Una livornese alla Casa Bianca, è l'interprete ufficiale del presidente Obama

Livorno, Elisabetta Savigni si racconta: dopo Clinton e Bush, da vent'anni fa da ponte tra Stati Uniti e Italia

LIVORNO. L' ultima volta che le telecamere del mondo la immortalano é lo scorso 8 febbraio: stanza ovale, al suo fianco c'è l’uomo più potente del pianeta, Barack Obama, accanto c'è il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Grazie a lei Italia e Stati Uniti comunicano. Discutono di guerre e di pace.  Parlano di emergenza profughi. Di Isis. Dei cambiamenti climatici. Si stringono accordi di importanza capitale. Lei, cresciuta a cacciucco, passeggiate sul mare e schiacciata del Nencioni, é la livornese Elisabetta Savigni ormai da vent’anni interprete ufficiale della Casa Bianca.

“Mi racconto volentieri al quotidiano della mia città, è un’eccezione che faccio perché porto Livorno nel cuore: per la Casa Bianca sono sotto il segreto di Stato, prima di cominciare questo lavoro ho firmato il nullaosta di segretezza al più alto livello, si tratta di un requisito fondamentale per poter lavorare al fianco del presidente. Sono orgogliosa di dire che sono stata insignita dell’onorificenza di Commendatore dal Presidente della Repubblica Napolitano”, sottolinea al telefono da Washington dc, la città dove abita dall ' 89 con il marito e le due figlie Micol e Tessa.

"Nonostante abbiano 33 e 27 anni sono le mie bimbe, a Livorno si è sempre bimbe", ci scherza su. Finalmente un po’ di slang di casa. Non è facile trovare del tempo per esercitarlo, impegnata come è tra capi di Stato, summit internazionali e una quotidianità melting-pot dove con le figlie si rivolge in italiano, con il marito in francese e poi utilizza l’inglese nella vita di tutti i giorni. "Qui livornese non lo parlo mai, ma appena torno in città faccio come dottor Jekyll e mister Hyde, le mie radici tornano subito fuori", racconta lei che a fine marzo sarà impegnata al Vertice Mondiale di Sicurezza Nucleare, oltre ad insegnare nell’Università del Maryland e ad essere nel pool delle interpreti del Comitato Olimpico Internazionale.

Clinton, George Bush. Adesso Barack Obama: che effetto fa essere a fianco degli uomini più potenti del mondo?

«Nonostante la mia esperienza, vivo sempre con grande emozione ogni incontro presidenziale: rivestiamo un ruolo strategico per cui serve una profonda preparazione. Eppure non mi abituo mai: ogni volta perdo mezzo chilo perché il giorno prima e quello dopo mi si chiude lo stomaco e non mangio».

Savigni con Obama e Papa Ratzinger durante la visita avvenuta in occasione del G8 dell'Aquila

Può raccontarci degli aneddoti?

«Siamo tenuti alla massima segretezza, posso comunque dire che ho vissuto il presidente Clinton nel suo secondo mandato: è un brillante e abile uomo politico; George Bush è una persona estremamente carina che conquista con la sua cordialita e Barack Obama è una svolta epocale per gli Stati Uniti, che nonostante tutto, è un paese ancora molto razzista».

Parla di Obama con grande entusiasmo.

«E' una persona vera, lo adoro: crede veramente in quello che fa e ogni volta che parla accende una profonda riflessione. Non capisco come si fa ad attaccarlo: una cosa che colpisce e il suo grande amore verso la moglie. Ricordo che l'ho accompagnato al G8 che si tenne all'Aquila, le mogli dei presidenti avevano un protocollo separato dai mariti e lui era molto scontento di non poter vedere Michelle. Quando l'ha rivista a Roma, in occasione dell'incontro con papa Ratzinger, era al settimo cielo».

Cosa si prova ad entrare e uscire dalla Casa Bianca e salire sull'aereo presidenziale? «La Casa Bianca ti colpisce perché è piccola in confronto ai palazzi presidenziali degli altri paesi ed è solare e luminosa come una bella residenza di campagna, salire sull'aereo presidenziale ti dà una sensazione proprio estatica e poi far parte del corteo presidenziale, scivolare veloce per le strade delle capitali con il traffico che ti si apre davanti come le acque del mar Rosso».

Elisabetta Savigni al mare al Castel Sonnino

Lei è partita da Livorno molto giovane e ci tiene a dire che ha fatto molta gavetta.

«Nessuno ti regala niente e partire dal basso riempie di soddisfazione: io ho fatto sia il liceo linguistico che la scuola per interpreti e traduttori a Firenze. Ho iniziato questo lavoro vincendo una borsa di studio per la Comunità Europea, poi facevo l'interprete freelance per la Farnesina: una volta conosciuto mio marito che è svizzero mi sono sposata e sono partita con lui che per lavoro girava il mondo. Abbiamo abitato a New York, Ginevra, Bolzano, Dubai e nell'89 ci siamo trasferiti a Washington. Intanto mi ero fatta conoscere nell'ambiente perché lavoravo come interprete alla base Nato di Verona».

1989, la sua svolta coincide con la caduta del Muro di Berlino.

«In quegli anni ho passato l'esame per diventare interprete per il Dipartimento di Stato, che è il nostro Ministero degli Affari Esteri: questo è l'ente che fornisce gli interpreti alla Casa Bianca. All'inizio, per molti anni, ho fatto tanti piccoli lavoretti, poi finalmente mi sono guadagnata la fiducia del Governo ed è arrivata la domanda "top secret": il nullaosta di segretezza al più alto livello è stato il trampolino che mi ha permesso di lavorare a fianco delle più alte cariche dello stato americano».

A fianco dei presidenti Usa ha incontrato anche molti capi di governo italiani e presidenti della Repubblica.

«Mi ricordo nel 2009 il primo incontro tra Obama e Berlusconi: ero nell'ufficio ovale in consecutiva, ci tenevo a far bene perché era il primo incarico che avevo ricevuto dal neo presidente degli States Obama: visto che ero stata l'interprete di Bush, lui era molto sospettoso. Ma fu un successo ».

Renzi lo ha mai incontrato? «Certo che sì, la prima volta che l'ho conosciuto era sempre sindaco di Firenze: mi ricordo che gli dissi "chissà che un giorno non ci rivediamo alla Casa Bianca" e così è stato. La prima volta che ci siamo visti a Washington abbiamo ricordato questo momento».

L'incontro con l'ex presidente della Repubblica Ciampi le è rimasto nel cuore: due lvornesi alla Casa Bianca.

«E' stata una grande emozione, mi ricordo che quando finii la traduzione conclusi con un "dé è finito" e lui disse "qui c'è un'altra livornese (alla Casa Bianca". Questo e' successo durante il G7 a Denver quando ero in cabina di traduzione simultanea, non avrei potuto dire una cosa cosi alla Casa Bianca dove lavoravo in consecutiva»

Che effetto le fa guardare la sua città da lontano?

«Ho visto recentemente su Rai International il programma Linea Verde su Livorno, c'era una ripresa aerea della nostra città, come e ' bella! Mi ha colpito vedere la struttura dei mercati dall'alto lungo i fossi, che magnifica costruzione e poi la fortezza, il lungo mare, la terrazza Mascagni. Mi ha dato una voglia struggente di tornare . Ma bisogna tenerla bene oltre che amarla».

Lei è nata e cresciuta a Montenero e nella sua città torna appena può per salutare sua mamma, sua sorella e i parenti. E quando torna in Usa è sempre molto arrabbiata. Perché?

«Quando si vive all'estero si diventa molto nazionalisti: vado fiera della mia città ma ogni volta che vengo mi avveleno dalla rabbia. Troppa sporcizia e degrado: abbiamo un lungomare naturalmente bellissimo tenuto aimé troppo male. E' un po' il problema dell'Italia tutta, non riuscire a valorizzare le sue bellezze e il patrimonio artistico che ha, unico al mondo».

Quali sono i "suoi" luoghi e le sue abitudini livornesi?

«Appena arrivo faccio lunghe passeggiate sul mare, all'Ardenza, ad Antignano; d'estate poi nessuno mi tocchi gli scogli del Romito. Vado spesso alle Vaschine, dopo il Sonnino e al moletto di Quercianella. Quando torno negli States faccio incetta di schiacciata del Nencioni e poi porto quanto più cibo possibile: in America trovi tutto ma non è la stessa cosa».

E a casa, a Washington, riesce ad essere un po' livornese, magari in cucina?

«Certo che sì, quando posso cucino cacciucco alla mia famiglia con il pesce che riesco a trovare qui e sono riuscita anche a fare la torta».

Uno sguardo ai giovani italiani, ai cosiddetti cervelli in fuga che nel Belpaese non trovano lavoro.

«Riguardo alla fuga dei cervelli, bisogna fare in modo che tornino in Italia cambiando le regole del gioco: importare dagli Stati Uniti (solo) le cose buone come per esempio la meritocrazia, l'ottimismo e la promozione dell'imprenditorialita' fra i giovani soprattutto nel campo della salvaguardia dell'ambiente e dei beni culturali».