S'alzi il sipario, il vernacolo invita

Gino Lena e Tina Andrei

Sul palcoscenico fra risate agrodolci: cent'anni di ironia labronica

I livornesi non sono toscani, fanno razza a sé: nati da un crogiolo di genti venute da ogni dove. E' questa la ragione che rende (o rendeva, visto che ci stiamo troppo rapidamente "allineando" ai canoni dilaganti della tv) i discendenti di coloro che decisero di abitare nella città porto voluta dai Medici, diversi dagli "indigeni" di questa nostra splendida terra e di conseguenza il vernacolo, la nostra lingua madre, non ha eguali nelle città dell'ex Granducato.  Il vernacolo diventa teatro dopo essere stato poesia con "Gangillo", alias l'intellettuale borghese Giovanni Targioni Tozzetti che, oltre a scrivere libretti per Mascagni, compone sonetti carnascialeschi e dissacratori.  Forse sta lì l'origine del teatro vernacolare, che vive di brevi scenette comiche usate da numerosi attori nel vasto panorama dei teatri e delle filodrammatiche rionali e fin dentro la letteratura vernacolare che ha in Pappa (Urano Sarti) e la sua "Livorno città aperta" un caposaldo.  Agli inizi del Novecento la città era stata crogiolo di arte e letteratura, i teatri brulicavano di gente. Fino ad allora però il vernacolo non aveva trovato sbocchi se non quando la nostra "madre lingua" venne trasfusa in commedia da Beppe Pegolotti con "La vera storia dé Vattro Mori" e il più celebre "Gente di mare". Ma è necessario attendere il "matrimonio" artistico di Beppe Orlandi e Gigi Benigni, per fare finalmente centro con "La ribotta a Montinero". L'atto di nascita è dunque la prima messa in scena l'8 gennaio 1929, sul palcoscenico di un teatrino rionale in Via degli uffizi dé Grani, nel rione di Venezia.  A dire il vero, alcune commedie e scenette vernacolari avevano già visto la luce a firma della popolare Dina Ramacciotti Meini, Pietro Barnini, Mede Baffoni (Oliviero Cocchi), ma con la "Ribotta" il teatro vernacolo assume la sua veste autentica.  Nel 1936 Orlandi e Benigni inventano qualcosa. Anche l'Italia ha scoperto Hollywood, si è esaltata con Rodolfo Valentino e le grandi star: così dalla fantasia di Beppe Orlandi e dalle note del maestro Menichino, nasce "Il miraggio di Hollywood" che segna anche l'inizio della splendida carriera di Otello Bacci, musicista e grande ballerino di tip tap, che da un momento all'altro, da vendere seme e noccioline al Politeama, si trova sulla cresta dell'onda.  La tragedia della guerra travolge l'esistenza di tutti, ma al ritorno in una città completamente distrutta, Beppe Orlandi e Gigi Benigni scrivono e mettono in scena "Li sfollati" ed è un altro trionfo di lacrime e risate, di liberazione dall'angoscia.  La scomparsa del grande Beppe, il ritiro di Benigni, il lento declino di Gino Lena salito con molte commedie all'altezza della coppia "più bella der mondo", presa la via dell'esilio nel mondo del circo di un altro grandissimo personaggio della Livorno verace, quell'Otello Bacci autore di tantissimi musical che pone termine alla sua carriera con il successo con il Circo Togni, il destino del vernacolo sembrava segnato. Ma due mesi dopo la scomparsa di Beppe Orlandi, i suoi amici più cari si "permisero" di mettere in scena "Li sfollati": fu Gino Lena in coppia con Otello Bacci ad affidare la parte di "Ucrelia" a Tina Andrei, dando forse inizio a quella rivoluzione del ritorno alle origini del vernacolo, auspicata da Gino Lena e Gigi Benigni.  Anche una donna, quindi, quella Tina Andrei, eclettica attrice, cantante, interprete radiofonica del "Grillo canterino", insieme a Gino, interpretò parecchie commedie in vernacolo e venne da subito considerata una grande interprete: rimane nella memoria la sua interpretazione nella commedia di Giorgio Fontanelli, intellettuale, poeta e letterato da non dimenticare, come invece troppo spesso accade in questa città, matrigna di tanti geni, "O porto di Livorno traditore". Insieme a lei, nella cornice suggestiva del Cantiere Navale "Fratelli Orlando", Aldo Bagnoli, il figlio di Tina, Sandro Andreini, e due musicisti della labronicità, Attilio Fantolini, un vuoto la sua scomparsa, e Giovanni Franco, virtuoso con la sua fisarmonica/orchestra, segnarono un grande trionfo.  La nostra tradizione sembrò rifulgere di nuovo splendore, ma fu solo un attimo, l'attimo in cui, in una notte d'agosto, scorgi una stella filante che si spegne prima ancora che tu formuli un desiderio.  Anche il giornalismo entra nel mondo della nostra "lingua madre" con il Vernacoliere di Mario Cardinali e il suo successo ormai quasi cinquantennale, esalta il vernacolo quale matrice di satira.  La scomparsa dei personaggi più famosi del vernacolo sembrava avesse annunciato la morte del nostro teatro popolare, ma intorno ai grandi autori, orbitavano dei giovani dotati di grande passione. Uno fra tutti: quel Giuseppe Pancaccini che oggi sta riportando il vernacolo agli antichi fasti (e con lui, Antonio Cristiano, che insieme a Ivano Ghezzani ha portato al successo anche cinematografico la commedia "Socera e Nora").  Giuseppe Pancaccini ha aperto una nuova pagina di storia, ha prodotto e interpretato commedie come "La Signora delle 'ambiali", "La farsa invalida", "La gita turisti'a", "Era tutto un quarant'otto", l'acclamato "Ir marito der mì figliolo", quindi "Madame Sitri" ed è in scena proprio in questi giorni con "La 'avalleria rusticana", un affresco vernacolare che ha quale palcoscenico ideale la piazza Cavallotti dominata dal vecchio palazzo dove nacque Mascagni.  Grande successo anche per un pamphlet antiberlusconiano "L'isola dei loiosi", oltre ad altre decine di commedie, ma con lui, forse per esigenze espresse da un pubblico sempre più guidato dall'influenza notevole della televisione, il vernacolo spesso si addolcisce, perde quella caratterizzazione specifica e se rimane nei momenti "alti" della commedia, nel complesso diventa sempre più un italiano toscanizzato.  Antonio Cristiano ha invece proseguito il suo ciclo vernacolare cinematografico con "Una storia livornese" poi con "Odio e amore" e, recentemente, con il film "Un'ora d'amore". I suoi sono film da grande schermo, ma non vi si dimenticano sprazzi notevoli di puro vernacolo. Non ha però dimenticato la commedia, il teatro e lavora ancora oggi con altre compagnie teatrali (a cominciare da "Il Carrozzone" di Pancaccini).  Con questi due autori, un altro ciclo di vecchi e nuovi attori di grande spessore interpretativo come il mai troppo compianto Roberto Simon, Aldo Bagnoli, Marcello Marziali, Fulvio Pacitto, Piero Paoli, ancora Otello Papini fino alla sua scomparsa, Alberto Carpigiani, la splendida Tiziana Foresti, Dino Chelli, Renato Marzi, Franco Possenti, Cristina Marziali, Marco Rofi, Piero Giorgetti, ancora Alba Noemi e un'altra grande interprete come Viviana Larice, Massimo Rey, Gianfranco Di Fraia, Mario Ferrari, Tamara Cioni, Salvatore Capuozzo, Franco D'Andrea e moltissimi altri, soprattutto giovani.  Tra i musicisti, una delle figure mitiche della livornesità, oggi scomparso, Attilio Fantolini, e con lui il maestro Giovanni Franco, musicista di grande livello, Roberto Sbolci, noto anche a Cinecittà, il maestro Giorgio Dari e il giovane ma già affermato Riccardo Della Ragione, deus ex machina dei film "Odio e amore", "Una storia livornese" del Trio di Livorno (Antonio Cristiano, Marcello Marziali e Gianfranco Di Fraia) e "Solo un'ora d'amore", con musiche di Claudio Di Paco.  Buon ultimo, in campo teatrale e cinematografico, Sergio Pietra Caprina con il film "Con gli occhi di un bambino", tratto dal romanzo "La stirpe di Morgiano", rappresentazione corale della livornesità fra bombardamenti e guerra partigiana. Seguirà, nel linguaggio vernacolare, "Il pugno chiuso di Dio", la difesa di Livorno contro tedeschi e genovesi nel '400, guidata dal Villano.  Come si vede, una tradizione teatrale e cinematografica che ci mostra una città dove, fuori dalla cultura ufficiale, esistono positive esperienze di ogni tipo, tra le quali emergono scuole teatrali quali il Vertigo, il Grattacielo e l'esperienza autogestita del teatro officina "Il Refugio", per ricordarne solo alcune.

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