Due anni fa l'alluvione di Livorno. Ci siamo scoperti più fragili, ora facciamo comunità

Il commento: così la catastrofe ha scalfito le nostre certezze

Un’alluvione a Livorno? Ma figuriamoci. Che provocasse dei morti, poi, era assolutamente impossibile da ipotizzare. Questo è ciò che pensavano i livornesi fino a quella tragica notte di due anni fa.

Sì, siamo abituati alle mareggiate e alla furia del vento; ci sorprendono sempre le rare nevicate e il gelo; abbiamo paura degli incendi e dei terremoti; temiamo il pericolo di incidenti industriali con tutti i siti a rischio presenti nella zona portuale e dintorni. Ma un’alluvione a Livorno era impensabile. È vero, c’era stato un precedente nel 1990, ma comunque si era trattato di un episodio limitato a poco più di un quartiere - dove aveva fatto un bel po’ di danni - e la memoria collettiva lo aveva ormai quasi cancellato. Non ci passava per la testa che quei piccoli corsi d’acqua che siamo abituati a vedere in secca, tra canne sulle sponde e pietre sul letto, potessero rappresentare un pericolo anche in caso di forte pioggia. Che cosa vuoi che facciano, si pensava sbagliando, tanto che si è continuato a costruire case e addirittura scuole nelle vicinanze dei torrenti e sotto il loro livello.


Tuttalpiù i violenti nubifragi - simbolo del cambiamento climatico - potevano mettere ko i sottopassi, allagare garage e scantinati e provocare un po’ di guai. Ma quello che non immaginavamo neppure lontanamente è invece accaduto. Ed è stato terribile. Una città in ginocchio. Interi quartieri sommersi da acqua e fango. Ponti e strade portati via. Una conta dei danni sterminata. E soprattutto otto vite trascinate via dalla furia del rio Ardenza e del rio Maggiore.

Questa catastrofe ha dunque scalfito le nostre certezze e ci ha fatto sentire più fragili. Le prime reazioni sono state di dolore, rabbia, incredulità e soprattutto paura. Sì, perché da quella malanotte non siamo stati più gli stessi: quando capita un temporale, mentre l’acqua viene giù accompagnata dal bagliore dei fulmini e dal rombo dei tuoni ci domandiamo terrorizzati: e se accadesse di nuovo?

Già, perché questi eventi eccezionali - e quella notte lo fu davvero con 256 millimetri di pioggia (otto mesi di precipitazioni condensate in tre ore) - stanno diventando sempre più frequenti e dunque normali. E perciò dobbiamo essere consapevoli che non possiamo sentirci al sicuro di fronte a questi fenomeni, anche se i lavori già eseguiti e quelli importanti ancora da effettuare (stombamento del rio Maggiore, ampliamento della “luce” dei Tre Ponti, etc.) serviranno sicuramente a dare una maggiore protezione a Livorno.

Questo deve spingere i livornesi a farsi parte attiva del prossimo piano di protezione civile che sta per essere messo a punto dal Comune. Non solo conoscendolo nei suoi dettagli, che sarà già una cosa importante, ma anche collaborando con le istituzioni, le forze dell’ordine e le associazioni di soccorso per contribuire a far sì che i rischi sul nostro territorio siano sempre minori. Dobbiamo insomma diventare una comunità “vera”, che agisce per il bene di tutti. Magari cominciando a prendere sul serio, e senza perdersi in sterili polemiche, le allerte meteo diramate dal Comune sulla base delle indicazioni della sala operativa della Protezione civile della Regione: creano disagi ai cittadini, è vero, ma avvertono la popolazione che c’è la probabilità (la certezza non la può avere nessuno) di fenomeni meteo intensi e pericolosi per l’incolumità delle persone.

«Meglio una allerta inutile in più che nuovamente giorni come questi», disse il vescovo all’indomani dell’alluvione. E le sue parole furono apprezzate da tutti. Ora, se vogliamo dare un senso al nostro «mai più», non dobbiamo dimenticare quel monito. —