Arrestato per il delitto del cognato si difende: «Non sono l’assassino, quei guanti usati per lavoro»

Ernesto Fiumicello dopo l'interrogatorio in Tribunale

Livorno, ai domiciliari per l’omicidio del 1991 di Francesco Della Volpe, Ernesto Fiumicello si è difeso davanti al giudice durante l’interrogatorio di garanzia

LIVORNO. «Non sono io l’assassino di Francesco Della Volpe. Figurarsi che nel giugno del 1991 non ero nemmeno i Toscana. I guanti e il cappellino trovati nel bosco sulla scena del delitto con le tracce del mio Dna? Li indossavo per lavorare nei cantiere con mio cognato, ecco perché ci sono rimaste impresse per 24 anni».

Ernesto Fiumicello, 60 anni, assassino rimasto fantasma per cinque lustri, compare nei pressi del Tribunale di Livorno poco prima delle 9, scortato da tre carabinieri che all’alba sono andati a prenderlo nella sua casa di Casaglia, piccola località nella frazione di Ronta, nel Comune di Borgo San Lorenzo: venti cascinali arrampicati a 1200 metri d’altezza sull’Appennino Tosco-emiliano. Accanto a lui anche l’avvocato difensore Maurizio Milani che prima di entrare in aula per l’interrogatorio anticipa ai cronisti l’intenzione del suo assistito di parlare e «chiarire tutte le contestazioni che gli sono attribuite». Accuse che hanno portato il giudice per le indagini preliminare Antonio Del Forno a firmare la richiesta di custodia cautelare ai domiciliari con il termine di tre mesi per «esigenze cautelari».

Oltre un’ora in aula. L’udienza nell’aula al primo piano del palazzo di Giustizia dura poco più di un’ora. Fuori, ad aspettare, i miliari del nucleo investigativo dei carabinieri e i colleghi della tenenza di Cecina che hanno condotto le indagini. Dentro l’assistente ospedaliero dipendente dell’Asl di Firenze (e non muratore come scritto ieri ndr) cerca di ricostruire davanti al pubblico ministero Fiorenza Marrara e al giudice, una vita che, in ogni caso, non gli appartiene più: si è separato dalla moglie di allora e ha una nuova famiglia, ma a causa della quale rischia di pagare un prezzo salatissimo.

«Tra gli anni Ottanta e Novanta - racconta - ero sposato con la sorella maggiore di Carmela Granata (pure lei indagata come mandante dell’omicidio ndr), moglie di Francesco Della Volpe. In quel periodo abitavo ancora a Trentola Ducenta, nel Casertano, e lavoravo come spazzino. Ma tra il 1988 e il 1991 sono venuto molto spesso in Toscana, da mia cognata, per fare dei lavori col marito». È in questo periodo che il 35enne Fiumicello avrebbe assistito alle continue liti familiari tra il cognato e la moglie che avevano convinto la moglie a volersi separare.

Le botte tra i due coniugi. «Il rapporto - ha ammesso - era molto burrascoso. Si picchiavano tra di loro: graffi, schiaffi. E la situazione economica sapevo che non era buona. Ecco perché - è il senso della versione dell’indagato - cercavo di calmare le acque». Dal racconto del sessantenne emerge anche un rapporto di collaborazione professionale molto assiduo con la vittima. «Venivo spesso per aiutarlo nel cantiere».

È in questo contesto che entrerebbe in gioco uno degli alibi principali rispetto alle accuse degli investigatore. Vale a dire gli indumenti da muratore, in particolare il guanto e il cappellino, trovati sulla scena del crimine, e dove prima l’esperto nominato dalla procura e poi il laboratorio dei Ris di Roma, hanno ritrovato tracce del Dna dell’indagato. «Era l’attrezzatura che aveva della Volpe e che mi dava per il cantiere». E ancora: «Quando venivo in Toscana portavo solo pochi abiti di ricambio e non i vestiti necessario per il lavoro».

Dunque le tracce ematiche del cognato della vittima sarebbero rimasti impresse su quelli indumenti nei giorni precedenti all’omicidio e non la sera del 30 giugno 1991 quando Francesco Della Volpe è stato massacrato con ventidue bastonate. C’è poi un retroscena che lo stesso Fiumicello ha raccontato al giudice riguardo ai giorni successivi al ritrovamento del cadavere nel bosco di Casagiustri, sulla strada che da Cecina arriva a Montescudaio.

«Fino al giorno del funerale - ricorda Fiumicello - sapevo che mio cognato fosse morto un incidente stradale. Andando a casa dei familiari di Carmela, la mamma di mia cognata mi disse che era stato ammazzato».