In carcere 14 mesi ma era innocente «Vogliamo i danni»

 LIVORNO. Roberto De Divitiis ha provato a dirlo la notte stessa in cui è stato arrestato: «Non sono un santo, è vero, sono un consumatore abituale di cocaina, ma non sono uno spacciatore e con tutta quella roba che avete trovato (circa un chilo di polvere bianca ndr) non c'entro nulla, non sapevo nemmeno che esistesse».  Nonostante la confessione, da quel giorno l'operaio, allora un trentanovenne incensurato, ha passato 14 mesi tra una cella del carcere delle Sughere e gli arresti domiciliari, in mezzo la maxi-condanna in primo grado: quattro anni e 10mila euro di multa. La prima speranza arriva con il del Riesame che gli concede la semilibertà sotto forma dell'obbligo di dimora. Sei mesi dopo la sentenza d'appello lo scagiona «per insussistenza del fatto», scrive il presidente del collegio Livio Genovese nelle motivazioni.  Ora Roberto De Devitiis ha scelto di andarsene da Livorno ed è tornato a vivere a Salerno dov'è nato. Ma la sua causa non è chiusa come spiega il suo legale, l'avvocato livornese Nicola Giribaldi: «Chiederemo i danni per l'ingiusta detenzione, una sorta di risarcimento per quello che ha passato il mio cliente».  È la notte del 25 novembre 2009. Roberto De Devitiis è a cena in un ristorante di via Provinciale pisana con due amici. A fine serata l'allora titolare va al tavolo e chiede a De Devitiis, che conosce e al quale ha venduto qualche dose di polvere bianca, un piacere: «Devo andare a Pisa, ma non ho né macchina né patente. Se mi accompagni ti faccio un regalo».  Il regalo è il grammo e mezzo di cocaina che un'ora dopo la polizia trova negli slip dell'uomo quando ferma la Fiat Punto sulla quale i due viaggiano verso l'ingresso dell'autostrada A12. Quello che il quarantunenne ha sempre negato di sapere a inquirenti, pubblico ministero e giudice è che l'amico viaggiasse con tre involucri di droga in tasca per un peso totale intorno all'etto e che in una cantina vicino al locale tenesse una sorta di laboratorio per lo stoccaggio, il taglio e il confezionamento della droga.  Quando la notte dell'arresto gli agenti della mobile sono entrati in quella cantina hanno trovato un chilo scarso di cocaina diviso tra buste di plastica, ovuli e barattoli, un colino di precisione per setacciare la droga, un frullatore, oltre a un rotolo di cellophane trasparente e del nastro adesivo.  Quella stessa notte scatta l'arresto. L'accusa è detenzione ai fini di spaccio e il pubblico ministero contesta ad entrambi il possesso di tutto il quantitativo di droga. Trentasei ore dopo De Devitiis compare davanti al giudice Paola Caporali che convalida l'arresto e come richiesto dall'accusa dispone la misura cautelare in carcere. La mattina del 27 novembre per l'operaio si aprono le porte delle Sughere. «Di quello che ha passato in cella - racconta il suo legale - preferisce non parlare».  Cento giorni. Tanto resta in galera prima che il giudice conceda il 18 marzo del 2010 gli arresti domiciliari in attesa del processo di primo grado. La sentenza è del 30 luglio. De Devitiis viene condannato a quattro anni e 10mila euro di multa per il possesso degli ottanta grammi ritrovati addosso all'amico, mentre il giudice lo proscioglie per il chilo scarso trovato nella cantina.  Due i punti sui quali si fonda l'appello presentato dall'avvocato Giribaldi il 28 ottobre 2010: la mancanza di prove circa la commissione del reato di detenzione ai fini di spaccio e l'eccessività della pena inflitta in primo grado. Nelle dieci pagine dell'appello anche le dichiarazioni rilasciate durante l'interrogatorio da uno degli amici che la sera dell'arresto era a cena con De Devitiis: «Mentre stavamo finendo di mangiare il titolare del locale si è avvicinato al tavolo e ha chiesto a Roberto se poteva accompagnarlo a Pisa». L'amico, proprietario della macchina sulla quale i due sono stati fermati poco dopo, ha anche aggiunto che l'operaio non si sarebbe mai allontanto dal tavolo. Come a dire che non sapeva dove il titolare del locale avesse preso la cocaina e che ne nascondesse una quantità così importnate. Una tesi accolta dal collegio della Corte d'Appello che il 17 maggio ha ribaltato la sentenza di primo grado del tribunale di Livorno assolvendo l'imputato.

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