Così mi sono innamorata di Livorno

SOPRANO. Lucia Stanescu (in piedi) e Diana Turtot (seduta al pianoforte)

«Ho aperto le porte del mio teatro in Transilvania per costruire ponti con la Toscana»

 LIVORNO. «Mi sento italiana, ma soprattutto livornese e sono innamorata di questa città, dove c'è gente simpatica e un mare stupendo». Lucia Stanescu è un soprano romeno di fama internazionale.  Ottantaquattro primavere vissute intensamente, una grande eleganza nei modi e nei toni e i segni di una bellezza mutata nel tempo ma ancora evidente, da quarant'anni vive a Quercianella, in una casa a pochi passi dal mare, insieme a un barboncino bianco che la segue ovunque.  In quella casa, da un anno abita con la Stanescu anche Diana Turtot, giovane mezzosoprano romeno e fan dell'artista, che dopo aver ascoltato un cd si è innamorata di quella voce magica, decidendo di fare più di 2000 chilometri per incontrarla.  «Sono nata - racconta Lucia Stanescu - a Somesul Rece, una bella cittadina della Transilvania tanti, tanti anni fa e sono cosciente di portare su di me molte stagioni».  Stagioni che la vedono ancora affascinante e piena di entusiasmo.  «Per questo ringrazio Dio che mi ha dato la salute e un certo tipo di carattere».  La sua vita è stata molto piena, sia dal punto di vista privato che professionale.  «Certe volte troppo piena, anche se attraversata da un sentimento al quale tengo moltissimo: la dignità. Perché nei momenti difficili se non ci si può appoggiare alla dignità ci si perde. E io per fortuna non mi sono persa mai».  Come ha vissuto l'infanzia in Transilvania?  «Serenamente. Sono figlia di un prete ortodosso che ha cercato di darmi un'educazione che fosse d'esempio per i suoi fedeli».  E' figlia unica?  «No, sono la più piccola di sette figli: tre sono morti piccoli e siamo rimasti in quattro. Nostro padre ci ha fatto studiare tutti, pur con il suo piccolo stipendio di prete: mio fratello maggiore è diventato avvocato, il secondo economista, il terzo un famoso gastroenterologo».  Lei è l'unica artista della famiglia. Ma a quanti anni ha capito che voleva dedicarsi alla lirica?  «A diciassette, quando la mia insegnante di musica al liceo classico mi disse che avevo una bella voce. Babbo però voleva che io facessi giurisprudenza. Così quando gli espressi il mio desiderio disse: "Se vuoi puoi studiare nello stesso tempo anche musica", sperando che mi tirassi indietro».  E invece?  «E invece decisi di tentare. Vivevo allora a Bucarest dalla sorella di mia madre, che essendo senza figli e avendo una certa agiatezza economica, si era dedicata a me come una mamma».  Poi cosa accadde?  «Al terzo anno di diritto - erano i tempi duri sotto la dittatura di Nicolae Ceausescu e chi frequentava due facoltà doveva sceglierne solo una - pur amando sia giurisprudenza che la musica, optai per la seconda, anche perché mio padre, con la sua saggezza mi disse: "La Romania sta cambiando politicamente e forse avrai più possibilità come cantante che non come avvocato"».  Da quel momento è iniziato il suo percorso di soprano.  «Un percorso fortunato. Mentre ero al conservatorio si facevano delle produzioni e io cantai nell'atto primo di Madame Butterfly. Ebbi un grande successo e dopo lo spettacolo entrò nel mio camerino il direttore del teatro dell'opera di Cluj Napoca, importante città della Transilvania, dicendomi che aveva un posto libero di soprano e che gli sarebbe piaciuto offrirlo a me».  Lei cosa rispose?  «Non me lo feci ripetere due volte. Continuai i miei studi all'Accademia, mi diplomai e rimasi in quel teatro fino alla pensione, diventandone nel 1970 anche direttrice. E tutto questo senza essere membro del partito - cosa che allora apriva molte porte - perché la figlia di un prete non si poteva tesserare: era ritenuta di origine "non sana"».  Ma come è arrivata dalla Transilvania a Livorno?  «Il "mio" teatro non era mai uscito dalla Romania e quando mi proposero la direzione accettai, a condizione di poter portare fuori i nostri artisti. Ottenemmo così un contratto per alcune recite a Viareggio e poi da lì, fummo invitati dall'assessorato alla cultura di Livorno per cantare Tosca al Goldoni. In seguito i soci del Circolo Amici della lirica Galliano Masini ci scrissero una lettera per chiederci di tornare. E si creò un'amicizia bellissima, non solo fra i due teatri, ma anche fra i cittadini».  Poi lei si innamorò di un livornese.  «Il destino scrive e noi facciamo tutto quello che è scritto».  Una storia d'amore che vi ha portato al matrimonio, ma che a un certo punto è finita.  «Una storia importante, complice anche la musica: mio marito, Carlo Bartolini, era presidente dell'associazione "Amici dell'opera". E' stata una bella storia, abbiamo lavorato tanto insieme, e dopo 18 anni ci siamo lasciati, ma civilmente, da buoni amici».  Però lei da Livorno non se n'è più andata.  «E ho scelto di abitare in questo posto che adoro, dove adesso vivo con quella che considero la mia nipote "adottiva", una ragazza nata nel Delta del Danubio, che ha studiato al conservatorio e promette molto bene. Una fan che ha fatto chilometri per conoscermi».  La sta seguendo nei suoi studi?  «Sì. Non ho avuto figli e da sempre mi dedico con amore a tanti giovani cantanti che aiuterò, credo, anche dopo la morte».  C'è qualche livornese che sotto la sua guida ha avuto successo?  «Una, bravissima, è il soprano Maria Luigia Borsi. Fra noi c'è un legame grande e ancora oggi, nonostante non ne abbia bisogno, lei mi telefona ogni volta che ha un nuovo concerto per chiedermi consiglio».  A Livorno lei ha insegnato all'istituto musicale Mascagni.  «Per 15 bellissimi anni».  Come ha deciso di fare anche quell'esperienza?  «Mi venne chiesto dopo un mio concerto di "Addio alle scene" tenuto in Goldonetta, alla presenza del mio caro amico Galliano Masini e dall'assessore alla cultura di allora, che finito il concerto mi disse: "La musica ha ancora bisogno di lei!" convincendomi a continuare in veste di insegnante».  E lei, signora Stanescu, oggi ha ancora bisogno della musica?  «La musica e i giovani, quelli ai quali non insegno più, ma che ho sempre nel cuore, rappresentano la mia vita e mi tengono in vita, perché il mio entusiasmo dipende dai loro successi. Quei successi che ho avuto anch'io e che richiedono non solo la voce, ma un grande equilibrio e la voglia di lottare, in un campo come quello della lirica, che oggi come ieri è una vera e propria giungla in cui bisogna imparare a difendersi ogni giorno».  

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