Omicidio via Roma, arrestato l’ex carabiniere: «È l’assassino, ha ucciso per gelosia»

Livorno, a distanza di 73 giorni dal delitto in carcere Agostino Ceci, 64 anni. «Movente passionale», decisivi filmati e intercettazioni ambientali

LIVORNO. Sono andati a prenderlo e ad arrestarlo dentro all’alibi che si era costruito, nel casolare di Colognole dove vive e dove per oltre due mesi ha giurato e spergiurato di aver trascorso - da solo - la notte del delitto.  Il castello difensivo di Agostino Ceci, 64 anni, è però crollato nel tardo pomeriggio di ieri, 73 giorni dopo l’omicidio, davanti all’ordinanza di custodia cautelare che gli agenti della squadra mobile gli hanno mostrato prima di trasferire l’ex carabiniere paracadutista del Tuscania, in una cella del carcere delle Sughere con l'accusa di omicidio volontario premeditato.

Secondo il giudice per le indagini preliminari Antonio Del Forno, la sera del 6 febbraio scorso, all’incrocio tra via Roma e via Vannucci, il parà in pensione ha ucciso per gelosia con due coltellate - una alla schiena, l’altra la cuore - Zviadi Khurtsidze, 40 anni, marito della donna con la quale da cinque anni aveva una relazione, interrotta a metà gennaio dopo l’arrivo in Italia dell’uomo.

Un delitto passionale, dunque, che il promoter - così si definisce sulla sua pagina Facebook - con l’hobby del ballo liscio, ha pianificato nei minimi particolari: ha seguito la vittima mentre andava a casa di amici intorno alle 19, poi lo ha aspettato per oltre due ore, prima di accoltellarlo, scappare e far sparire l’arma del delitto. Gli indizi che hanno convinto il gip ad accogliere la richiesta del pubblico ministero Gianfranco Petralia sono contenute nelle 56 pagine dell'ordinanza di custodia cautelare già notificata anche agli avvocati del sessantaquattrenne, Francesco Gristina e Marco Talini.

All’interno anche intercettazioni ambientali, filmati, testimonianze e la sentenza di condanna a un anno e sei mesi (ridotta a dodici mesi in appello) che Ceci ha subito nel 2008 per aver forato le gomme dell’auto della ex per sessanta volte. Un particolare che secondo gli inquirenti «tratteggerebbe una personalità aggressiva e vendicativa», capace anche di uccidere.

Detto questo, però, al momento, nelle mani degli investigatori, non c’è la prova regina che inchiodi l’ex carabinieri, ma una serie di indizi. L’arma del delitto, ad esempio, non è mai stata trovata, non ci sono testimoni oculari, e sugli abiti dell’indagato non sono state trovate tracce biologiche della vittima.

I filmati in via Zambelli.Ci sono però le immagine registrate alle 19,05 del 6 febbraio scorso dalle telecamere della caserma della Capitaneria di porto in via Zambelli dove si vede la vittima camminare in direzione di via Ascoli. Zviadi Khurtsidze si sta dirigendo a casa di alcuni amici per prendere in prestito un rasoio. Passano una ventina di secondi e sullo stesso marciapiede compare un altro uomo che indossa un giaccone scuro.

L’immagine è sgranata, ma la stessa figura si vede tornare indietro alcuni minuti dopo. Secondo il giudice, l’uomo che segue la vittima prima di desistere e tornare indietro è proprio Agostino Ceci. Per verificare che la sagoma che pedina la vittima poche ore prima del delitto sia il militare in pensione, che tra l’altro in via Zambelli ha alcuni garage, gli investigatori - con una scusa - gli hanno fatto percorrere circa un mese dopo l’omicidio lo stesso percorso. È dalla sovrapposizione delle due camminate che gli inquirenti hanno trovato della somiglianze che hanno convinto il giudice a collocare Ceci nella zona dell’omicidio.

Il movente. Agostino Ceci, come detto, era l’amante della moglie della vittima. «Avevamo una relazione da cinque anni», ha ammesso. Addirittura la donna aveva presentato il nuovo compagno anche ad alcuni familiari nel corso degli anni. Qualcosa però era cambiato quando nell’ottobre scorso a Livorno è arrivato il marito della donna. L’uomo, che è entrato nel nostro paese con un passaporto lituano falso con sopra il nome di Vitali Kimpis, ha tentato in questo modo di rimettere in sesto la relazione con la moglie anche su richiesta dei figli.

I due sono tornati a vivere insieme, al secondo piano del palazzo al numero 326 di via Roma, dividendo la casa con un’altra coppia di connazionali. A metà gennaio poi, la rottura della relazione tra l’ex parà del Tuscania e l’amante alla quale l’uomo aveva chiesto più volte di lasciare il marito. Secondo gli investigatori sarebbe nato nelle settimane successive da parte del sessantaquattrenne il piano criminale per eliminare, il rivale: la persona che lo divideva dalla donna che amava. «Quella sera ero a casa», ha cercato di spiegare nel primo interrogatorio davanti al pm. Un alibi che le accuse hanno adesso sgretolato.