«Pranzo con l’amianto in ospedale» Mezzo milione al caldaista malato

Il racconto dell’operaio che ha lavorato nei sotterranei per 30 anni: ha avuto mezzo milione di euro dopo aver contratto il mesotelioma

LIVORNO. «Nella pancia dell’ospedale tagliavamo e manipolavamo i fogli di amianto come se fosse semplice stoffa, nessuno dei nostri superiori in 30 anni di lavoro ci ha mai è parlato dei rischi che stavamo correndo, tantomeno di indossare delle maschere protettive per evitare di respirare quelle polveri. Addirittura a pranzo con i colleghi capitava spesso che prendessimo interi pezzi di amianto e le usassimo come tovaglie improvvisate: le stendevamo e ci mangiavamo sopra».

Giovanni, lo chiameremo così per rispettare la sua volontà di restare anonimo, oggi ha 77 anni, ed è uno degli ex caldaisti che tra gli anni Sessanta e la metà degli anni Novanta hanno lavorato nei sotterranei dell’ospedale di Livorno contraendo a causa dell’esposizione all’amianto il mesotelioma pleurico, un mostro che attacca i polmoni e che - secondo la letteratura scientifica - nel giro di un anno ti toglie la speranza.

Giovanni, rispetto a suoi colleghi, due dei quali già scomparsi, è un esempio unico di longevità, un paziente che ha stupito perfino il consulente tecnico che lo ha visitato per conto del giudice Silvia Barison, il magistrato che ha trattato la causa di lavoro nei confronti dell’Usl 13 di cui è stato dipendente tra il 1965 e il 1995 e della Asl 6, per cui ha lavorato nel 1996, anno in cui è andato in pensione.

Nei giorni scorsi, a distanza di sei mesi dalla sentenza del tribunale del lavoro che gli ha riconosciuto un risarcimento di quasi mezzo milione di euro, Giovanni è riuscito anche a vedersi liquidare la somma che aspettava dal 2010.

«La sentenza - precisa però il suo legale, l’avvocato Annamaria Tirinnanzi - è stata appellata dalle aziende in punto di responsabilità solidale e di punteggio del danno biologico riconosciuto con la sentenza di primo grado. E l’udienza è fissata per il gennaio del prossimo anno».