Alluvione di Livorno: «Vi racconto il rumore del diluvio maledetto e la città trasfigurata»

Francesco Falleni, 48 anni, è uno dei volontari della Svs che la notte della tragedia di due anni fa era a bordo di uno dei mezzi della Pubblica Assistenza  

LIVORNO. In testa, a distanza di due anni, gli è rimasto soprattutto un rumore «mai sentito né prima né dopo». E una sensazione di insicurezza «come quando in casa passi da una zona con molta luce al buio e procedi a tentoni anche se sai benissimo dove ti trovi». Sì, anche il fango e la devastazione, ovviamente. E quell’immagine della città irriconoscibile che alle prime luci dell’alba mostrava pian piano tutte le sue ferite, le sue lacrime, i suoi dolori. E anche l’altra faccia della tragedia, quella bella che ti ricompensa degli sforzi fatti e dei rischi presi: la gratitudine negli occhi delle persone aiutate durante la notte maledetta. Poi però si torna a quel rumore «simile a una cascata», quello di un mostro invisibile «che faceva paura perché non sapevi da dove provenisse e nemmeno da dove potesse attaccarti».

Francesco Falleni, 48 anni, impiegato alla Continental e da trenta volontario alla Svs, tra il 9 e 10 il settembre 2017 era in giro per Livorno con i colleghi e durante quella notte infinita si è trovato tre volte faccia a faccia con quella forza della natura incontrollata e incontrollabile, un misto di acqua, fango e detriti. «La prima – ricorda – intorno alle tre del mattino. Con il mio collega Alessandro Carotti eravamo andati col pick-up della pubblica assistenza a villa Corridi perché il custode era in difficoltà e non riusciva ad aprire il cancello per far defluire l’acqua che arrivava dalla collina. Poco dopo ci hanno chiamati dalla centrale per dirci di andare a fare un intervento in Collinaia dove cominciavano ad arrivare chiamate di aiuto. Abbiamo provato a passare dal ponte ma siamo rimasti bloccati: non si vedeva nulla, si sentiva solo un brusio continuo, come quello di una cascata appunto. Un attimo dopo siamo stati travolti da un’onda che ha coperto il cofano e a quel punto siamo scappati».


Mezz’ora dopo lo stesso rumore, lo stesso rischio. Stavolta sulla Variante, tra l’uscita di Livorno sud e quella di Montenero. «Ci ha chiamati la polizia che aveva chiuso quel tratto per fare un sopralluogo. Quando siamo arrivati ci siamo trovati dentro a un film di paura, c’era l’acqua che usciva dai pannelli di cemento come se avessero distrutto acquari giganti. Poco dopo altra onda». Altra fuga. Stavolta verso Ardenza dove i colleghi della Misericordia stavano evacuando una famiglia che abita sotto al ponte, nel letto del fiume. «Pioveva così tanto – racconta – che il circolo di scambisti lungo via Mondolfi nemmeno si vedeva, c’era un frastuono d’acqua e basta». È in quel momento che tutte le comunicazioni sono saltate e che la zona di Montenero è rimasta isolata. «È stata una notte che nessuno può dimenticare – insiste Falleni – eppure fino a mezzanotte e mezzo la situazione era sotto controllo. Avevamo fatto alcuni interventi nella zona nord per diverse auto in panne e per chiudere il tratto di via Firenze, vicino al sottopasso. Ma in un paio d’ore la situazione del traffico era tornata alla normalità e con gli altri volontari, circa una ventina, eravamo tornati alla base, in via delle Corollaie».

Il primo scroscio che ha preoccupato Francesco e i colleghi è arrivato poco dopo. «A un quarto alle una ha cominciato a piovere in modo impressionante. Abbiamo sentito un vento pazzesco che ha rischiato di portare via il capannone e poi è arrivata l’acqua, talmente potente e intensa da non farci vedere le ambulanze nel piazzale. È allora che siamo usciti tutti».



Nonostante le vite spezzate e i danni dell’alluvione Francesco, Alessandro e i loro fratelli si sono presi qualche bella rivincita nei confronti di quel mostro. «Ad Antignano – ricorda – abbiamo salvato marito e moglie che erano rimasti prigionieri in casa. Lui era caduto e si era rotto un femore e la donna per aiutarlo era scivolata a sua volta fratturandosi un polso». Ma l’intervento più complicato è stato quello per salvare Filippo Meschini, il marito di Martina Bechini, trascinato dalla forza del Rio Ardenza dalla sua casa in Collinaia fino ai Tre Ponti.

«All’alba eravamo nella zona della Rotonda – ricorda – quando siamo stati fermati da una pattuglia dei parà. Ci hanno detto di aver sentito la voce di un ragazzo che chiedeva aiuto. Allora ci siamo arrampicati sul muro della villetta, ma non si vedeva, il proprietario ci ha tirato le chiavi della porta e con un pala ho fatto defluire la melma che non ci faceva entrare. C’erano due metri d’acqua, il giardino era una piscina. Con i parà siamo entrati, il ragazzo a terra, allora abbiamo unito due manichette dell’antincendio e lo abbiamo imbracato per poi farlo salire su una tavola da surf che abbiamo usato per portarlo in salvo». La rivincita dei volontari contro il mostro silenzioso che si era già preso otto vite.