Il Piulle, oste poeta tra gli artisti

Il Piulle nel suo ristorante

Bobo, Nada, tanti altri: nel suo locale si mangia, si beve e ci si incontra

LIVORNO. “Nella infinita serie di coincidenze sfortunate quale è la vita (no, scusate, non è infinita), le occasioni di grazie si evidenziano con maggiore forza. Una di queste è l’incontro con l’oste poeta (no, non ho detto osteopata) Paolo Castellani, meglio conosciuto come: il Piulle. Ma oste non è corretto, egli è oltre il liquido e il solido, poeta non è preciso, egli è oltre il verso e la ragione.”. Interruzione firmata Aldo Galeazzi, interruttore a sua volta, o se volete autore livornese, per descrivere chi, dentro Livorno, si è ritagliato un angolo di raffinata popolarità e ogni sera accende le sue luci per accogliere. In via dell’Angiolo, dove la via Grande imbocca uno dei suoi vicoli di memoria c’è un’osteria dove il Piulle stappa bottiglie come parole, per condividerle con i suoi clienti e con quella cerchia di artisti che bazzicano il locale: cantanti, musicisti, attori, comici, scrittori e poeti, equilibristi dell’anima appesi al filo delle notti da sopportare.

Il Piulle con Bobo Rondelli nel suo locale

Qualche nome? Bobo Rondelli, ovviamente, perché “senza osterie – dice lui stesso – non si fecondano idee, energie nuove, né più gioie e malinconie poetiche…”. Lo dice, anzi lo scrive, nella prefazione al libro di Gian Paolo “Piulle” Castellani intitolato “Vieni e porta tutto di te”. Perché mai questo titolo? «E’ un abbraccio al mondo, un modo per chiedere scusa – risponde l’autore – e dire che si continua ad amare anche quando una storia finisce. Il “Vieni” è imperativo e chiede di portare tutto di sé, anche quello che non mi è piaciuto, che è l’espressione del mio limite». Così si scopre che l’oste è anche poeta; Belforte Cultura ha creduto in lui e pubblicato il suo libro d’esordio, inaugurando la Collana “Solidi e Liquidi” con una collezione di poesie forsennate, amabili e versate in calici di pensieri, per dar loro ordine, sapore e concretezza; senso del potere e della seduzione che spetta alla parola.

Poco più di 70 pagine di versi intervallati alle fotografie di Marco Filippelli e da tre interventi d’autore: la prefazione di Bobo Rondelli, che nell’osteria del Piulle ritrova “quella familiarità allargata da periodo della guerra e dopoguerra” e lì confida “negli uomini che amano ascoltare o scrivere parole, i pochi forse in grado di fermare plotoni di esecuzione”; l’interruzione (si è mai vista prima una cosa del genere in un libro?) di Aldo Galeazzi, che in via dell’Angiolo vede cominciare, quando alla sera le ore si fanno piccole, “un teatro, una piccola e profonda rappresentazione della condizione umana, la tragica ironia del dubbio d’esistere”; la post fazione di Dario Gentili. Quando il locale si apre al pubblico comincia un giro di frequentazioni e accoglienza: donne e amanti, amici e forestieri, anche qualche vip.

“Viene spesso Nada da me – dice il Piulle – e dice che sono il poeta più ciampiano che abbia mai letto”. Poi c’è Michele Crestacci, l’attore comico che al mattino lavora al mercato, quindi colleziona e poi riporta a modo suo perle di livornesità; Appino, il cantautore pisano che ha scelto Livorno, e come lui tanti musicisti che si siedono a condividere la cena e, soprattutto alla domenica o al lunedì, imbracciano gli strumenti e danno sfoggio del loro repertorio, mentre agli altri tavoli si pasteggia, si confabula, si assiste e si è parte di un teatrino posato su mura d’arancio coperte di fotografie d’epoca e aforismi popolari. Tipo: “Beati son gli andati, quelli ad andare ancora hanno da penare, ma il meglio ha sempre da venire”. Così, scrive Galeazzi: “Siete adesso invitati, a qualsiasi ora vi presenterete sarete puntuali, amati, smascherati, respinti e di nuovo accettati”. Quando poi la notte vince e si abbassa la saracinesca, il Piulle mica smette di agire: cambia gli strumenti, dai cavatappi alla penna, dai fornelli a un tavolo, ove comincia la sua poesia, “come se da cuoco – scrive Bobo – continuasse a cucinare parole estratte dalle sue viscere”.

E nei suoi versi parla d’amore, di incontri fugaci e sguardi perenni; parla anche di solitudine, come delizia che, accompagnata dall’alcool e da una sensibilità visionaria, “rende fertile – scrive Gian Paolo – l’aspetto poetico, quindi non c’è bisogno di te, ma della tua assenza, così che l’abbandono diventi naufragio”. Nel suo vagare tra immagini e parole calpesta la città e si innamora di una gru, perché lei “è una giraffa umana” che trascina “noi altri “su” insieme a lei ad accarezzar le stelle”. Ce n’è anche per Livorno nei suoi versi: secondo il Piulle Effetto Venezia “non esiste, è un’illusione ottica. E’ lo spazio della mente dove il “popolo” proietta un senso di libertà…C’è il mercante senza guida, c’è l’attesa senza sapore, né sapere…lì regna la presenza dell’insulto!”. Niente di personale, solo un po’ di liberazione, perché «il giorno è fatto per la ragione, la notte per l’istinto», sostiene il Piulle, ristoratore dagli anni ’80, un po’ poeta e un po’ sognatore, per il quale «Livorno ha una luce bellissima e poi qui non c’è bisogno del terremoto per aiutarsi, c’è un’attitudine ad andare incontro all’altro».