Moby Prince, la Procura indaga per strage: ecco i punti chiave della terza inchiesta

Livorno, 28 anni dopo la tragedia al centro degli accertamenti la vita a bordo del traghetto dopo l’impatto con la petroliera e l’organizzazione dei soccorsi

LIVORNO. La parola strage associata alla tragedia del Moby Prince, fino ad oggi era stata usata soltanto dai familiari delle 140 vittime che dal 10 aprile 1991 aspettano una verità che la giustizia – a loro avviso – non ha ancora fornito fino in fondo. Adesso, a distanza di 28 anni dalla notte delle nebbie della marineria italiana e dopo i risultati a cui è arrivata la commissione parlamentare d’inchiesta che ha messo in discussione molte delle certezze processuali, quella parola – strage – si è trasformata in una ipotesi di reato per la Procura di Livorno.

Non un caso – è bene ricordarlo – e forse nemmeno la soluzione finale a questo intreccio fatto di omissioni, manomissioni, strumentazioni non idonee, accordi moralmente discutibili (vedi quello assicurativo tra gli armatori) e testimonianze non univoche per non dire contrastanti. Il motivo? Si tratta dell’unica ipotesi giuridicamente percorribile per effettuare nuovi accertamenti poiché tutti gli altri reati associabili allo scontro al largo di Livorno tra il traghetto della Navarma e la petroliera Agip Abruzzo, e ciò che ha comportato, risultano ad oggi prescritti.

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Non per nulla in Procura c’è riserbo assoluto persino sull’esistenza dell’indagine stessa. «Non vogliamo illudere i parenti delle vittime», aveva detto a suo tempo il procuratore capo Ettore Squillace Greco. Ma un’altra certezza esiste. Ed è che al momento il fascicolo sul quale da mesi sta lavorando la pubblico ministero Sabrina Carmazzi sia ancora contro ignoti, dunque non ci sono persone indagate.

Ma su quali elementi si sta concentrando la nuova indagine? È questa la domanda chiave attorno a cui ruota la vicenda e i possibili scenari futuri a cui l’inchiesta potrà arrivare. E la risposta, o meglio buona parte di essa, si trova nei nuovi elementi segnalati dalla commissione parlamentare che la Procura sta valutando e approfondendo. A cominciare dalla vita a bordo del traghetto dopo la collisione (mezzora secondo una prima valutazione molto di più dalle ultime rivelazioni) rispetto all’adeguatezza dei soccorsi «che solo dopo un’ora hanno raggiunto la nave». Detto in altri termini: è possibile – e qui si configurerebbe l’ipotesi del dolo eventuale, scenario sostenuto anche dagli autori del libro inchiesta “Il caso Moby Prince, la strage impunita” – che qualcuno abbia accettato il rischio di far morire 140 persone all’interno del traghetto? E se sì, per quale motivo?

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«La disamina degli atti porta a una univoca conclusione – scrivono nelle conclusioni i membri della commissione d’inchiesta – la Capitaneria di Livorno, tanto nella fase iniziale dei soccorsi quanto nel momento in cui assunse la direzione delle operazioni il comandante Albanese, non ha valutato l’effettiva gravità della situazione con specifico riferimento al coinvolgimento di una nave, sia perché non sono stati resi disponibili dati utili all’identificazione del traghetto sia per l’incapacità di valutare la situazione, così determinando un’impostazione delle operazioni di soccorso unicamente volte verso la petroliera». Mentre a bordo del Moby morivano 140 persone. Che ieri, ventotto anni dopo, in piazza della Repubblica, erano 140 nomi su uno striscione bianco che aspettano una nuova verità.