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Livorno, nel teatro San Marco senza tetto né palchi 99 anni fa i primi vagiti del Pci

21 gennaio 1921: una data-chiave che ha contrassegnato la storia  delle mille differenti anime della sinistra (e della nostra città) 

LIVORNO. No, «la rivoluzione non è un pranzo di gala». Se ne accorgono appena mettono piede al teatro San Marco gli scissionisti che lasciano il congresso del Partito socialista al teatro Goldoni per andare a fondare il Partito comunista d’Italia: è un venerdì di 99 anni fa esatti esatti, eccoli che cantano l’Internazionale “impacchettati” da due ali di guardie regie e di carabinieri ma anche seguiti da un gruppo di operai scesi dal loggione del teatro ottocentesco trasformato in una bolgia. Magari stanno meglio di quei povericristi di contadini cinesi dello Hunan quando Mao Ze Dong mette nero su bianco la celebre frase, ma come ricorderà quasi mezzo secolo più tardi ricorderà Umberto Terracini, comunista inquieto e controcorrente, fondatore del Pci e “padre” costituente (ma anche senatore eletto nel collegio di Livorno per 15 anni filati dal ’72) quel teatro è allo sfacelo: non c’erano né sedie né panche per mettersi seduti («i delegati dovettero restare per ore e ore ritti in piedi»). Bastasse quello: intorno al boccascena un ammasso di drappeggi «sbrindellati e sudici», il tetto era un groviera per via delle troppe travi crollate e veniva giù una pioggia che infradiciava tutto. Insomma, – spiegava divertito l’illustre decano dei senatori – era «cosa ben strana», quasi una gag da teatro dell’assurdo quell’immagine di una folla in piedi all’interno di un teatro e tutti con gli ombrelli aperti.

Teatro fatiscente


Ma era l’insieme della struttura a essere fatiscente. Il resto dei palchetti e della platea non se la cavava granché meglio: gran parte delle finestre non avevano più i vetri, a parecchi palchi mancava il parapetto e anche il pavimento era un disastro fra poggi in cui si rischiava di inciampare e buche trasformate in pozzanghere. Non rimaneva granché del magnifico luogo di spettacolo creato agli inizi dell’Ottocento dall’architetto Luigi Gragnani e indicato dalle guide di allora - quella di Pietro Volpi, ad esempio - come «uno dei più grandi teatri d’Italia e senza dubbio il più armonioso».

Così come nella prima metà del Novecento siamo stati la “mecca” dei cinematografi, nell'Ottocento il cuore di Livorno batte sulle scene teatrali: prima al teatro degli Avvalorati (nato come Armeno) nei pressi della Fortezza Nuova, il Rossini non lontano dal Mercato e lì vicino il Politeama e il teatro all'aperto di San Cosimo, il Giardinetto alle spalle della Camera di Commercio, gli Operosi a Montenero, oltre al teatrino ligneo nella zona della “voltina” di via Pellettier, senza contare l'Arena degli Acquedotti lungo la passeggiata verso la stazione (viale Carducci) e in zona Borgo l'Arena Garibaldi (denominazione poi ripresa dallo stadio pisano...). Il teatro San Marco in realtà si chiamava “Regio Teatro Carlo Ludovico”, poi è stato intitolato all'Accademia dei Floridi perché gli affari sono finiti a ramengo ben presto, si è tentato il rilancio con un susseguirsi di nuove proprietà finché durante la Grande Guerra risulterà ridotto a nient’altro che magazzino di materiali dell'esercito. A distanza di decenni, sarà facile cullare il rimpianto di qualcosa che non si era visto: il teatro era stato devastato dai bombardamenti. Anziché ricostruirlo come teatro, il Comune lo trasformerà in asilo.

Gramsci e gli altri

Quanta distanza fra Gramsci («ogni movimento rivoluzionario è romantico per definizione») e Stalin («non si fa la rivoluzione indossando i guanti di seta»): l’avremmo scoperto in seguito, anche se il dirigente comunista sardo l’aveva chiaro fin da subito. Ma i guanti di seta non li aveva uno che fosse uno in quel marasma al teatro San Marco con le tessere da timbrare con il simbolo falce & martello: neanche quel Terracini che pure veniva da una famiglia di borghesia benestante decaduta, tant’è che la stampa locale l’aveva ribattezzato «l’avvocatino milionario». In effetti, giurano gli storici di casa Pci come Paolo Spriano la selezione all’ingresso era stata marcatamente di classe: lo attesta l’identikit dei militanti della prima ora. D’altronde, Amadeo Bordiga, segretario degli esordi, era un ingegnere mentre un intellettuale complicato e tutt’altro che populista come Antonio Gramsci sembra rimanere ai margini dell’incandescente duello verbale che anima le giornate del congresso socialista. Tace al congresso, e invece di ammorbidire le tensioni questo basta per alimentare la qualunque contro di lui: gli imputano strizzate d’occhio a Mussolini e all’interventismo, ne delegittimano il ruolo di dirigente.

Il clima all'interno del Goldoni è talmente infuocato che, mentre l'esito scissionista sembra deciso fin quasi dall'inizio, si susseguono episodi quantomeno singolari. Come quando Bombacci sguaina una rivoltella, si dirà poi solo per mostrarla a chi come Vacirca aveva parlato di "rivoluzionari da temperino" tirando fuori dalla tasca un temperino a mo' di sfida.

Cronaca e cronache

Nel frattempo, la cronaca non si ferma anche se i quotidiani antenati del Tirreno, Il Telegrafo e La Gazzetta Livornese, dedicavano quasi la metà del loro spazio di stampa ogni giorno al congresso-clou. C’è l’episodio del fascista Dino Leoni, ucciso a Cecina pochi giori dopo il congresso Psi durante gli scontri dopo la rimozione della lapide sulla Grande Guerra. C’è l’attentato alla caserma dei carabinieri nel cuore del centro «alle ore 1,30 dell'altra notte» grazie a «Giuseppe Gatti di Giovanni, di anni 24, abitante in via Vivoli n. 5», che «si soffermava qualche istante presso l'orinatoio in via Santa Barbara»: vedeva una fiaccoletta nel muro e, accorgendosi che era la miccia di un esplosivo, «con alcuni calci ben assestati la spense calpestandola». C’erano il «dramma della malavita in via Remota: una orizzontale rumena accoltellata dal suo sfruttatore» e il mistero di Anatrella Luigi, «notissimo spedizioniere» e campione di canottaggio, «soprannome Gigione, cuore aperto e leale», che era sparito dalla circolazione. C’era la dolce vita dei nostri trisnonni: al salone Margherita «oggi a richiesta ripresa della meravigliosa cinematografia “Mea Culpa”»…

E’ stato solo per caso che Livorno si è trovata a questo crocevia della storia? Un po’ sì ma parecchio no. Un po’ sì: il congresso socialista avrebbe dovuto tenersi altrove, ma il tourbillon delle violenze fasciste avevano fatto dirottare l’organizzazione su Livorno, ritenuta più sicura, anche per la presenza della giunta rossa del sindaco Mondolfi, con il filo-comunista Ilio Barontini assessore. Parecchio no: perché c’è un filo rosso che mette in fila la ribellione agli austriaci (con Enrico Bartelloni nel maggio 1849), la tradizione garibaldina (siamo la seconda città d’Italia per numero di combattenti), la fondazione del principale sindacato di categoria, la Fiom dei metalmeccanici (nel giugno 1901 alla Fratellanza artigiana, quartier generale storico della massoneria labronica), il congresso Cgil a Livorno poche settimane dopo la scissione.

Il voto congressuale

È curioso, però, che la città simbolo del Pci sia risultata, dal voto congressuale, poco comunista: la Gazzetta Livornese parla di 298 preferenze per i comunisti, 772 per gli unitari e 89 per i concentrazionisti. In tutta la Toscana solo Grosseto ha visto per il fronte comunista un livello di consensi più basso che a Livorno.

L’anonimo cronista della Gazzetta gongola con passione tutta provinciale per l’afflusso di tanti leader e plaude all’on. Bacci che chiude i lavori ringraziando l’ospitalità della città. Difficile però che si sia accorto di come avrebbero potuto esser lette in tutto il secolo successivo di storia della sinistra italiana le sue parole: «Livorno ha dato di sé in questi giorni uno spettacolo che non potrà essere dimenticato tanto presto».