Il porto del futuro sperimenta il super-web iperconnesso

Il progetto pilota sarà presentato alla Columbia University Livorno il primo porto italiano alla velocità del “5G”

LIVORNO. Mai così ingarbugliata la situazione istituzionale del nostro porto con il vertice ancora affidato alla pazienza del commissario ammiraglio Pietro Verna in attesa che, come già stabilito dal Tribunale del Riesame, a fine mese torni in sella il presidente Stefano Corsini. Anzi, forse prima o forse no: la Cassazione ha cancellato la sospensione dando ragione a Corsini ma senza dargli le chiavi dell’ufficio, semmai dicendo che la data di rientro è bene che la fissi il Riesame ma insomma chissà. Senza contare le battaglie campali fra operatori, l’un contro l’altro armati. Fortuna che le ultime statistiche (fine 2018) raccontavano di un porto che forse non era brillantissimo sul fronte dei container (748mila teu) ma tornava a battere tutti i record in fatto sia di camion spediti via mare (quasi 16 milioni di tonnellate) sia di passeggeri transitati dalle banchine (poco meno di tre milioni e mezzo fra traghetti e crociere)....

E’ guardando al domani – e forse al dopodomani – che potrebbe saltar fuori la speranza di un balzo in avanti nella competitività delle banchine livornesi e a trainarlo sarà l’innovazione nell’interconnessione 5G che fra qualche settimana, segnatamente il 25 settembre, porterà la sperimentazione nel porto di Livorno a New York sotto i riflettori di un seminario internazionale alla Columbia University: come annuncia Palazzo Rosciano, sede dell’istituzione portuale, si tratta di «una delle sette iniziative (su 25) selezionate a livello mondiale» che è stata messa in piedi dall’Authority (in particolare dalla Direzione sviluppo, programmi europei e innovazione) assieme alla Fondazione Enrico Mattei, a Ericsson e al Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Telecomunicazioni (Cnit). Il motivo? Siamo il primo porto italiano a sperimetare il 5G.


A quanto è dato sapere, nelle prossime settimane verrà installata nel terminal Lorenzini una antenna 5G che “dialogherà” con una sfilza di sensori e apparecchiature “smart”, e grazie alla capacità della banda sarà in grado di farlo velocemente.

Come racconta al Tirreno Paolo Pagano, responsabile del progetto, stiamo parlando di celle telefoniche più piccole di quelle attuali ma «con una capacità mille volte più grande» e con la capacità di connettere una infinità di dispositivi («diciamo cento volte più di quanto permetta l’attuale “4G” con tecnologia Lte»). Non solo: sarà «70 volte più rapido della rete attuale» nei tempi di risposta. rapido della rete "4G". Per capire cos’è accaduto nella ventina d’anni che ci separano dai primissimi cellulari, Pagano ricorda che le quattro generazioni tecnologiche dei telefonini hanno visto “aumentare di 40mila volte” la velocità di navigazione.

Conseguenze sul lavoro? Da un lato, l’interconnessione continua dovrebbe consentire una riduzione dei rischi in un ambiente che peraltro mal si presta a standardizzare qualsiasi operazione, e dunque servire a diminuire il pericolo di infortuni su lavoro; dall’altro, lo spauracchio della completa robotizzazione di interi pezzi della catena logistica non riguarda più un futuro lontanissimo se è vero che già adesso alcune gru di Rotterdam sono manovrate da migliaia di chilometri di distanza, saltando d’un colpo le regolamentazioni delle tipologie di contratti di lavoro da un Paese all’altro, da un continente all’altro.

Per adesso, però, secondo quanto riferiscono fonti aziendali, l’impatto sul lavoro di banchina servirà soprattutto ad ottimizzare la gestione del piazzale: in ogni istante si sa cosa c’è in quel preciso container, dov’è finito il carico della tal ditta che stavo cercando, quale peso ha, da quali merci è composto e con quali destinazioni. Di più: anche i tempi di arrivo del carico, della sosta in piazzale e dell’imbarco sulla nave o, viceversa, dello sbarco a terra, della movimentazione in questa o quella zona del piazzale, l’invio fuori dal terminal o col camion o col treno, via interporto o no… —

Mauro Zucchelli