Omicidio di via Roma, le intercettazioni: «È uno st..., uccidiamolo laggiù», così l’ex carabiniere si è tradito

Agostino Ceci nella sua auto

Nell’ordinanza i monologhi che incastrerebbero Agostino Ceci per il delitto del marito dell’amante. Per il pm c’era anche il pericolo di fuga: «La casa messa in vendita, si era liberato di scooter e moto»

LIVORNO. È la coscienza di Agostino Ceci, l’ex carabiniere arrestato per il delitto del marito dell’amante, a parlare - a volte sottovoce, altre quasi urlando con sé stesso - e a tradire il parà in pensione mentre ripercorre a bordo della sua Fiat Panda i luoghi del delitto. Un viaggio nella memoria lungo oltre due mesi che ha la sua catarsi intorno alle 17 dell’11 aprile scorso mentre il sessantaquattrenne si trova in via Ascoli. «Sto stronzo», dice oltrepassando l’ingresso del palazzo dove il marito dell’amante, Zviadi Khurtsidze, era andato la sera del 6 febbraio a trovare alcuni amici prima di essere accoltellato all’incrocio tra via Vannucci e via Roma.

Quindi, due minuti più tardi, aggiunge riferendosi alla vittima: «È uscito, uccidiamolo laggiù». Il flusso di parole che viene registrato mentre l’ex militare si trova nell’abitacolo dentro al quale la squadra mobile ha piazzato una cimice appena scoperta la relazione con la donna, è uno degli elementi che hanno portato il giudice per le indagini preliminari Antonio Del Forno a firmare la richiesta di arresto presentata il 6 aprile scorso dal pubblico ministero Gianfranco Petralia.

Indizi che si sommano al movente, ai filmati registrati in via Zambelli dove si vede la vittima mentre viene pedinata da un uomo il cui profilo è simile a quello di Ceci e all’assenza di un alibi. «Quella sera ero a casa da solo», ha sempre ripetuto. Ma adesso emergono altri due particolari emersi nelle ultime settimane: «L’ex carabiniere - spiega chi indaga - ultimamente ha messo in vendita la casa e ha già venduto la moto e lo scooter». Elementi che hanno fatto ipotizzare un «reale pericolo di fuga all’estero».

Le intercettazioni. Scrivono gli inquirenti a margine delle trascrizioni per motivare il valore delle parole del promoter appassionato di ballo liscio: «È estremamente significativa della maniera ossessiva con cui Ceci, quando è da solo, ripercorre nella sua mente, ripassando i luoghi e le strade dove si è consumato l’omicidio, il film della giornata in cui ha ucciso il marito della sua amante, che può essere noto soltanto all’assassino».

Il 19 febbraio scorso, ad esempio Ceci, intorno a mezzogiorno, percorre la strada che da Collesalvetti lo porterà nella sua casa di Colognole dove martedì è stato arrestato. «Ora - dice - mi sento più pulito». Pochi secondi dopo aggiunge, con voce più alta: «Non dovevamo». Passa un minuto e riflette quasi assolvendosi per ciò che ha fatto come qualcosa di ineluttabile: «Era meglio se andavo a ballare, guarda, quella sera. Ci volevo andare perché il sabato non ci sono mai stato. Ma siccome questa Manuela, venerdì vuole che andiamo, la domenica vuole che andiamo, eh no, mi riposo (Manuela)...».

Nelle sue digressioni ad alta voce, l’ex carabiniere parla anche dell’arma del delitto, mai trovata dagli investigatori nonostante le perquisizioni e i sequestri. O almeno questo è il significato che il giudice dà alle parole che Ceci pronuncia alle 20,27 del 16 febbraio nella zona i via del Levante: «L’ho buttata qua». Un concetto che viene ripetuto anche l’11 aprile mentre percorre di nuovo lo stesso tratto di strada, quello davanti alla Wass. «Il sangue non lo trovate».

Due frasi che hanno fatto pensare agli investigatori che l’ex parà avrebbe gettato in questa zona sa l’arma del delitto che gli indumenti sporchi di sangue. Ma dalle intercettazioni emerge anche un dubbio, che la sera del delitto Ceci non fosse andato in via Roma per uccidere ma per incontrare il marito dell’amante e restituirgli un capo di biancheria intima della donna. «Si era fatto solo per parlare», dice. Quello che è successo quando i due uomini si sono trovati faccia a faccia è nelle urla arrivate fino al secondo piano del palazzo.

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