«Sono salita sul tetto per difendere la vita degli spazzini»

Delizia Esposito, la spazzina che ha minacciato di lanciarsi dal tetto del municipio

Livorno, Delizia Esposito racconta il suo dramma: speravo di sensibilizzare Nogarin, lui per tutta risposta ha saputo solo proporci un contratto di solidarietà, 36 ore anziché 31 

LIVORNO. Quando aveva 37 anni Delizia Esposito ha capito di avere un sogno: lavorare. «Non l’avevo mai fatto in vita mia, fino a quando mi sono separata. Era il 1999, avevo due figli, di 14 e 18 anni, dovevo mantenerli, crescerli, dar loro una speranza. Ho iniziato a pulire le scale, gli uffici, gli appartamenti, poi un giorno, me lo ricordo ancora come se fosse ieri, sono andata in via Bandi e ho presentato domanda all’Aamps. Mi hanno preso come stagionale ed ero felice. Vedevo quel lavoro come il mio salvagente dalla separazione, in quello stipendio c’era il mio orgoglio di donna in grado di farcela da sola. Per qualcuno, lo so, non si può sopravvivere a pane e cipolla, io invece sono andata avanti e alla fine ce l’ho fatta. Dopo Aamps è arrivata l’assunzione in Arca, poi in Cooplat. Se penso a cosa ho patito, a quanta strada abbiamo fatto io e i miei figli, adesso mi sembra di aver scisso l’atomo. Comprarsi un’auto con il proprio stipendio, permettere a un ragazzino di studiare musica fino a diplomarsi al conservatorio, tirar su due bimbi che oggi hanno 32 e 28 anni, uno fa il musicista, l’altro lavora nell’indotto Eni, e sembrano entrambi usciti da un libro delle fiabe».

Ci sono esistenze in cui la salita sembra non finire mai. Quella di Delizia Esposito è una di queste. Parla con gli occhietti azzurri gonfi di lacrime, la donna che per gli spazzini livornesi è diventata una leggenda dopo esser salita sul tetto del municipio e aver convinto il prefetto Costantino a riaprire il tavolo della contrattazione sindacale.

La proposta di Nogarin: fate la solidarietà. «I miei colleghi mi fanno sentire un’eroina, li ringrazio, ma non era questo il traguardo a cui volevo arrivare - dice -. Volevo provare a sensibilizzare il sindaco Nogarin, fargli capire il dramma di famiglie monoreddito a cui si tolgono 300 euro al mese, il danno sociale e umano che una scelta di questo tipo potrebbe avere su lavoratori con disagi familiari gravi, figli autistici, passati difficili. Nel loro percorso in Cooplat queste persone hanno fatto progressi e le loro famiglie pure, se adesso si mettono alla fame, torneranno indietro, si riapriranno loro le porte del baratro. L’ho detto al sindaco, gliel’ho detto tante volte in queste settimane e anche l’altro giorno sul tetto, gli ho chiesto di aiutarci, ma lui si è dimostrato impenetrabile, glaciale, un cuore di pietra. Sapete l’unica cosa che ha saputo dirmi? Che non era colpa sua. Mi ha fatto anche una proposta: che scendessimo a 31 ore rispetto alle 36 settimanali previste dal contratto, in pratica dei part time. Ma come, gli ho risposto, ancora una volta la solidarietà la chiedete a noi e voi non ci mettete niente?».

Caso Cooplat, Delizia Esposito racconta il suo dramma

Sono rimasta su per i miei colleghi. Aveva un sogno, Delizia Esposito, 15 anni fa: il lavoro. E ce l’aveva anche l’altro ieri quando ha deciso di salire le rampe di palazzo civico, saltare su un tetto e fermarsi su quel cornicione sette metri sopra il cielo su cui è rimasta per tre ore. «Non mi sono resa conto del tempo che passava - racconta -. In testa avevo due cose sole: pensavo ai miei figli, sapevo che non sapevano nulla e questo mi tranquillizzava. Speravo di non vederli arrivare in Comune e affacciarsi a quelle finestre, perché ero certa che davanti a loro avrei mollato, sarei rientrata, non ce l’avrei fatta a continuare. E poi pensavo ai miei colleghi, a quelli con figli piccoli o con le famiglie disagiate, pensavo a come avrebbero fatto ad andare avanti con uno stipendio dilaniato. Quando qualcuno ha dato l’ordine di sgombrare il municipio e sono stati costretti ad uscire, sapevo che erano con me. Mi scrivevano sms, mi dicevano di non fare stupidate, mi abbracciavano virtualmente e questo mi ha dato la forza di continuare a lottare per loro, per noi, per un lavoro dignitoso anche nello stipendio».

Nessun assenteismo, questa è usura. Mentre le parole escono e la tensione si allenta, esce fuori sorprendente anche l’amore per quel mestiere umile, duro, raramente ambito. «Può sembrar strano ma io un lavoro diverso non potrei farlo - sorride -. La vita da spazzino ti fa stare a contatto con la gente, all’aria aperta, ti fa sentire utile alla comunità. E’ una vita dura: si lavora sotto il sole con 35 gradi d’estate e con la tramontana che ti taglia la pelle d’inverno, sotto la pioggia, i temporali, la grandine. Bisogna provare per capire quanto è usurante. A 52 anni io prendo due broncodilatatori, tanti miei colleghi hanno la bronchite cronica. Il sindaco Nogarin ha il coraggio di accusarci di assenteismo ma dovrebbe pensare a quel che dice. E capire che le allergie e le bronchiti sono una consueguenza tragicamente normale per gente che lavora sei ore al giorno all’aperto in qualunque condizione meteo. E’ ovvio che ci ammaliamo. Il nostro non è assenteismo, è usura».

Venerdì 28 novembre: Delizia Esposito sul cornicione di un tetto interno del municipio

La città è sporca? Non è solo colpa nostra... Venerdì mattina, in consiglio comunale, il sindaco ha evidenziato le criticità del servizio di spazzamento in città e la conseguenza di una città sporca. «Potrebbe essere più pulita, sono d’accordo - ammette Delizia Esposito -, ma servirebbe l’aiuto dell’amministrazione. E invece non vengono fatte multe alle auto parcheggiate dove è previsto lo spazzamento: forse è una scelta politica ben precisa. E forse, sempre per scelta politica, ci si vanta del successo del porta a porta in Venezia, ma non si dice che i piccioni, i gatti, i topi aprono i sacchi dell’umido e spargono resti di cibo e sporco ovunque. E poi chiamano noi con la ramazza per rimediare - si sfoga la spazzina -. E invece dopo 15 anni in cui ti sei sono rovinata la salute, ti senti dire che se la città è sporca è colpa tua, che fai un chilometro al giorno, un chilometro. Io l’altro giorno ho fatto Tre Ponti-Via della Bassata andata e ritorno, oltre a largo Bartoli e una piazza a Montenero. Sono 7 chilometri, non uno. Però un bel giorno però ti arriva la lettera di licenziamento e ti dicono che se sarai riassunta, dovrai rinunciare a 300 euro al mese. Capite, davanti si spegne la luce e vedi solo buio. Dopo tutti quei tavoli in cui ci hanno fatto promesse che si sono rimangiati, l’altra mattina mi sono isolata, ho mangiato un panino da sola, poi sono salita su quel tetto. Quando Nogarin è venuto, gli ho chiesto di pensare alle nostre 78 famiglie ma lui con un sorriso beffardo ha detto che non poteva farci niente. Per fortuna il prefetto è intervenuto con la sua sensibilità di donna e di persona seria, intelligente. Quando ci ha convocato ho visto accendersi un lumicino di speranza. Forse questo gesto non è stato vano, mi sono detta. E sono rientrata dentro».