Draghi-Berlusconi, prove di disgelo

Il premier chiama il Cavaliere e vede Tajani. Da Forza Italia resta il no, ma ora c’è uno spiraglio

ROMA. In quella telefonata ci potrebbe essere l’inizio di una trattativa ancora tutta da scrivere. Erano settimane che Silvio Berlusconi attendeva che Mario Draghi si decidesse a chiamarlo. Di sicuro, dentro Forza Italia non hanno preso per nulla bene che il presidente del Consiglio non lo abbia fatto negli ultimi giorni, da quando il leader azzurro è ricoverato all’ospedale San Raffaelle di Milano. Ha provato a vuoto, dicono da Palazzo Chigi. Non risultano telefonate, rispondono dallo staff dell’ex premier. Ricostruzioni divergenti che sono il segno di una distanza che si è scavata tra sentimenti di diffidenza, da una parte, e delusione, dall’altra.

Berlusconi ha l’orgoglio ferito e non ne fa mistero. Il dolore di aver dovuto rinunciare alla candidatura della vita, quella per il Quirinale, non è stato lenito dall’atteggiamento del premier nei suoi confronti. Il presidente di Fi ha preferito voltarsi altrove e non indicare il nome dell’ex banchiere quando una settimana fa, si è sfilato dal totoquirinale. Come non ha fatto nulla in questi giorni, nella carneficina di nomi di bandiera e schede bianche, per dargli una mano.

Eppure, ora Draghi in qualche modo attende un segnale e a Palazzo Chigi intravedono una possibilità. Dopo aver sentito Berlusconi, Draghi ha ricevuto il coordinatore di Fi Antonio Tajani. I feedback sono buoni. Il disgelo umano e politico, atteso da un po’, c’è stato. Ma non è ancora detto che alla fine Berlusconi sarà colui che, come si potrebbe aspettare il presidente del Consiglio, sbloccherà la sua elezione. Non basta una telefonata, fatta da Draghi – pare sollecitato da Giovanni Toti, almeno secondo quello che dicono dentro Fi - per sincerarsi sullo stato di salute del leader. Per ricucire uno strappo che per chi circonda Berlusconi è stato significativo, servono dei passi in avanti e ulteriori passaggi. Vanno addolcite diverse asperità, mentre parallelamente si lavora alle possibili staffette dei ministri azzurri.

Tra Berlusconi e Draghi ci sono incomprensioni che si sommano nei mesi e risalgono, infatti, alla formazione del governo, quando l’ex presidente della Banca centrale europea optò per tre ministri in quota Fi, tutti non di ferrea osservanza berlusconiana, sicuramente slegati dalle tentazioni filo-sovraniste del cerchio magico del capo. A partire da Renato Brunetta, una garanzia per il capo del governo, ma inviso al fondatore di Fi. Al momento, Draghi resta in coda alla short list dei candidati benedetti da Berlusconi. Prima si valutano altre possibilità, persino l’avversario di un tempo Pier Ferdinando Casini, un nome che potrebbe riemergere nelle prossime ore.

In queste indecisioni, Draghi intravede la voglia di trattare, non può fare a meno anche di notare le fratture dentro i partiti, la fragilità delle leadership, la scomposizione delle alleanze. L’elezione del presidente della Repubblica è una liturgia della democrazia piena di incertezze, perché celebrata da parlamentari ingovernabili nel segreto dell’urna. Se Draghi ce la farà, «sarà eletto per contrarietà», profetizza un leader della sinistra che preferisce non rivendicare la paternità di questa efficacissima suggestione. Il premier che nessuno vorrebbe sostenere, tra i tanti grandi elettori che vivono la frustrazione dell’anonimato di un Parlamento sempre più marginale, potrebbe imporsi per un moto immobile che deriva dalla sua autorevolezza - importante per garantire la stabilità dell’Italia nei prossimi sette anni- e per la mancanza di un’alternativa altrettanto forte che non sia il bis di Sergio Mattarella.

La legislatura più incoerente della storia repubblicana, per numero, colore e format dei governi, si sta avvitando nel caos di queste ore in una specie di nuovo Papeete, un canovaccio in cui Matteo Salvini sembra subire il vantaggio della sua leadership, come fece nel 2019, nell’estate della crisi del governo gialloverde. Ha sondato il giudice costituzionale Sabino Cassese, si è fatto mettere in contatto con il diplomatico Giampiero Massolo, non ha escluso il capo del Dipartimento dell’informazione per la sicurezza Elisabetta Belloni, valuta l’ex ministra Paola Severino. Su questi e altri nomi il leader della Lega sperimenta le sue personali geometrie negoziali. Draghi osserva il disfacimento quotidiano delle strategie, e offre, per quanto possibile, la propria disponibilità a discutere di scenari, senza entrare nel dettaglio del mercato delle poltrone di governo, come invece vorrebbe Salvini. Ieri, per quasi cinque ore il presidente del Consiglio si è assentato da Palazzo Chigi. Non è inverosimile pensare che abbia rivisto i leader, anche perché nelle stesse ore anche Giuseppe Conte non era rintracciabile dai collaboratori.

Il presidente del M5S è un altro punto interrogativo per il premier. Nell’ottimismo delle ultime ore che si è registrato nelle stanze attigue a quella di Draghi, è più forte la convinzione che il Movimento potrebbe convergere sul nome dell’ex banchiere, se alla fine Salvini dovesse capitolare e trascinare anche l’intera Lega, come vogliono Giancarlo Giorgetti e i governatori del Nord. Il veneto Luca Zaia, che ha lavorato per azzoppare la candidatura di Casini, spera che questo possa avvenire entro oggi, al massimo domani. I presidenti delle Regioni hanno tremendamente voglia di lasciare Roma, di tornare a casa, a occuparsi di pandemia.

(fonte: La Stampa)