Statua dimenticata per 50 anni al Frediani battuta da Sotheby’s per 666mila euro

L'opera venduta all'asta da Sotheby's

Livorno: era in una sala d’attesa in via del Mare. Venduta a Londra dall’Unione Ciechi, ma l’Asl ne rivendica la proprietà e chiede il risarcimento

LIVORNO. La statua che Sotheby's, una delle più importanti case d’asta del mondo, ha definito “l’immagine per eccellenza del più eminente scultore simbolista italiano”, è rimasta per decenni appoggiata su un piedistallo di legno, a impolverarsi nella sala d’attesa dell’istituto Frediani, al numero 90 di via del Mare, nell’ala in uso all’Unione italiana ciechi, dimenticata in un angolo, come un soprammobile da poche lire trovato su un banco di Porta Portese.

Un giorno di tre anni fa però qualcuno che s’intendeva d’arte si è accorto che quella non era una statuetta qualunque: era la rappresentazione di Santa Lucia di Adolfo Wildt, ossessionante e allo stesso tempo supplichevole con le sue labbra imploranti aperte e le orbite svuotate, come descrive il catalogo di Sotheby’s, profondamente ispirata all'Estasi di Santa Teresa di Gian Lorenzo Bernini.


E i vertici dell’Unione Italiana Ciechi hanno deciso di venderla: il 16 dicembre 2015, in New Bond Street, a Londra, tra Mayfair e Piccadilly, in una delle strade più lussuose della capitale inglese, l’opera di Wildt ha vissuto la sua nemesi, riscattando decenni di oblio e di incredibile disattenzione patiti in quasi un secolo a Livorno, dove fu presentata dall’autore nel 1930 alla storica Bottega d’Arte di via Indipendenza, quella in cui Fattori lasciava in vendita i suoi bozzetti.

Battuta all’asta con una base di partenza di 80mila sterline, Santa Lucia è stata apprezzata in tutto il suo splendore di scultura che la mano di Wildt scolpì nel raro marmo di Candoglia, ed è stata aggiudicata ad un prezzo di 485mila pound, all’epoca 666mila euro, record del lotto di quel giorno interamente dedicato alle sculture del 19esimo e 20esimo secolo, cifra mai raggiunta per un’opera di Wildt.

All’Unione Italiana Ciechi, ente morale finalizzato alla tutela dei non vedenti, hanno gridato al miracolo e brindato, pensando a quante iniziative avrebbero potuto mettere in campo con una cifra così, piovuta dal cielo come un bacio di Dio.

Ma due anni dopo, a inizio 2018, è emerso un imprevisto: l’Asl di Livorno è infatti venuta a conoscenza della vendita all’asta della statua. Ha avviato una serie di verifiche interne, al termine delle quali ha affermato di essere lei la proprietaria dell’opera, essendo dal 1980 proprietaria dell’intero complesso Frediani, una parte del quale concessa da sempre in comodato d’uso gratuito ai non vedenti. Così è iniziato un lungo ping pong a colpi di carte bollate, al termine del quale le due parti sono giunte ad un accordo, ben sapendo però che Santa Lucia non tornerà mai più a casa: sarà il tribunale civile a decidere chi fosse, all’epoca dell’asta, il proprietario dell’opera. La data dell’arbitrato è fissata al 10 gennaio 2019.

Se il giudice darà ragione all’associazione, nulla cambierà rispetto ad oggi. Se invece l’Asl sarà riconosciuta come proprietaria della statuetta, l’Unione Italiana Ciechi dovrà risarcirla con una cifra che è stata già pattuita (e accantonata in banca), poco più di mezzo milione di euro, il vero ricavato dell’asta al netto di spese e commissioni pretese da Sotheby’s.

Fin qui l’evolversi dei fatti di una storia incredibile, finora tenuta nascosta, che promette fin da oggi nuove puntate. Ma i retroscena e le domande che al lettore verranno spontanei, sono tanti e tutti leciti. Ne proponiamo due. Il primo: possibile che nessuno fosse a conoscenza che nel patrimonio del Frediani ci fosse un’opera di cotanto valore? Non solo l’Usl, che divenne proprietaria dell’immobile nel 1980, ma precedentemente il Comune e prima ancora l’Ipab, l’Istituto Pubblico di Assistenza e Beneficenza di mussoliniana memoria, che nelle epoche precedenti detenevano via del Mare. E quante altre opere d’arte fanno parte dei patrimoni dei nostri enti pubblici, a loro insaputa, magari neanche figurando nei loro inventari? Uno dei paradossi di questa storia è che l’Asl è venuta a conoscenza dei fatti da alcuni dirigenti dell’Unione italiana ciechi che erano contrari alla vendita, «perché - sostengono - quell’opera era un patrimonio pubblico appartenente alla città e doveva restare a Livorno». L’altro quesito: possibile che l’Unione italiana ciechi, pur immaginando che l’opera fosse di sua proprietà, sia riuscita con tanta facilità a portare all’estero e a vendere, nella più famosa casa d’aste del mondo, un’opera d’arte che invece apparteneva un ente pubblico? Risulta che la Sovrintendenza di Genova abbia dato il via libera, ma l’operazione è passata sotto il naso anche ai carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale, che sulle aste hanno sempre il radar ben puntato. 

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