Quella telefonata al giornale, la corsa in scooter e il fuoco

La tragedia del Moby Prince nell’audizione in Senato della nostra Elisabetta Arrighi «A mezzanotte in capitaneria scoprimmo che a bordo c’erano 141 persone»

Il lavoro da fare non è dei più semplici, perché bisognerà pescare non solo nelle carte, ma anche nella memoria delle persone, dei testimoni che a diverso titolo furono protagonisti delle ore, delle settimane e dei mesi che seguirono quel maledetto 10 aprile 1991. Nel mezzo ci sono venticinque anni di verità mancata e soprattutto il senso di ingiustizia che avviluppa il cuore dei familiari delle 140 vittime. La tragedia del Moby Prince sembra lontana, ma è sempre qui in mezzo a noi, sospesa in un limbo dal quale, questa volta, proverà a toglierla la commissione d'inchiesta del Senato.

Dentro il Moby, le immagini dei soccorritori

A Roma, già da alcune settimane, la commissione istituita la scorsa estate ha cominciato a convocare uomini politici (come i senatori Altero Matteoli e Vannino Chiti, già presidente della Toscana), esperti di porto e sicurezza portuale (come l'ingegner Giovanni Motta dell'Autorità portuale), a breve siederà in un'auletta di Palazzo Carpegna, attiguo a Palazzo Madama, anche il dottor Luigi De Franco che dell'inchiesta sul disastro fu titolare come pubblico ministero. Arriveranno anche alcuni avvocati di parte civile e giornalisti - come la sottoscritta che la sera della tragedia giunse per prima nel porto di Livorno insieme al fotografo del Tirreno Riccardo Repetti - per raccontare una delle più angoscianti stragi in termine di morti del nostro Paese.

Una strage sul lavoro (a bordo del Moby c'erano una settantina di marittimi dei quali si salverà solo il mozzo Alessio Bertrand) e di passeggeri che andavano in Sardegna a trovare i parenti (gran parte delle vittime erano infatti originarie dell'isola) oppure semplicemente per una breve vacanza rilassante di inizio primavera.

Proprio ieri la commissione senatoriale mi ha ascoltato come testimone. Un'audizione libera per raccontare quella terribile sera. «Vogliamo capire ascoltando più voci possibile, quello che successe, perché il Moby Prince andò a sbattere contro la petroliera AGIP Abruzzo», ha sottolineato il presidente Silvio Lai.

Quella telefonata al giornale alle 22.30... Così ho cominciato a raccontare, a tirare fuori ricordi lontani ma ancora nitidi. «Ero seduta alla mia scrivania in redazione al Tirreno e stavo terminando di scrivere un pezzo. Il centralinista di turno, si chiamava Alessandro, mi chiamò che erano le 22.30. Ricordo ancora che guardai l'orologio, come un riflesso condizionato, quando il collega mi disse che c'era al telefono un uomo che diceva di vedere un fuoco in mare... Fu il sesto senso del cronista a dirmi che nonostante lo sconosciuto parlasse un po' strascicato come fanno le persone alticce e non volesse dare il suo nome, era meglio verificare. Bastò una telefonata all'Avvisatore marittimo del porto per capire che il fuoco c'era davvero. C'è una nave in fiamme, ma non so dirti di piú, mi disse l'operatore. Chiamai subito il fotografo Repetti, andammo in scooter alla Terrazza Mascagni e lontano sull'orizzonte, verso Antignano, si notava un alone rossastro mentre le luci delle navi alla fonda erano sfumate dalla foschia».

Il Moby Prince in fiamme viene trascinato in porto: è l'11 aprile 1991

In capitaneria la lista coi 141 nomi. Mi hanno fatto parlare a ruota libera i senatori della commissione: «Cominciò per me una notte di quelle che segnano per sempre. Dovevo chiedere, verificare, dettare il pezzo al giornale dalla cabina telefonica davanti alla Capitaneria di porto dove ci recammo con il fotografo verso le 23. E allo stesso tempo c'era da affrontare, dal punto di vista umano, il dolore della morte. Con il passare delle ore, quando era passata da un po' mezzanotte, fu chiaro che contro la petroliera AGIP Abruzzo alla fonda era finito il Moby Prince. Seppi subito, nella saletta operativa della Capitaneria che allora non aveva strumenti sofisticati, ma una radio, il telefono, le carte nautiche, che a bordo c'erano 141 persone. I loro nomi erano scritti sulla lista passeggeri e per i marittimi sui fogli d'imbarco. Un elenco lunghissimo come quello che oggi si può leggere sulla lapide al varco del Porto Mediceo. In banchina il dolore diventò presto collettivo, mentre la visibilità si riduceva per il fumo misto a nebbia che stava ammorbando l'aria anche a terra, a quattro o cinque chilometri di distanza dal luogo del disastro. Una tragedia che gli occhi pieni di lacrime di una donna, una mamma, raccontavano sulla banchina del porto il lutto che, da quella notte, ha accompagnato ogni giorno della sua vita e di quella di altre 139 famiglie».

Un cold case in mano a super esperti. Il prossimo 10 aprile saranno 25 anni, e la commissione del Senato sarà a Livorno. «Ci saremo - ha ribadito ieri il presidente Silvio Lai - per essere vicini ai parenti e dire loro che ci stiamo impegnando al massimo per cercare la verità». Ma forse in occasione dell'anniversario potrebbe esserci una svolta nella nuova indagine senatoriale, perché la tragedia del Moby Prince è ormai a tutti gli effetti un cold case, un 'caso freddo' sul quale si torna a lavorare con forza e con specialisti di alto livello. Lai ha spiegato che collaboreranno tecnici di corpi specializzati e altri esperti perché sarà necessario rileggere - soprattutto alla luce delle tecnologie oggi disponibili - molti aspetti ancora dubbi della tragedia, cercando nello stesso tempo di poter disporre degli eventuali tracciati radar (americani) di cui si parla da sempre, ma che mai sono venuti fuori. «Ci sono aspetti da rivedere poi con grande attenzione riguardo al tema dei soccorsi», ha aggiunto il senatore livornese Marco Filippi.

Tutte le domande senza risposta. Proprio i soccorsi, durante l'audizione di ieri (dalle 12 alle 14) sono stati uno dei punti sui quali i senatori hanno appuntato la loro attenzione, rivolgendomi sul tema tantissime domande. «Quella lontana notte, molte cose non funzionarono per il verso giusto. Si è parlato molto di mancanza di coordinamento - ho raccontato sottolineando che al di là della cronaca, negli anni, ho elaborato un mio giudizio sui tragici fatti del 10 aprile 1991 - di eventi lasciati al caso, dell'assenza di iniziative che - forse - potevano salvare qualche altra vita».

La T Shirt voluta dai familiari

Come ha evidenziato un senatore quando ha parlato del marittimo che poco prima dell'alba dell'11 aprile si arrampicò da un rimorchiatore fin sul ponte del Moby per agganciare il cavo di traino verso il porto. E allora - è la domanda - potevano i soccorritori salire sulla nave già devastata dalle fiamme per verificare se qualcuno, anche dopo ore, poteva essere ancora in vita?

I soccorsi, ma anche la questione della nebbia (c'era o no?), la posizione dell'Agip Abruzzo, il punto esatto della collisione, la sicurezza a bordo sia del Moby che della petroliera, le navi militarizzate americane alla fonda in rada, l'esplosione nel locale delle eliche di prua... Sono alcuni dei punti che i familiari hanno evidenziato nella relazione consegnata alla Commissione il 17 dicembre scorso quando vennero sentiti Loris Rispoli presidente dell'associazione 140 e Angelo Chessa presidente della 10 Aprile. I senatori hanno due anni per lavorare, è l'ultima carta per dare finalmente un po' di pace a chi, da 25 anni, chiede veritá e giustizia.