Crescono i risparmi in città e le banche vanno alla conquista

La sede della bacnca Carige

Livorno, cambia il paesaggio bancario livornese, in cui si rinforzano anche istituti a vocazione territoriale dopo la scomparsa della "Cassa" locale e i guai del Monte dei Paschi

LIVORNO. Le insegne della Banca Popolare di Spoleto: al posto di quelle della capogruppo Desio fra la sinagoga e le Poste centrali all’ex Excelsior. Il marchio di Banca Mediolanum: sugli scali D’Azeglio, così come la targa di IwBank – un po’ più in là lungo quelli che chiamavano i “lungarni di Livorno” – come web-banca di un network di Popolari, soprattutto lombarde. Stesso dna on-line ma con provenienza Monte Paschi per Widiba, che troviamo a un tiro di sasso da Palazzo Civico. Fra il retro della cattedrale e l’inizio della “City” di via Cairoli, là dov’era il negozio Baldi Sport è sbarcata la Banca di Cascina. Invece in periferia, sull’asse della zona artigianale del Picchianti, ecco la sede di Banca Carige: l’abbiamo vista tutti sulle maglie amaranto come sponsor del Livorno calcio ma operativamente in città ha messo piede un po’ più tardi. Basta semmai tornare indietro di qualche altro anno ancora, l’elenco potrebbe continuare con Ugf, l’istituto di credito targato Unipol, che acquisisce uno spazio dentro la “fortezza” dei portuali. Oppure con Credem, che ormai dalla metà del decennio scorso ha preso il posto di Credit Suisse nella magnifica palazzina Zalum d’inizio Novecento sul lungomare.
L’elenco potrebbe continuare a lungo: mostra i tanti piccoli cambiamenti del panorama bancario cittadino che, se sommati gli uni agli altri, finiscono per mostrare che il “paesaggio” livornese del settore è parecchio cambiato. Dipende dal fatto che non c’è più la “banca della città” (anche se il Banco Popolare cerca di raccoglierne l’eredità dopo averne acquistato tanti anni fa gli sportelli) e si è indebolito il ruolo che per sostituzione aveva preso a ricoprire il Monte Paschi.
È una realtà che raccontano alcuni funzionari di banca in cambio ovviamente dell’anonimato e la conferma arriva, per converso, dai tanti tentativi di ritagliarsi uno spicchio di mercato da parte anche di tanti soggetti che si presentano con un identikit del tutto localistico: basti pensare all’azione di Casse di risparmi come San Miniato e come Volterra o all’espansionismo di realtà del credito cooperativo come Castagneto Carducci, Cras (Sovicille-Chianciano) o Cascina.

Eppure il report della newsletter della Camera di Commercio sembra raccontare una storia differente. Fino all’estate 2012 – anche durante la crisi choc che abbiamo importato dagli Usa tramite subprime e Lehman Brothers – nella nostra provincia, un trimestre dopo l’altro, si contavano 210-212 sportelli. Dall’autunno di quattro anni fa alla primavera successiva spariscono di colpo dieci sportelli, anzi di più se è vero che alla fine del 2014 il numero scende ban al di sotto di quota 200, salvo poi risalire per due volte consecutive nella prima metà dello scorso anno.
È da tener conto, comunque, che nel decennio scorso ne avevamo molti meno: figurarsi che a cavallo fra l'autunno 2004 e il settembre di quattro anni più tardi gli sportelli degli istituti di credito sono balzati in provincia di Livorno da 181 a 210, 29 in più in appena un quadriennio.
Qualcosa non torna rispetto ai dati della crisi. È sotto gli occhi di tutti che l’economia fa fatica eppure – affermano i ricercatori del Centro studi Camera di Commercio – «come già negli anni passati, per la provincia di Livorno si calcola una presenza media di sportelli bancari superiore a quella toscana ed italiana sia per comune sia per impresa». Abbiamo uno sportello bancario ogni 141 imprese, nel resto d’Italia sono uno ogni 170. E uno standard di dieci sportelli per ciascun Comune, tre volte di più di quanto avviene nel resto del Bel Paese (3,8).
Non torna nemmeno dal punto di vista dei depositi: fra banche e bancoposta i dati di Bankitalia aggiornati alla fine del settembre scorso parlano di 5,6 miliardi di euro di depositi nella nostra provincia. Aumentati del 7,3% rispetto a dodici mesi prima (e del 20,8% se paragonati a quattro anni prima): per i nostri “cugini” pisani l’incremento arriva a fatica appena un soffio oltre l’un per cento e in provincia di Lucca non arriva al 3,8% e anche a Firenze non si va oltre il 6,1%. Tant’è vero che complessivamente in Toscana l’incremento resta inchiodato sotto i due punti percentuali. C’è un po’ di ricchezza che non si vede a prim’acchito e le banche fanno a gara per conquistarla.
Ma è un risiko complicato e la mancanza di un istituto egemone è probabilmente l’aspetto-chiave della spiegazione, stando alle opinioni raccolte fra gli addetti ai lavori. Una riprova potrebbe essere data da un rilievo che arriva dall’équipe del Centro studi Cciaa: gli sportelli livornesi «evidenziano, storicamente, un certo ritardo sia per quanto riguarda l’ammontare medio depositato, sia per quello impiegato».
Sta di fatto che l’impennata dei conti in banca (e alle poste) sembra avere a che fare anche con un altro elemento: l’allargamento della forbice delle diseguaglianze. E qui a certificarlo c’è l’anndamento delle dichiarazioni Irpef: l’incremento del numero dei ricchi con lo scaglione massimo è compensato dall’assottigliamento del ceto medio.
 

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