Ha perso la sorella nell'alluvione: «Andrò a vivere nella casa dov’è morta Martina per sentirla più vicina»

Livorno, il racconto di Alessandra Bechini a due anni dalla tragedia: «Abbiamo finito le lacrime, il dolore sta uccidendo la nostra famiglia»  

LIVORNO.  A mamma non l’ha ancora detto. Ma quando i lavori a casa di sua sorella, al numero 10 di via Garzelli, nel quartiere Collinaia, saranno finiti, Alessandra ha deciso di trasferirsi dove Martina Bechini, 34 anni e un sorriso luminoso, aveva piantato i semi dei suoi sogni spezzati: un matrimonio celebrato il 15 luglio, meno di due mesi prima della tragedia, e un figlio in cantiere. Fiori pronti a sbocciare alla fine di un’estate felice, «dove tutto era bello», e che un’onda di fango e detriti hanno trascinato via in una notte maledetta. Per sempre.

«All’inizio – racconta nel giorno dell’anniversario dell’alluvione – avevo detto ai miei genitori di andare a vivere in quella casa, perché la loro è grandissima per due persone sole. Però mio padre non se la sentiva di trasferirsi in quell’appartamento e lo capisco». Troppi ricordi dolorosi per Luciano e Michela tra quelle mura che guardano il rio Ardenza, troppa rabbia osservare le cicatrici dell’acqua impresse sulle pareti, i colori pastello che ancora si intravedono in camera da letto, gli attaccapanni a forma di cuore appesi al muro e sporcati dal fango. E poi quel buco in mezzo al salotto dove l’acqua ha scaricato tutta la sua forza trascinando via Martina e suo marito Filippo, miracolosamente sopravvissuto.



«Ecco perché – va avanti Alessandra che nella vita fa la musicista – sto pensando di farlo io, di andare a vivere nella casa dove mia sorella è morta. È vero, ho il mio appartamento, ma sento qualcosa dentro che mi spinge a farlo. In questo modo mi sentirei più vicina a Martina. Perché di mia sorella, quella casa, è l’unica cosa che mi resta, l’unica. Lo voglio fare per calpestare lo stesso pavimento che ha calpestato lei, vedere lo stesso paesaggio che guardava affacciandosi alla finestra. Tra di noi – prosegue – c’erano dieci anni di differenza, molti, ma nel tempo avevamo costruito un rapporto stupendo dove sapevamo che ci saremmo state l’una per l’altra, sempre e per sempre. Quando si è sposata le ho detto una frase che non dimentico: “Sai Marti, io resterò zitella e quando sarò vecchia toccherà a te cambiarmi il pannolone...”. E ci siamo messe a ridere».

I lavori di ristrutturazione all’appartamento al piano terra sono iniziati nei mesi scorsi dopo l’appello del papà di Martina raccolto dalla Caritas che si è impegnata a finanziare alcuni interventi. «Anche a nome di mio padre – va avanti Alessandra – voglio ringraziare la presidente della Fondazione, suor Raffaela Spiezio, che nonostante i duemila impegni si è preoccupata di contattarci e di aiutarci».

Ma dopo il dolore per la perdita di Martina, adesso Alessandra e sua madre stanno combattendo un’altra battaglia. «Mio padre – dice – sta male. Gli è stata diagnosticata una brutta malattia e non sappiamo se riuscirà a vedere il suo sogno realizzato: la casa finita, ristrutturata. A me nessuno toglie dalla testa che la perdita di mia sorella sia la causa di quello che sta passando. Me ne sono accorta quella mattina di due anni fa quando insieme a mia madre è venuto a casa per dirmi che “Martina non si trovava”. Io la sera precedente avevo un concerto nella zona di Pisa che poi è stato annullato per via del maltempo. Ho passato la notte sveglia ad ascoltare quel diluvio, ma non pensavo che mia sorella fosse in pericolo. Ricordo che dovevamo vederci a cena il lunedì. Invece poco prima delle otto i miei genitori hanno suonato. Mio padre stava dietro a mamma, era bagnato perché era andato a casa di Martina a cercarla ed era scivolato nel fango. Entrando si è messo accanto al divano: le mani sulla testa e piangeva, ma senza versare nemmeno una lacrima, perché le aveva già finite tutte. Poi ha ripetuto per centinaia di volte la stessa frase: “Martina non c’è più”, come se lui se lo sentisse».

È attraverso l’associazione “Per Martina” che la famiglia Bechini da due anni sta raccogliendo fondi. «Quei soldi – dice Alessandra – serviranno per le spese legali del processo. Da parte nostra – insiste – non vogliamo giustizia solo per mia sorella, ma per tutte e otto le vittime dell’alluvione, perché siamo convinti che quella notte si potesse fare qualcosa in più. Perché quella non è stata una fatalità. Nonostante sia stato un evento straordinario, non si è trattato di un terremoto, che è un fatto imprevedibile. Quel giorno c’era un’allerta e quando vedi che la pioggia ha un’intensità di quel tipo e non smette, tu come amministrazione devi fare qualcosa. Devi far evacuare le persone a rischio, tanto che i nomi erano in una lista che nessuno ha chiamato per farli uscire di casa. Invece non è stato fatto nulla. E a noi non resta che un dolore che ci sta uccidendo».