Architetto livornese disegna la nuova sede di Amazon

Livorno, nel curriculum dello studio di Antonio Gioli e Federica De Leva figurano anche un monastero in Armenia, torri di uffici in Cina e case per diplomatici in Kenya

LIVORNO. Progettare la “casa” di Amazon in Italia riscrivendo daccapo l’identikit di un grande fabbricato e disegnando un pezzo della skyline della nuova Milano di Porta Nuova alla pari di archistar come Stefano Boeri (“Bosco verticale”), come Kohn Pedersen Fox (“Torre Diamante”), come Bernardo Fort-Brescia (“Torre Solaria”), come Mario Cucinella (“Torre UnipolSai”) o come César Pelli ( “Torre Unicredit” e piazza Gae Aulenti), solo per citarne un grappolo. Per farlo si sono affidati allo studio Gbpa Architects fondato nel 2006 dall’architetto livornese Antonio Gioli (con l’ingresso, dopo un anno, di Federica De Leva diventata poi socia).
Labronico lui come labroniche sono le origini anche dell’immobiliarista Manfredi Catella, che ha inventato l’operazione Porta Nuova con la Hines Italia Sgr in tandem con la casa-madre statunitense – il cantiere più grande d’Europa con quella foresta di grattacieli – prima di vendere tutto al fondo sovrano Qatar Investment Authority.

La nuova sede direzionale di Amazon a Milano, nella zona di Porta Nuova


STUDI AL CECIONI. Gioli, classe 1967, non è livornese per modo di dire: anche se dopo gli studi al liceo Cecioni ha fatto la valigia per inseguire il suo sogno e fare l’università al Politecnico di Milano; anche se poi ha preso casa chissà dove nel mondo e ora di nuovo a Milano. Le radici labroniche sono rivendicate e spesso torna in città nella casa di famiglia a Ardenza.
Alle spalle dell’architetto Gioli c’è uno spicchio di vita nel bel mezzo del tumultuoso sviluppo della Cina, c’è la nascita della controllata britannica Gbpa e la consacrazione internazionale della squadra creata insieme a Federica De Leva e Luciano Capaldo che ormai ha sedi non solo a Milano e Londra ma anche a Pechino e San Paolo. Ci sono clienti come Armani, McDonald’s, H&M, Alcatel, H3G o Adidas. Ci sono progetti – buona parte dei quali dovuti alla matita di De Leva – come una residenza per diplomatici a Nairobi (Kenya), case extralusso a Goa (India), un monastero in Armenia, una sfilza di chiese fra il Lago Maggiore e le Prealpi, una torre polifunzionale a Shenzen (Cina) e via elencando.
Ora l’incarico in questa fetta di Milano dove hanno preso casa altri giganti del settore come Google o Linkedin, come Samsung o Microsoft. A dirla tutta, non sono stati quelli di Amazon a mettergli in mano le chiavi del grande fabbricato da rifare daccapo: la proprietà è Antirion Sgr che poi ha dato l’edificio a Amazon suo cliente.

LA SFIDA DELL’ASTRONAVE. La novità dell’approccio dello studio dell’architetto livornese in tandem con De Leva (e in collaborazione con Tekné per la parte ingegneristica) sta nel fatto di aver «liberato l’edificio dalla sua corazza», come dice lui. Avendo ben chiaro che si sarebbe trattato di una sfida: per i milanesi – ripete – si tratta di quasi di un edificio-simbolo, ha un aspetto molto iconico nel paesaggio visivo urbano. «Imponente, un po’come un’astronave arrivata dentro Milano», rincara Gioli con un sorriso labronico.
La mossa-chiave? Le facciate restano di vetro ma, anziché restare imprigionate da strisce di alluminio che le ingabbiano, eccole contrappuntate da lame trasparenti frangisole («per dare un’idea di trasparenza che vale come messaggio aziendale ma anche come modo di rapportarsi di questo volume edificato con il resto dello spazio intorno»). Insomma, ecco un «edificio molto chiuso» che viene spalancato.

FRA VETRO E LUCE. E adesso che il cantiere è pronto, salta fuori – sottolinea il professionista livornese – anche il “dialogo” che un fabbricato tutto vetro e trasparenze ha con le nuvole, il tempo, la luce. «È come se fosse meteoropatico», dice Gioli parlando della sua “creatura”.
Non sono solo aspetti simbolici, ne va anche del benessere delle persone che qui lavoreranno al quartier generale di Amazon lasciando la sede direzionale di Peschiera Borromeo.
Ecco che si spiega la moltiplicazione degli spazi break rispetto alle zone specificamente consacrate a scrivanie e lavoro d’ufficio: dev’esser per questo che, ad esempio, gli apparati tecnologici sono stati trasferiti dall’ultimo piano del palazzo al sottosuolo, e in cima al fabbricato ora c’è una terrazza che offre un magnifico giro di sguardo su quest’inno architettonico all’innovazione che si vede tutt’attorno.