Inchiesta Aamps, il sindaco Nogarin indagato per altri due reati

Il sindaco di Livorno Filippo Nogarin

Livorno: oltre alla bancarotta fraudolenta (contenuta nell'avviso di garanzia recapitato sabato 7) la Procura ipotizza per il primo cittadino anche l’abuso d’ufficio e il falso in bilancio

LIVORNO. Si allarga l’inchiesta giudiziaria sul sindaco di Livorno Filippo Nogarin. Il primo cittadino pentastellato è infatti indagato per altri due reati nell’ambito della maxi inchiesta “Città pulita” che riguarda la gestione finanziaria e amministrativa di Aamps, l’azienda dei rifiuti partecipata dal Comune di Livorno al 100% e che ad oggi vede 18 persone nei guai tra politici, manager e dipendenti pubblici.

Un’inchiesta che sta facendo le pulci ai conti della società tra 2012 e 2016 - dunque anche rispetto alle scelte della precedente amministrazione Pd - e che ha portato la Spa a un buco di circa 35 milioni di euro. Ma soprattutto sta diventando la cartina tornasole dello scontro politico a livello nazionale in vista delle prossime elezioni amministrative.

Le contestazioni. I pubblici ministeri Massimo Mannucci e Arianna Ciavattini, titolari dell’indagine, hanno iscritto Nogarin nel registro degli indagati con l’accusa di bancarotta fraudolenta - come già noto -ma anche per un episodio di abuso d’ufficio in relazione alla revoca del Cda di Aamps del 7 gennaio scorso e per un presunto falso in bilancio riferito all’ok ai conti 2014 nonostante il parere contrario dei revisori.

Fino a domenica sera il sindaco, in diretta tv, ha sostenuto che nell’informazione di garanzia ritirata sabato si fa riferimento a «un accertamento della Procura solo per il reato di bancarotta». Contattato ieri dal Tirreno, lo stesso non ha ritenuto di voler intervenire su queste due nuove ipotesi di reato.

Ecco perché è plausibile pensare che al momento in cui è partito l’avviso - siamo a metà di aprile - i magistrati abbiano ritenuto opportuno informare Nogarin soltanto del reato che riguarda la legge fallimentare e più precisamente l’assunzione in Aamps di 33 precari, nonostante la giunta avesse già dato mandato al cda dell’azienda, di chiedere al il concordato.

Gli indizi. Eppure gli indizi di un coinvolgimento del primo cittadino anche in altre ipotesi di reato, erano già emerse prima delle conferme arrivate ieri da parte degli investigatori.

In particolare durante le perquisizioni della guardia di Finanza negli uffici del Comune di Livorno il 5 aprile scorso quando, tra gli altri documenti, le fiamme gialle acquisirono anche i pc dello stesso Nogarin e dell’assessore al Bilancio Gianni Lemmetti, finito a sua volta nei guai. È nell’atto intitolato «decreto di consegna», che i magistrati elencano le ipotesi di reato per le quali si procede. Così oltre alla malversazione ai danni dello Stato in concorso per «l’utilizzo del contributo a fondo perduto corrisposto ad Aamps nel 2013 (era il Pd al governo della città) per poco più di un milione di euro»; l’omissioni di atti d’ufficio sempre per il medesimo contributo pubblico e l’abuso d’ufficio riferita al l’erogazione di 1,6 milioni da parte del Comune ad Aamps per i servizi extra Tia (sempre nel 2013), comparivano anche altri capi d’imputazione: tre falsi in bilancio relativi al 2012, 2013, 2014, la bancarotta fraudolenta e un altro abuso d’ufficio.

Falso in bilancio. Delle tre annualità che gli investigatori contestano a chi ha amministrato Aamps, solo l’ultima riguarda - in parte - la gestione a Cinque Stelle. In particolare l’approvazione del bilancio 2014 avvenuta il 19 novembre 2015 e come i due precedenti aveva ricevuto il parere negativo dei revisori: «Il bilancio non rappresenta in modo veritiero e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria e il risultato economico», disse il presidente dei revisori Carpano prima di portare i conti al tribunale delle imprese.

Abuso d’ufficio. L’atto contestato al sindaco Nogarin e dal quale si ipotizza l’abuso d’ufficio, risale alla revoca del cda presieduto da Aldo Iacomelli il 7 gennaio 2016. Quel giorno era in programma la riunione del cda per deliberare il concordato. Ma il consiglio non si riunì perché quando Iacomelli varcò la soglia di Aamps, un vigile gli notifica la revoca dall'incarico. Lo stesso accade al consigliere Di Gennaro.

Il cda ha «ritardato l'adozione dei provvedimenti deliberati dal socio - furono le giustificazioni -, che sono urgenti e indifferebili». E poi: «Le motivazioni addotte dagli amministratori di Aamps che hanno provocato il ritardo nell'assumere la delibera 152 (il concordato, ndr) inducono a ritenere che gli stessi non possiedono l'esperienza e le capacità per affrontare lo stato di crisi attuale».

Ma l’atto di revoca, mai passato al vaglio dell’avvocatura civica nè firmato da alcun dirigente ma redatto dall’avvocato Lanzalone, infrange - secondo i pm - la delibera del consiglio comunale 95 del 2009, che regolamenta il procedimento di revoca degli organi delle partecipate.

IL POST DEL SINDACO

La guida allo shopping del Gruppo Gedi