Fallita l'imprenditrice simbolo dell'alluvione: "Uscita viva dal fango, uccisa dalle istituzioni"

Livorno, Vanessa Carletti e l’odissea che ha portato il giudice a dichiarare il crac della Terrazza il 22 dicembre scorso: «Ce l’ho messa tutta ma non ho ricevuto un euro». E spunta una lettera del governo che le vieta di delocalizzare

LIVORNO. «Ce l’ho messa tutta per restare a galla, tutta: sa cosa vuol dire tutta?». È dentro all’ultimo «tutta» che la voce di Vanessa Carletti, titolare del ristorante La Terrazza, simbolo della Montenero che doveva rinascere dal fango e invece è affondata nella burocrazia, si incrina come hanno fatto le pareti del suo locale la notte dell’alluvione. Era il 10 settembre 2016. Poi il crollo, dove rabbia, dolore e rammarico si sovrappongono, perché «soltanto io, la mia famiglia e chi mi è stato vicino in questi mesi– dice – sa quanto il fallimento dell’azienda mi faccia male: sono sopravvissuta all’alluvione, ma il mio ristorante è stato ucciso dalle istituzioni. Ecco perché da persona onesta non mi sento fallita, ma è il sistema che ha fallito con me».

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Partiamo dalla fine, il crac della società è stato dichiarato il 22 dicembre scorso.

«Esatto, bel regalo di Natale, vero? Ho provato in tutte le maniere a evitarlo, ma da sola era impossibile accollarsi tutto (c’erano danni per oltre 300mila euro ndr). Non è che sono fallita perché non ho voluto pagare, alcune liquidazioni le avevo già saldate, altri dipendenti sono venuti a lavorare con me durante l’estate. Avevo delle pendenze con Equitalia ma le avrei risolte e comunque non avrei mai licenziato nessuno perché il mio staff è anche la mia famiglia. Per l’ultimo caso è andata diversamente: ho provato a fare una proposta, mio padre ha cercato di aiutarmi, ma alla fine l’accordo è saltato...».

Eppure dopo la tragedia in tanti l’avevano rassicurata che gli aiuti sarebbero arrivati.

«Ho bussato a tutte le porte: Regione, Comune, Stato. Tutti hanno spese belle parole, mi hanno raccontato un sacco di favole ma non ho avuto niente: zero. Eppure sarebbe davvero bastato poco».

E come le hanno spiegato i mancati contributi?

«Hanno dato tutto ai cittadini che hanno subito danni tramite il modello Isee, mentre alle aziende non è arrivato nulla. Eppure anche io sono una cittadina, ma evidentemente per loro non è così. Ecco perché sono così delusa».

Ma lei ha mai pensato di ripartire, magari altrove?

«Certo, anche perché a oggi il locale in piazza delle Carrozze é pericolante e inagibile».

E perché non lo ha fatto?

«Venti giorni dopo la tragedia ho ricevuto lettera dal consiglio dei ministri nella quale mi spiegavano di non delocalizzare l’attività perché se lo avessi fatto non avrei avuto alcun risarcimento. E così ho fatto: ho sospeso la partita Iva e licenziato i dipendenti per permettere a tutti di avere la disoccupazione».

E ha aspettato.

«Esatto, grazie al geometra Maurizio Paolini ho compilato la perizia per presentare la domanda di risarcimento danni nella speranza di un successo minimo. Poi ho cominciato a fare il viottolo in Comune per avere delle risposte, ma non sono arrivate. L’unico soggetto che si è fatto avanti è stata la Caritas, mi hanno spiegato che mi avrebbero aiutato a ricomprare i macchinari, ma se non riapro che me ne faccio dei macchinari».

E nel frattempo che cosa ha fatto?

«Ho trovato un lavoro stagionale al Maroccone come dipendente e ho portato con me molti dei miei collaboratori. Finito questo periodo pensavo di poter ripartire, ma dopo questa batosta non me la sento».

Da quanto gestiva il suo ristorante?

«La Terrazza l’ha aperta mia madre nel 1991 con le sorelle, poi le zie hanno lasciato e io l’ho rilevato nel 1997. Dunque erano quasi vent’anni. Quando sono subentrata ho promesso a mia mamma che l’avrei tirato su e così ho fatto. Molti non sanno quanti sacrifici ci sono dietro a questo lavoro. Il ristoratore non vive nell’oro: c’è l’affitto da pagare, fornitori, dipendenti, acqua, luce, gas. Per avere qualche risultato mi sono murata nel locale. Nel frattempo mia mamma è scomparsa e credo che la forza di andare avanti me la stia dando lei da lassù».

Torniamo alla notte dell’alluvione, lei quando è arrivata l’onda di fango era nel locale.

«Erano le due. Quello era il primo sabato dopo l’estate e il ristorante era pieno. Sicché a fine servizio eravamo rimasti con mio fratello, mia cognata e qualche dipendente a mangiare una schiacciatina. All’inizio pioveva piano e ci siamo messi a fare le foto nei punti dove c’erano delle infiltrazioni per segnalarlo ai proprietari».

E poi?

«Siamo stati travolti dall’onda che è arrivata dalla collina ed è franato tutto. Il mio compagno Francesco era fuori, in mezzo a piazza delle Carrozze, perché era venuto a prendermi: ho visto l’acqua che andava sopra la macchina, io ero dentro e sapevo che lui era fuori. A un certo punto è andata via la luce ed è franato tutto, allora ho chiamato mio padre e gli ho detto che stavo morendo».

Come vi siete salvati?

«Ci siamo salvati perché non avevamo più nulla da perdere, sentivamo solo botte, siamo andati al primo piano, abbiamo aperto la finestra e ho cominciato a chiamare il vicino di casa. Ho urlato a squarciagola. Quando ho visto la luce del cellulare ho capito che eravamo salvi. In tutto questo siamo stati fortunati perché il tetto ha retto anche se le pareti non c’erano più. Probabilmente è per aver ho vissuto questo incubo che oggi posso dire che niente mi fa più paura».

È più tornata al ristorante a vedere com’è oggi?

«Per me tornare lì è tragico, ci sono passata solo un paio di volte di notte, ed è stato un dolore».

In mezzo a tutto questo fango qualcuno l’ha aiutata?

«Le cose belle ci sono state. Ecco perché nonostante sia finita nel modo peggiore devo ringraziare Cna che mi ha aiutato anche economicamente, i dipendenti che mi stanno vicino in qualsiasi momento, i fornitori alcuni dei quali sono venuti a spalare il fango con noi dopo l’alluvione, la Misericordia Montenero, tutti i cittadini e mio padre che per aiutarmi ha preso il quinto della pensione in attesa dei risarcimenti che non sono mai arrivati».