Noga-story: cinque anni a 5Stelle tra sceriffi, parcheggi blu e rifiuti

Il sindaco di Livorno Filippo Nogarin ha annunciato che non si candiderà al secondo mandato per correre alle Europee. Il racconto di cinque anni di governo della città, con il dramma dell'alluvione al centro

LIVORNO. “Il secondo mandato alla guida di Palazzo Civico? L’ho già fatto”. Così parlò Filippo Nogarin, professione ingegnere, che la notte dell’8 giugno 2014 si ritrovò di punto in bianco al timone dell’ex cittadella rossa: non ci credeva neanche lui se è vera la leggenda che vuole abbia pagato 50 euro scommessi con Beppe Grillo che lo dava vincente.



Le cifre hanno la testa dura, figuriamoci le date: questi cinque anni equivalgono a un mandato. Il secondo, da dove spunta? L’ha spiegato lui stesso: c’è un “prima” e un “dopo”, e in mezzo la notte dell’alluvione che ha straziato Livorno.

I post sui social non gli perdoneranno che, mentre mezza città finisce sott’acqua, lui non ne sa nulla perché non ha attivato la “app allerta” e nessuno ce l’ha fatta ad avvertirlo. Finirà fra gli indagati dalla Procura e, arrivando a schierarsi dalla parte della collega Pd Marta Vincenzi condannata per l’alluvione di Genova, ripeterà che un sindaco non è un superman responsabile di tutto.

Livorno, Nogarin: "Non mi ricandido, correrò per le Europee"

32 GIORNI PRIMA

Semmai però il problema più grave sta in quel che è accaduto 32 giorni prima: la struttura della protezione civile municipale ha cambiato del tutto gli ingranaggi e l’identikit. Nogarin lo rivendicherà come un merito, perché: 1) dopo una sua segnalazione alla vigilia dell’alluvione, l’inchiesta della Procura ha svelato il malaffare annidato in questa struttura tecnica; 2) ha avuto lui il coraggio di licenziare il tecnico coinvolto, ricordando in un tweet tagliente che anni addietro erano emerse accuse analoghe ma la giunta precedente non aveva castigato il colpevole.

Alluvione a Livorno, Montenero devastato dall'esondazione



Sarebbe comunque sbagliato rinchiudere in quella notte maledetta tutto il quinquennio. Intanto, perché Nogarin è rimasto in sella cinque anni filati. Anche se in molti, dopo i primi intoppi, avevano immaginato che il patatrac fosse dietro l’angolo. E non è stato così.

Nogarin debutta in consiglio con un consenso record e il Pd è isolato. Ma finisce la legislatura con l’isolamento ribaltato: fuoriuscita dopo fuoriuscita, il M5s da solo non ha più i numeri e si regge solo sul fatto che Edoardo Marchetti è uscito dal gruppo pentastellato ma non dalla maggioranza. È in simili condizioni politiche che nelle ultimissime settimane di legislatura la giunta M5s vuol varare il nuovo piano strutturale che disegnerà la città del futuro. Non solo: la mancata intitolazione della Rotonda a Ciampi, promessa da Nogarin e avversata dal gruppo, dice che nell’aula consiliare il sindaco è debole. Di più: in questi ultimi mesi la vita dell’assemblea è ridotta al lumicino.

E su questo il Pd è riuscito a portare a casa il ribaltamento dell’isolamento: è un risultato sul fronte degli schieramenti consiliari. Ma c’è poi qualcosa che le sinistre non sono riuscite a fare e che era l’Abc della politica: presentarsi unite alla rivincita della primavera prossima. Non è stato così neppure questo (salvo miracoli).

LE 3 CARTE DI NOGARIN

Gli anni di Nogarin, i livornesi li terranno in mente soprattutto per tre cose. La prima: 12mila posti auto non più “congelati” a uso dei residenti bensì tramutati in soste da pagare ovunque e con meno stalli. La seconda: la moltiplicazione delle rotatorie (in buona parte ereditate dal passato, così come la risistemazione di piazza Grande). E soprattutto la terza: l’estensione a tappe forzate della raccolta di rifiuti porta a porta per aumentare la “differenziata” (che produce effetti solo se si aggiunge il riciclo produttivo, altrimenti è solo un costo extra). Con un merito: l’aveva iniziata il centrosinistra ma rimanendo nel solo rione della Venezia, gli anni “stellati” hanno fatto fare il balzo in avanti anche a costo di strappi con i cittadini. Con un problema: proprio il decisionismo ha chiuso a ogni dialogo sui modi. Con una conseguenza: hanno imperversato sui social gli attacchi di cittadini che tornavano a decantare le magiche virtù del cassonetto e postulavano l’impossibilità di raccogliere i rifiuti porta a porta in nome di una asserita specificità labronica, ma anche parecchi spicchi della galassia ecologista hanno contestato la formula con cui il porta a porta è organizzato (e soprattutto la sordità dell’ex municipalizzata di fronte alle richieste di modifica delle modalità).

Di rifiuti in rifiuti, eccoci al salvataggio di Aamps. È curioso che il risanamento firmato M5s nasca da una norma varata dal governo nazionale Pd ma senza la longa manus dell’avvocato genovese Luca Lanzalone, poi uomo-chiave dell’inchiesta sugli affari a Roma alla corte di Virginia Raggi, nessuno avrebbe puntato sul concordato come “ombrello” per coprirsi dai creditori. Quanto alla promessa di trasformare l’inceneritore in un pratino? Riparliamone fra qualche anno…

DARSENA MAH O BOH?

Ma il progetto numero uno per far risollevare la città dalla crisi è la Darsena Europa, con il porto che si espande a mare per superare le strozzature fisiche che lo bloccano. Il primo grosso test del M5s di governo è stato proprio il voto consiliare sulla variante Prg per l’ok alla maxi-Darsena: Nogarin dice sì, quasi tutto il gruppo M5s si astiene (tranne un pugno di dissidenti che vota no) e le opposizioni che approvano facendo passare la delibera. Tradotto: se non era per le minoranze la Darsena Europa sarebbe ancor più morta di quel che è. Peraltro, siccome il progetto era nato zoppo negli ingranaggi finanziari, ora Nogarin si proclama “padre” della Darsena light (ma il taglio dimensionale è stato reso possibile dalle nuove norme sui dragaggi messe a punto dalla sottosegretaria Pd Silvia Velo, poi bocciata alle elezioni).

Resta ai posteri la battaglia di Nogarin per dare più potere ai sindaci all’interno degli organi della nuova Authority. Aveva ragione da vendere quando ha ricordato che a Genova e a Trieste nessuno si era opposto al fatto che lì gli amministratori politici (Pd e centrodestra) erano stati accettati nel comitato di gestione mentre a Livorno era arrivato l’altolà. Idem quando si era lamentato che il “correttivo porti” era una misura “ad personam” del ministro Delrio contro di lui. Fatto sta che il “mal d’Italia” era proprio il municipalismo, con cento scali in competizione fra loro ciascuno a caccia del santo in paradiso per farsi autorizzare qualsivoglia progettone.

LA FUNIVIA E IL RESTO

L’elenco potrebbe continuare. Basti pensare all’ipotesi comica di creare una funivia dalla stazione al porto (saltata fuori dall’assessore alla mobilità Giuseppe Vece) o al moltiplicarsi delle occupazioni abusive. Senza contare che quasi tutto il quinquennio se n’è andato per capire cosa ne sarebbe stato della questione ospedale: il no alla localizzazione a Montenero è stato uno degli elementi-chiave della vittoria elettorale del 2014, e si è arrivati a una ipotesi di soluzione solo perché nel frattempo, dopo la fuoriuscita del governatore Enrico Rossi dal Pd, i rapporti politici con il presidente della Regione sono cambiati radicalmente. E quasi a fine mandato è arrivata la patata bollente della chiusura delle case di riposo pubbliche…



Il governo M5s ha avuto da fare i conti con la mancanza di una classe dirigente o comunque se l’è dovuta inventare cammin facendo senza far conto su qualcuno che fosse arrivato nella “stanza dei bottoni” dopo l’apprendistato nel mondo delle professioni, nelle organizzazioni di categoria o nei sindacati, in precedenti impegni in istituzioni e partiti. Lo si è visto già al momento della nomina della giunta: fatta a pezzetti, un po’ di assessori per volta e con modalità talvolta singolari. Come quando la presentazione ufficiale di alcuni dei nuovi amministratori ha visto al tavolo anche un buffo personaggio alla Forrest Gump come lo “sceriffo”, e si capì subito che niente sarebbe stato come prima. Come quando Simona Corradini viene giubilata a neanche 24 ore dalla nomina con deleghe come mobilità e commercio. Come quando l’annuncio della nomina di Paola Baldari e Gianni Lemmetti non arriva dal sindaco bensì, tanto ingenuamente quanto impropriamente, dal capogruppo M5s via mail poco dopo mezzanotte (e con il pateracchio dell’indicazione di Baldari all’urbanistica che aveva fatto pensare a un dietrofront sul nome di Alessandro Aurigi appena indicato).   



A ciò si somma che la vicenda di Aamps ha preso poi la piega che ha preso, ma non dimentichiamoci che Marco Di Gennaro era stato imprudentemente paragonato a Steve Jobs  («anche lui quando ha fondato la Apple non aveva un curriculum e neanche aveva finito l’università, eppure è diventato amministratore di una delle più grandi aziende del mondo...»), poi era stata la volta di Aldo Jacomelli prima nominato da Nogarin, poi da lui combattuto e infine sostituito. Infine, dopo che l’assessore Gianni Lemmetti si era impuntato per la cura Lanzalone su Aamps, l’arrivo del tandem Castelnuovo-Petrone. Non è l’unico caso di nomine fatte e sconfessate a stretto giro: si veda il caso di Spil, la controllata del Comune al 61% che dovrebbe curare la reindustrializzazione e invece ha ballato a lungo sull’orlo dell’abisso per il peso finanziario della trasformazione dell’Odeon da cinema a parcheggio. Una sfilza di presidenti e di consiglieri di nomina nogariniana, prima di arrivare a Daniele Fico che riesce a condurre in porto l’azienda dopo una triplice odissea giudiziaria.



E’ l’effetto della teorizzazione della “verginità” assoluta per stoppare il solito circo di riciclati che imperversano ogni volta che una nuova formazione politica si affaccia alla ribalta. Dunque, lo stile di governo a Cinque Stelle ha scontato la debolezza di essere un po’ “marziani” piovuti da chissà dove. Al tempo stesso, questo è stato il “grimaldello” che ha consentito di far saltare l’affidamento della casa popolare a chi non ne ha più diritto o di mettere in moto una certa qual riforma nelle aziende municipali (come nelle farmacie comunali tornate in utile).

Non è servito invece a trovare il bandolo della matassa in situazioni come l’ippodromo: era stata la spina nel fianco dell’ultimo periodo della precedente giunta Pd. Al tirar delle somme, la nuova amministrazione pentastellata l’ha semplicemente chiuso e congelato in un limbo di degrado. La speranza di farne una cittadella dello sport? Era quel che aveva prefigurato il sindaco Nogarin nel resoconto di fine 2017, è passato più di un anno e siamo ancora a immaginare, ipotizzare e annunciare. Salvo infiocchettarlo in un bel progetto di stadio nuovo dentro lo stadio vecchio: un’idea finché resta un’idea è soltanto un’astrazione, direbbe il Poeta.

LE STRINGHE COLORATE

Livorno, l'ex presidente uruguayano Pepe Mujica riceve la cittadinanza onoraria

Il cambiamento l’ha imposto Nogarin. Compreso lo stile comunicativo: come le scarpe con le stringhe di colori diversi, come la piscina riaperta tuffandosi in acqua, come la vecchia maglietta da ciclista stile amarcord delle Terme del Corallo indossata partecipando a una iniziativa nel segno delle due ruote, come la foto-icona accanto a Pepe Mujica, presidente controcorrente dell’Uruguay…



Ma la democrazia diretta? Ritenta sarai più fortunato: troppo spesso la cittadinanza è stata identificata solo con quella presente nei circuiti delle liturgie pentastellate. E chi si era illuso di potervi inserire un “supplemento d’anima di sinistra” è stato respinto con perdite. Ora eccoci in mare aperto: è tutto da verificare se la destra è solo mal di pancia, se è rimasta traccia di quel che i grillini hanno aggregato, se le sinistre sono in grado di produrre altro dai soliti battibecchi personalistici.



Prima di finire nel toto-candidati, il nome di Nogarin era finito nelle cronache (rosignanesi) come skipper e come papabile per la candidatura nel 2009 in una lista civica con l’Udc di Francescalberto De Bari (e l’appoggio dell’ex dc Enrico Dello Sbarba), dalla quale si era poi ritirato annunciando comunque di guardare con interesse a Alessandro Franchi, poi sindaco Pd. Ma era la preistoria: dentro la galassia dei Cinque Stelle, però, subito dopo l’exploit del M5s nel voto del febbraio 2013 per il Parlamento che aveva visto tanti voti attorno alla figura di Christian Balloni, qualcuno aveva già cominciato a guardare a questo project manager che sarebbe diventato alfiere del rinnovamento nelle elezioni dell’Ordine degli ingegneri. Meno di cento preferenze sono state sufficienti alle “comunarie 2014” per selezionare Nogarin come candidato sindaco.

In questi anni è diventato anche un simbolo dello stile di governo M5s: dopo che Pizzarotti è stato colpito dalla “scomunica”, dopo che Virginia Raggi e Chiara Appendino non sono riuscite a scaldare i cuori, basta gettare l’occhio sui commenti che riscuotono i suoi post. Certo, è lontana la “luna di miele” degli inizi ma se guardate i profili balza agli occhi quanto sia ancora affettuoso il rapporto con chi dalle altre città lo vede come un simbolo più che giudicarne le scelte da cittadino livornese. È la dote sulla quale conterà per cercare di sfondare nell’euro-voto e prendere il treno per Strasburgo.