Sopravvissuto all'alluvione: «Il muro di casa spazzato via dal fango, noi costretti a scoprire una nuova fraternità»

Livorno, Roberta Petta racconta quanto sono cambiati i rapporti fra la gente a Salviano: con i “bimbi motosi” smettiamo di essere solo spettatori  

LIVORNO. «Mai nessuno potrebbe augurarsi di vedersi piombare sull’esistenza quest’apocalisse di fango. E nemmeno che il dimenticatoio inghiotta tutto quanto c’è da fare su come costruire senza violentare la natura e su quali sono le responsabilità. Ma, a due anni di distanza, penso che possiamo avere la forza di guardare con occhi nuovi quel che ci è capitato: come persone, come famiglie, come collettività. Ad esempio, accorgendosi dello straordinario tesoro di solidarietà che questa storia ci ha obbligato a tirar fuori da noi stessi». Roberta Petta non parla per sentito dire: è sull’uscio della casa in cui è cresciuta e in cui continuano ad abitare babbo Vincenzo e mamma Pina, a Salviano, a un palmo da dove quella “malanotte” di settembre il rio Maggiore, da rigagnolo che era sempre stato, in un istante si fece oceano di mota.

«L’acqua era entrata dovunque. Mia sorella e mia nipote, allora aveva otto anni, ce l’hanno fatta a salvarsi perché sono sbucate dalla finestra al primo piano: dovevano salire su quel terrazzino lassù e sperare che quell’onda buia non ci arrivasse. Figurarsi che là sotto avevamo preparato ogni cosa per la festa dell’indomani: la bimba doveva fare la prima comunione nella chiesa della Valle Benedetta, non stava più nella pelle».


Avvisaglie di qualcosa del genere? Roberta dev’essere una tipa sorridente ma stavolta no: «Era capitato che il rio si gonfiasse e si allagasse lo scantinato. Così però mai. Anche perché qui dietro, neanche 50 metri di distanza, era stata realizzata la cassa di espansione che sapevamo avrebbe assorbito una eventuale onda di piena. Poi l’onda è arrivata e qui da noi ha scaraventato via il muro come se l’avessero fatto di grissini. Me lo ricordo ancora mio padre che in mezzo a quell’incubo si preoccupava dei suoi pomodori».

Eppure non è così strampalato: qui la campagna non è più campagna e la città non è ancora città ma l’una e l’altra si mescolano in una babele di palazzine e orti, e i pomodori non sono piante ma “casa”. Di fronte al muro che viene giù non puoi sentirti che fragile: o resti terrorizzato con il fucile in mano a sparare a vista o ti rendi conto che «quel muro che non c’è più ti ha costretto a spalancarti ai rapporti umani», dice lei, che ha casa a Nibbiaia ma qui nella casa in cui è diventata adulta viene spesso perché “telelavora” in campo informatico.

«Fino a quel giorno le relazioni con i vicini di casa cos’erano se non buongiorno e buonasera? Tutt’al più guardinghe, mettendo il broncio per un barbecue che ti porta in casa l’odor di salsiccia altrui. Invece no: è proprio nel mezzo al bisogno che si scopre una fraternità nuova. Non sei a far volontariato e poi chiudi la porta e l’attenzione perché avrai il buon diritto di startene in pace al riparo del tuo tran tran: al contrario, ci si mette a disposizione con un’attenzione nuova. Non è un impegno che ti devi sobbarcare perché te le dice l’ideologia o il prete, ma perché ti fa star bene. Scopro l’acqua calda? Lo so ma finché non la senti scorrere sotto le dita non te ne accorgi che c’è».

Del suo muro che l’alluvione ha spazzato via, Roberta fa quasi una parabola: «Fa saltare la diffidenza reciproca in cui ci siamo imprigionati, la bramosia di vederci come qualcosa di catalogabile anziché come persone ciascuno con la propria individualità». I “bimbi motosi” sono questo: «Non stavano facendo volontariato, semplicemente si erano messi a disposizione per condividere la loro energia, la loro voglia di sentirsi parte di una comunità invece che telespettatori o smartphone-spettatori».

Lo straordinario sta proprio in questo cambio di passo:in un primo tempo l’appello ai volontari riguarda solo chi è strutturato in associazioni e sa dove metter le mani. Comprensibile: solo che i livornesi, soprattutto i “bimbi” se ne infischiano e si mettono a spalare tonnellate di mota anche là dove gli adulti non arrivano. Nello scantinato della nonna, nel garage di «quel mio amico della terza B» o anche semplicemente per strada in un posto che neanche sai.

Il rischio, secondo Roberta Petta, è che sia stata «solo una parentesi: poi il muro lo ritiriamo su e allora torniamo ai ruoli». Ma lei è ottimista: «C’è una consapevolezza nuova, soprattutto fra i giovani. Un’attenzione mai avuta all’impatto che abbiamo sul creato, con le nostre cattive abitudini. E il fatto nuovo è che non ci limitiamo a brontolare perché qualcun altro faccia: l’importante è cominciare da sé stessi. E evitare di alzare di nuovo i muri fra noi».