«Parla male dell’azienda» dipendente licenziato

Luca Signorini, 49 anni, avrebbe rivelato su Facebook segreti all’ex collega «Non sono un infedele». E si rivolge al giudice del lavoro per essere reintegrato

LIVORNO. Dipendente infedele che rivela i segreti dell’azienda o padre di famiglia preoccupato per il posto di lavoro che si sfoga con l’ex collega?

Per rispondere a questa domanda che riguarda la natura e il destino di Luca Signorini, 49 anni, ex magazziniere tuttofare della Idro 2000 srl, ditta all’ingrosso che si occupa di materiale termoidraulico, sono state aperte due procedure: una penale in seguito alla denuncia del titolare dell’azienda e l’altra civile presentata dai legali del quarantanovenne che hanno fatto ricorso al giudice del lavoro per impugnare il licenziamento chiedendo gli arretrati e il risarcimento danni.

A scatenare la guerra legale, all’inizio di febbraio, la scoperta da parte di Claudio Puhar, legale rappresentante della società, di alcune conversazioni su Facebook tra Signorini e un ex dipendente della ditta che in seguito ha anche chiesto il fallimento dell’azienda per il mancato versamento del Tfr.

«Le voci - si legge in una delle chat allegate alla denuncia presentata ai carabinieri di Montenero il 25 marzo scorso - sono che il 31 dicembre chiudono la bagno&accessori a Perignano e alla Idro2000 aspettano il prestito per vedere cosa possono salvare...». E ancora: «Deve darmi la busta di dicembre e a quell’altri due anche le tredicesime, deve pagarti le buste di novembre e dicembre a te e deve dare un anno al commercialista, hanno 150mila euro di debito con i fornitori, praticamente non pagano più nessuno e comincia a scarseggiare la roba in magazzino». E infine: «Gabbia di matti: sempre peggio, non hanno nemmeno i soldi per pagare il gasolio».

«Dal tenore delle conversazioni - scrive l’avvocato Andrea Morini nella denuncia - emerge che il signor Signorini, avendo notizia, per ragioni del proprio ufficio, di notizie strettamente riservate e confidenziali circa la situazione dei pagamenti, nonché in punto di strategie e successivi sviluppi dell’assetto aziendale divulgava: in primo luogo, del tutto ingiustificatamente; ma soprattutto, per screditare e rendere sempre più odioso al destinatario delle comunicazione - soggetto ormai terzo all’azienda - il profilo non solo professionale, ma anche personale della dirigenza aziendale e, ancora, per aggiornare in merito una persona in stato di contenzioso con l’azienda».

È su queste basi che dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia il dipendente è stato licenziato «per giusta causa» il 18 aprile scorso.

Dalla denuncia è nato il procedimento penale per il quale il pubblico ministero Gianfranco Petralia ha chiesto l’archiviazione.

«Ci siamo opposti - spiega l’avvocato Morini - il reato per il quale si deve procedere è il trattamento illecito dei dati personali. E se il Governo Monti non avesse modificato il testo unico sulla privacy per le persone giuridiche ci sarebbero stati gli estremi per ben altri risvolti penali».

Una tesi che il diretto interessato, assistito dagli avvocati Massimo Manfredini per la parte penale e Claudio Altini per il civile, contesta in tutte le sue parti. «Non è un caso che il pubblico ministero abbia chiesto l’archiviazione», esordisce Manfredini ricordando che il giudice ha fissato l’udienza per l’opposizione al prossimo 11 ottobre.

Ma oltre alla causa penale c’è il ricorso davanti al giudice del lavoro che dopo la prima udienza ha fissato la trattazione della causa per il mese di novembre.

«Le cose in azienda -è la premessa - non andavano bene. Io per anni ho fatto tutto quello che era nelle mie competenze. Poi le cose sono cominciate a peggiorare. La busta paga di dicembre è arrivata a marzo e ad oggi mi mancano sette settimane di contributi non versati. Quelle frasi su Facebook erano solo uno sfogo tra colleghi, niente di più».

La difesa dell’impiegato si basa sulla tesi che non «sussiste la giusta causa di licenziamento» perché: «non sono stati rivelati a terzi informazioni attinenti al’organizzazione aziendale o comunque cosiddetti segreti o notizie aziendali riservate. Al contrario è il contrattacco - la ditta ha preso a pretesto le legittime richieste ed osservazioni del lavoratore circa ad esempio la legittima richiesta di essere pagato puntualmente, in quanto essendo la ditta in condizioni assai difficili il licenziamento potrebbe essere un pretesto per non pagare al dipendente le sue legittime spettanze che ammontano ad un totale di 41mila euro».

Momenti di tensione dunque dovuti anche alla situazione familiare che il quarantanovenne sta attraversando. «La situazione del dipendente a livello familiare è assai difficile - si legge - in quanto purtroppo a inizio anno anche la moglie è stata licenziata».

La richiesta dell’ex dipendente, attraverso i suoi legali, è chiara: dichiarare l’illegittimità del licenziamento e il risarcimento del danno tra le cinque e le dodici mensilità».

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