Allarme corallo: pescatori di frodo nel paradiso dei sub a Calafuria

Ogni anno migliaia di immersioni tra i coralli, ma non c’è tutela

LIVORNO. Sono microsistemi, dentro e fuori dall’acqua. È un microsistema - marino - quello che germoglia sui fondali e sugli scogli di Calafuria, tra coralli, alghe, pesci e il ritorno della magnosa. Ed è un microsistema - economico - quello che ruota attorno agli appassionati di immersioni, fatto di organizzatori, istruttori, addetti alle bombole fino a chi prepara il panino al sacco per il pranzo. Ma se il primo dovesse venir meno, anche il secondo crollerebbe. Un effetto da tenere in considerazione, soprattutto quando ogni anno arrivano a Livorno migliaia di sub per godere di questo spettacolo unico nel Mediterraneo. Peccato che sulla tutela del «miglio magico», quel tratto che separa la costa dallo scoglio di Calafuria, sia in ballo un dibattito da anni che ancora non ha portato ad un quadro ben preciso sulla tutela dell’area. Così, mentre le parti provano a trovare un punto di contatto, vanno avanti comportamenti sconsiderati nell’assenza di una valorizzazione vera e propria.

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La denuncia. L’ultimo episodio risale a pochi giorni fa, già segnalato sia alle autorità sia agli amanti di Calafuria attraverso i social. Una barca diving stava battendo regolarmente la bandiera di segnalazione che indica che è in corso un’immersione, quando da un peschereccio è stata calata comunque una rete. La legge però prevede tutt’altro: quando un’imbarcazione diving segnala l’immersione in corso, è vietato calare reti in un raggio di 100 metri da dove è ormeggiata. «A me è caduta addosso», spiegano dal diving, facendo intendere come sia stata sfiorata una tragedia. «Se un sub, da solo, rimane impigliato nella rete può anche morire - spiegano - Non c’è solo la tutela dell’ecosistema da tenere in considerazione, ma dobbiamo capire che questi comportamenti sono seriamente pericolosi». Così come le «reti fantasma», abbandonate sui fondali e trasformate in trappole mortali per tutto l’ecosistema su cui si posano. Ma non ci sono soltanto i pescatori di frodo a mettere a serio rischio l’incolumità dei sub e delle biodiversità presenti in questo specchio di mare: anche i motoscafisti indisciplinati giocano un loro ruolo, quando durante i fine settimana sfrecciano tra le onde, alla faccia della legge che impone il limite di 10 nodi vicino alla costa.

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Migliaia di sub. «Ogni estate è la stessa storia, ma non è mai stato fatto nulla», dice Mario Lupi, ex consigliere regionale dei Verdi ed ex presidente Pro Loco di Livorno, da sempre in prima linea quando si tratta di dare il via a una seria tutela di Calafuria. Tutela che non significa necessariamente chiudere le porte in faccia alla pesca, perché, come dice chi vive di diving, «tutti quanti dobbiamo lavorare». Non è neanche una questione di controlli, perché la Capitaneria solca queste acque senza sosta, ma è chiaro che non può essere onnipresente. La questione, spiegano addetti ai lavori e associazioni, è un’altra ed è tutta legata a fattori culturali. Rispettare le leggi a bordo dei pescherecci, ad esempio, è un fatto di cultura. Così come decidere se puntare sul tratto da Quercianella a Calafuria oppure no. E visti i dati, forse un pensierino converrebbe farlo. I numeri da anni si sono stabilizzati su una forbice di immersioni che va dalle trentamila alle quarantamila all’anno. Milano, Roma, Rimini: gli appassionati (o i curiosi) di immersioni arrivano da ogni angolo d’Italia per vedere queste meraviglie subacquee che non trovano rivali nella zona, viste le miriadi di piccole curiosità che racchiudono. In una parola, parliamo di biodiversità, studiata da esperti che spaziano dall’Università di Pisa a biologi francesi.

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Il tesoro sommerso. Un’attrazione di cui va ringraziata solo Madre Natura, perché un interesse vero e proprio per la valorizzazione non è mai arrivato, se non grazie alle associazioni e ai gruppi legati al mondo sub, come il Gal (Gruppo Archeosub Labronico), sempre pronto a mettere in piedi delle iniziative. L’ultima la pubblicazione di una guida «per scoprire il tratto di costa livornese», come si legge in copertina, attraverso un viaggio da Punta Gallina a Cala del Leone, passando tra castelli, sentieri e scogli. Tesori, questi, poco sfruttati. Un metro di riferimento che si rincorre tra gli appassionati sulle coste livornesi è quello con Portofino, divenuto nel giro di cinque anni «un’industria» per quante presenze fa registrare. La località ligure, da quando è stato formato il Parco Nazionale, ha visto la nascita di cinque centri immersioni diving, utili come sponda alle varie attività ricettive presenti. Ecco: tra Quercianella e il Castello di Boccale sono già presenti sei centri d’immersione: un segno concreto di come la domanda per questo tipo di turismo sia presente e vivace. «Nessuno però ha l’intenzione di puntarci ed è un peccato: è una vera occasione sprecata», dice Lupi, spostando lo sguardo dalla tutela ambientale alle potenzialità non sfruttate. Quelle su cui servirebbe un nuovo approccio culturale, riponendo una volta per tutte reti fantasma e motoscafi spericolati.