Bartezzaghi: «Ho un sogno: il prossimo anno Grillo al festival del ridicolo»

Livorno, il direttore: «Dopo lo stop per l’alluvione, questa era l’edizione  per capire se l’iniziativa aveva un futuro. Ce l’abbiamo fatta»

LIVORNO. «Ho un sogno per il prossimo anno: veder Beppe Grillo sul palcoscenico lì davanti, farci l’apertura del festival del ridicolo. E io a chiedergli: ma tu cosa vuoi? è questo quel che pensavi? è quel che volevi?». La confessione di Stefano Bartezzaghi, direttore e spirito-guida della kermesse su ironia e umorismo che ha messo in scena una ventina di eventi in un weekend, arriva sotto le volte della Bottega del Caffè in un pomeriggio di quasi ottobre che non si rassegna a diventare autunno. Eccolo l’invito per il settembre che verrà è partito: mittente il prof milanese, destinatario il comico genovese che è anche il non-leader del M5s. Con il quotidiano di Livorno, Il Tirreno, a far da tramite perché è qui, a Livorno, che la cosa dovrebbe materializzarsi.

Non potrebbe accadere altrove: e non solo perché non c’è in Italia nessun altro festival dell’umorismo. E’ qui che è scoccata la scintilla del motore immobile: è a Livorno che Gianroberto Casaleggio incontra Beppe Grillo, e pazienza se ciascuno dei due dice che è stato l’altro a prendere l’iniziativa. Fatto sta che siamo nella primavera 2004: non badate al fatto che è il 1° aprile, non c’è nessun “pesce” e siamo nello stesso luogo (il teatro Goldoni) dove 83 anni prima era andato in scena un evento-mito nella storia della sinistra italiana, con il congresso socialista dal quale nacque per scissione il Pci.


Fin qui abbiamo giocato sui registri della politica più che dell’umorismo. Ma è sicuro che Livorno rappresenta molto all’interno dell’immaginario pentastellato: con la conquista di Palazzo Civico strappato alla sinistra dopo una egemonia lunga settant’anni, il M5s ha iniziato la “lunga marcia” verso Palazzo Chigi, visto che Parma è ormai fuori dal Pantheon.



E chissà se il numero uno della kermesse ricorda che nella prima primavera ci saranno le elezioni amministrative più attese e indecifrabili dal dopoguerra. A dirla tutta, appena glielo dici ribatte semplicmeente che «tutto questo me lo racconterete voi del Tirreno»: quel che gli preme non è iscriversi a una tifoseria di “pro” o “anti” bensì avere a portata di domande uno dei grandi protagonisti della rivoluzione della comunicazione politica che sta travolgendo l’orbe terracqueo conosciuto. E, contrariamente a quel che credevamo, qui da noi (da Berlusconi-Bossi in poi) prima che altrove, ben prima di Trump.  «A Grillo chiederei di venire a mettersi in gioco», dice Bartezzaghi. Non il solito ring politico, foss’anche Berlusconi da Santoro: semmai una sfida intellettuale su com’è cambiata l’arte della politica e come quella della risata.

E guardando al’indietro quel che è stato? Bartezzaghi si dice «felicissimo di com’è andata». Lo aveva messo nel conto che stavolta, dopo un anno di stop («perché non si poteva proprio pensare a un festival del ridicolo all’indomani dell’alluvione del settembre 2017»), era in ballo il test definitivo: “Il senso del ridicolo” è un fuoco fatuo, l’ubriacatura del momento o ha le gambe per conquistarsi il futuro? «Abbiamo sentito che il nostro progetto incontrava il sentire della città: quello della Fondazione, quello del Comune. Volevano che il festival ci fosse ancora. C’era da riallacciare il rapporto e c’era da fare una scelta: rifare il programma già pensato o farne uno daccapo? Abbiamo preso la seconda strada, salvo recuperare qualcosa ma riadattandola».

Il festival soprattutto per turisti provenienti da fuori? Il direttore non ha ancora dati, anche se «i tendoni erano pieni». E quanto alle provenienze resta l’interrogativo, però le file ordinate all’ingresso degli eventi – talvolta lunghe anche 50-60 metri – facevano immaginare una Livorno fatta di zurighesi o ginevrini.

Quanto al rapporto con il territorio, Bartezzaghi dice che «di facile non c’è niente, mai: né qui né altrove. Livorno ha una identità molto forte: ma la vuoi confrontare con qualcuno che viene da fuori? E cin quest’identitàci confrontiamo con grande rispetto. Ci sono cose che vorremmo fare, vediamo se, come e quando è fattibile. Il confronto con il territorio è indispensabile. Anche dicendogli: avete grandi potenzialità, c’è bisogno di una apertura. Non è forse vero che nel dna livornese c’è l’apertura?». «Ma – aggiunge – ho riscontrato un aspetto interessante: quando ai relatori invitati dico che il festival si tiene a Livorno, non c’è uno che non si sia mostrato contento. Gli interlocutori hanno da fuori l’idea di avere a che fare con qualcosa da scoprire: in genere c’è passara per prendere un traghetto».