Il "custode" delle delle Tre teste di Modì: «Tenute in un ufficio come un tesoro»

Alla presentazione del libro di Maurizio Bellandi una nuova testimonianza Giuseppe Lo Porto racconta: «Lavoravo nella carrozzeria dove erano custodite»

LIVORNO. La colorata galleria d’arte ‘Uovo alla Pop’, è gremita in ogni ordine di posti, per la presentazione del libro ‘Le pietre d’inciampo’, di Maurizio Bellandi. È qui che venerdì 13 dicembre ha parlato Giuseppe Lo Porto e mette un altro tassello sulla complicata vicenda delle “Tre teste” chiuse dentro un caveau di una banca e che i proprietari sostengono che siano state scolpite da Amedeo Modigliani (e non gettate nei fossi). Giuseppe Lo Porto, a 15 anni, visse l’esperienza diretta. «Erano gli anni Sessanta - ha raccontato nella sala piena -, ed in via Fagiuoli, dove ora c’è un negozio cinese, c’era l’officina di Piero Carboni. Ricordo che in ufficio aveva delle teste scolpite e diceva spesso che avrebbe voluto venderle in quanto realizzate da un artista famoso. Mi rammento benissimo che sperava di piazzarle a qualcuno, perché ,diceva, che in quel modo sarebbe diventato un uomo ricco. Sono passati tanti anni, ma , data l’importanza delle tre opere d’arte, mi sento emozionato al solo pensiero di averle vedute».

Ma torniamo al libro, un lavoro di studio, approfondimento e ricerca, corredato da pareri, lettere, fotografie, documentazione inedita, sulla vicenda delle tre sculture attribuite ad Amedeo Modigliani, che da tempo ‘riposano’ nell’oscurità di una banca.


Bellandi, l’autore, è il nipote di Piero Carboni, colui che negli anni dello sfollamento, grazie ad un tesserino che attestava la chiamata per la visita militare, riuscì ad entrare nella ‘zona nera’, e tra le macerie degli Scali olandesi, ebbe la forza di recuperare le tre sculture, che Roberto Simoncini (Solicchio) gli aveva mostrato nel 1932. Quelle tre teste, al Simoncini, questa è la tesi di Maurizio Bellandi, le aveva lasciate un ‘grande artista’: correva l’anno 1909, e a Livorno in quel periodo scolpiva Amedeo Modigliani. Carboni , che poi fece il carrozziere di professione, dopo aver parcheggiato le sculture qualche tempo dalla zia, le recuperò portandole sempre con se. Nel libro di Bellandi, c’è la possibilità di leggere la versione del diario del nonno.

A coordinare la serata, il professor Pardo Fornaciari, che oltre a introdurre le tematiche, ha svelato alcune chicche di grande interesse. Un puzzle che si arricchisce giorno dopo giorno tra cui la testimonianza di Giuseppe Lo Porto . Ospite d'onore è stato Carlo Pepi. «Io non sono un bastian contrario per definizione -afferma -, anzi, quando le cose sono fatte bene sono il primo a riconoscerlo. Così , quando Carboni mi fece vedere la prima scultura, danneggiata, mi accorsi che , rimasta a lungo sotto le macerie, era mancante in alcune parti. Essendo l’affare colossale, me la feci prestare, perchè volevo ricomporla, potendo in quel modo fornire un giudizio perfetto. Una volta terminato il lavoro (con la creta), mi accorsi che la scultura era senza ombra di dubbio autentica».

E prosegue: «Qualche giorno dopo mi fecero vedere le altre due: meravigliosi capolavori. E avendo titolo di farlo, per concessione della figlia di Amedeo Modigliani, e quale membro degli archivi legali, le autenticai». A quel punto scoppiò un vespaio che conduce verso un lungo processo, dal quale tutti vengono assolti. «Una volta vinto il processo ci sarebbe stata la possibilità che il giudice potesse autenticarle - va avanti - ma per problemi tra gli eredi (le tre famiglie Saracino, Carboni e Simoncini) l’occasione fu perduta». Il caso è ancora aperto, l’obiettivo comune (per eredi ed istituzioni) sarebbe quello di metterle in mostra. «Assolutamente - chiosa Maurizio Bellandi - ma dopo la chiusura dell’evento al museo della città».