Scappano dal ristorante senza pagare la cena, ma lasciano lì un ragazzo di 17 anni

Il bistrò "In Gattata" di via Magenta, a Livorno

Livorno: il minorenne è stato riportato a casa dalla polizia e denunciato insieme agli adulti. Rubato il cellulare di una cameriera

LIVORNO. Si sono finti una normale famiglia. Padre, madre e figlio. Tutti di buona forchetta, visto che al ristorante “In Gattaia” di via Magenta hanno ordinato i piatti più costosi del menu, senza badare a spese. Straccetti con limone, rucola e grana, culatello, uova di quaglia e tris di contorni. Scegliendo accuratamente i due vini rossi che si abbinavano meglio e – alla fine – come non poteva mancare un buon amaro? Ma che uno, nove: tre a testa. Ha bevuto pure il “figlio”, un ragazzino di 17 anni, che probabilmente a fine cena era pure ubriaco.

Hanno trascorso parecchio tempo a mangiare, bere, scherzare e ridere. Fra le 22 e la mezzanotte di martedì, quando erano attesi alla cassa per saldare il conto, nel frattempo lievitato a 81,50 euro. Ma è lì che sono iniziati i problemi. La prima carta di credito non va. «Per tre volte ha rifiutato la transazione», commenta la titolare del locale, Martina Del Vivo. Nessun problema. C’è la seconda. È una vecchia tessera magnetica. Difficile funzioni, ma si prova. «Stesso esito», commenta la ristoratrice. Contanti non ne hanno. «Andiamo prelevare, torniamo subito...». «No – obietta lei – resta tu qui, così aspetti il tuo compagno». Lei reagisce con rabbia: «Ma credi che io sia una ladra? Io lo accompagno, è buio. Vi lasciamo nostro figlio». Poi scompaiono.

Passano i minuti. In via Magenta non torna più nessuno. È mezzanotte e mezza. Nel frattempo il “figlio” – un diciassettenne che, si scoprirà, con quei due non ha alcun legame di parentela – aiuta pure i camerieri a mettere apposto i tavoli. Una di loro, nel frattempo, si accorge che le manca il cellulare. «Glielo hanno rubato dopo che aveva calcolato quanto veniva a testa la cena – rivela Del Vivo – e questa è la cosa che mi dispiace di più. Degli 80 euro non me ne frega niente, pazienza. Ma lei in quel telefonino aveva le foto della figlia appena nata, dentro ci sono ricordi che vanno ben oltre il valore di un semplice smartphone Huawei, comunque costoso».

A questo punto, dal bistrò, parte la chiamata al 113. Sul posto, in pochissimi minuti, arrivano tre volanti dell’Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico della polizia di Stato, guidato dal commissario capo Claudio Cappelli. Gli agenti giungono immediatamente e mentre una pattuglia si mette alla ricerca dei due fuggitivi, mai trovati, gli altri portano in macchina il diciassettenne che ammetterà di non essere affatto il figlio della coppia di 39 e 36 anni, comunque identificata e denunciata per insolvenza fraudolenta (stesso reato per cui è indagato il ragazzo) e furto.

«Hanno interrogato il ragazzino – sottolinea Del Vivo – e lui inizialmente ha detto di essere il loro nipote, poi il nipote acquisito. Lo ha ripetuto anche a noi. Infine, non si sa se dicendo ancora una bugia, ha raccontato di averli conosciuti qualche ora prima e di aver accettato 10 euro in cambio di recitare la parte del figliolo. Ha finto benissimo».

I due fuggitivi, in pratica, hanno lasciato “in garanzia” il diciassettenne per potersi liberamente allontanare dal ristorante con la scusa di andare a prelevare. Naturalmente, allo sportello della banca, non si sono mai presentati. Anche perché le tessere erano vuote o smagnetizzate. I poliziotti, dopo aver capito chi potessero essere i due commensali insolventi, sono andati a cercarli a casa, senza trovarli. «Purtroppo io non li conoscevo – prosegue Del Vivo – altrimenti avrei evitato di farli mangiare. Si sono presentati verso le 21.50 e stavamo chiudendo la cucina. Avevo detto alle cameriere di non farli sedere, ma ci siamo capite male e quando sono andata in sala erano già al tavolo. Così li ho fatti ordinare».

Poi la sorpresa, amara, del conto non pagato. E la fuga con il ragazzino di 17 anni lasciato lì “in garanzia”. Una scena simile a quella de “I Laureati” di Leonardo Pieraccioni, in cui però i commensali sono finiti tutti denunciati. I finti genitori per furto e insolvenza fraudolenta e il falso figlio solo per quest’ultimo reato. —