriamo nuovi ingressi in ospedale»

La Terapia Intensiva com’è messa?

«È vuota: la Rianimazione Covid non ha alcun ricoverato, la Rianimazione al 15° padiglione è stata riaperta completamente al suo compito normale, le due ali adesso sono entrambe dedicate a pazienti non Covid. Sono state lasciate due stanze a pressione negativa dove può capitare che vengano portati pazienti sospetti: perché va fatta ancora una grossa attenzione su questo aspetto dei contagi».

E gli altri reparti che erano stati riconvertiti al Covid?

«L’area Covid al 9° padiglione, a Malattie Infettive, è durata fino al 21 aprile. Il reparto è stato sanificato e riaperto alla sua normale funzione pur con tutte le metodiche del distanziamento: avevamo 11 stanze con 2 posti, ora occupiamo 11 stanze come singole. Ma si spera che nell'arco di qualche settimana si possa riaprire in maniera corretta, ovviamente con tutte le regole che devono essere seguite a partire dal fatto che chi entra in ospedale deve fare un tampone prima di essere ricoverato e che debbano esserci percorsi differenziati per situazioni sospette».

E al 2° padiglione?

«L’area Covid era al 1° e al 2° piano. La Rianimazione al secondo primo è rimasta lì, pronta per eventuali necessità. Sempre al primo piano restano aperte le cure intermedie Covid, per pazienti che non possono essere mandati a casa ma sono clinicamente guariti».

L’ospedale è pronto per un’eventuale ripartenza del virus?

«Sì. Ora ci sono due piani del 2° padiglione, l'intenzione è spostare tutto al secondo primo, avere un unico piano in cui c'è tutto, con pochissimi malati. Poi in futuro andrà pensato qualcosa di diverso: l'Asl, sulla base delle indicazioni della Regione, dovrà dire se ci saranno ospedali dedicati solo al Covid. Credo che in un presidio come Livorno che ha un reparto di Malattie infettive sia altamente probabile che qualcosa di Covid rimanga sistematicamente, magari anche vuoto».