Il comandante voleva prendere la scatola nera 

Le accuse a Schettino. Altri tre indagati nell'equipaggio. La virata della salvezza non fu voluta: la nave era alla deriva 

di Francesca Gori

INVIATO ALL’ISOLA DEL GIGLIO

«Voglio recuperare la scatola nera». È questa la frase che è costata a Francesco Schettino il comandante della Costa Concordia, il fermo. Una frase che alla procura è stata riferita da un testimone. Oggi sarà lui a raccontare quello che è successo sulla nave da crociera che si è incagliata davanti al Giglio. Dovrà spiegare al giudice per le indagini preliminari Valeria Montesarchio, la lunga catena di errori e leggerezze che costellano la tragedia della Concordia. Perché fino ad ora, le certezze che ci sono in questa vicenda non sono tante: certa è la rotta seguita dalla nave, certa è la presenza dello scoglio della Scola sulle carte nautiche. Scoglio che era segnalato, come ha confermato il pm Verusio, a differenza di quanto aveva detto in un primo tempo Schettino.

Il magistrato ieri in procura ha ascoltato decine di testimoni. Tra loro anche l'ex comandante Mario Palombo che, uscendo dal palazzo di giustizia, ha pure ironizzato: «L'inchino - ha detto - non era per me. E comunque, non si fa in mare, si fa in chiesa». L'altra certezza riguarda invece il numero degli indagati, che da due, Schettino appunto e il suo primo ufficiale in coperta Ciro Ambrosio, è salito a cinque. Indagati sono anche altri tre membri dell'equipaggio che erano in quel momento nella plancia della Concordia.

Lo scoglio. Sabato mattina Francesco Schettino non aveva ancora parlato con i magistrati. Non lo ha mai fatto, in questi giorni. Ma le parole che sono uscite dalla sua bocca durante un’intervista che è andata in onda sabato poco dopo l’ora di pranzo non hanno avuto bisogno di troppi riscontri per essere smentite. Sono stati i gigliesi i primi a storcere il naso. «Quello scoglio non era indicato sulle carte nautiche», ha detto Schettino. Dentro il bar Ferraro a Giglio porto, la gente che per tutta la notte aveva lavorato sodo per recuperare i passeggeri, ha mandato il comandante a quel paese: «Lo scoglio è indicato sulle carte nautiche».

La rotta. L’altro punto fermo di questa vicenda è la rotta seguita dalla Concordia venerdì sera. La procura ha incaricato i carabinieri di ripercorrere proprio quel tratto di mare, misurando la velocità e la direzione. La motovedetta ha fatto quello che aveva già fatto Schettino. Ora non ci sono più dubbi sulla direzione: alle 21.45 la nave ha urtato lo scoglio, a 150 metri dalla costa, a una velocità di 15 nodi. Questo è quello che hanno registrato i carabinieri e che è stato confermato dalle registrazioni del Voyage Data Recorder, una delle scatole nere, già esaminata, e anche dal sistema di identificazione navi della capitaneria. Ma se fin qui i dati sono certi, più complicato è avere conferme sulla manovra. Fino ad oggi Schettino aveva compiuto un errore, grave, ma che aveva in qualche modo “rimediato” grazie a quella manovra “a baffo di gatto” che aveva messo in salvo tutte quelle persone. Oggi le cose, secondo l’indagine della capitaneria, non starebbero così: quella manovra non sarebbe stata voluta dal comandante ma la nave sarebbe finita in testacoda solo perché era in balia della corrente. La conferma sarebbe infatti in quei quindici nodi di velocità. Troppi per una manovra del genere. Ha rallentato, sbandando e girando la prua verso sud, fino a 5 nodi alle 21,49, poi è scesa a 4 (alle 21,52). Alle 22,14 viaggiava a 0,7 nodi. Mezz’ora dopo era ferma lì dove è oggi.

La scatola nera. Il capitano lo avrebbe detto: «Ora vado e la prendo». Perché? Per nascondere lo spegnimento del computer di bordo, sorta di pilota automatico che serve per navigare e che non gli avrebbe mai permesso di avvicinarsi così alla costa, o per nascondere, stando alle novità di ieri, il fatto di non aver nemmeno tentato di portare in salvo tutte quelle persone con una manovra “a baffo di gatto”? A questa domanda risponderanno i dati contenuti là dentro. Dovranno arrivare i tecnici della ditta di Amburgo che l’hanno costruita per capire cosa è successo davvero a bordo della Concordia. Poi i cinque indagati potranno nominare un consulente che segua le operazioni. La scatola nera è stata sequestrata e la sua apertura è un “atto irripetibile”, cioè deve avvenire secondo le forme di garanzia per le parti previste dal codice di procedura.

In tribunale. Oggi, quindi, Schettino parlerà e racconterà la sua verità al gip di Grosseto Valeria Montesarchio. Lo farà in un tribunale blindato, assistito dall’avvocato Bruno Leporatti. La richiesta di convalida del fermo per il comandante è scritta su tre pagine, corredate da altre 200 circa di allegati: le sommarie informazioni, le fotografie e anche i dvd che dovrebbero contenere tutte le conversazioni telefoniche che sono intercorse tra Schettino e la capitaneria, ma anche quelle tra il comandante e l’ex ammiraglio Mario Palombo, che ieri si è presentato in procura per parlare con i magistrati.

Le telefonate. Palombo si è sentito tirato in mezzo a una vicenda della quale non avrebbe voluto sapere niente. L’ex comandante della Costa Concordia, Schettino lo conosce bene. È stato il suo secondo. Pare che una telefonata da Schettino sia arrivata a Palombo prima che la nave finisse sugli scogli. Poi, decine di minuti dopo, quando il disastro era già avvenuto, Palombo, che venerdì sera era nel suo appartamento a Grosseto, ha chiamato la Costa per avvertire che una loro nave era in difficoltà al Giglio. «Me lo hanno detto alcuni amici del Giglio - dice l’ex ammiraglio agli inquirenti - mi hanno spiegato che c’era una nave ferma sugli scogli e ho seguito la logica chiamando la Costa». Ma qualcuno ha anche detto che Schettino ha chiamato Palombo anche dopo l’impatto. Un giallo nel giallo.

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