Da De Mita a Casini, da Amato a Renzi: i perennials della politica che condizionano la corsa al Colle

Sono come i ghiacciai secolari, si sciolgono di qualche millimetro ma molto lentamente, l’aspetto resta più o meno lo stesso e incombono dall’alto della loro storia

Sono come i ghiacciai secolari, si sciolgono di qualche millimetro ma molto lentamente, l’aspetto resta più o meno lo stesso e incombono dall’alto della loro storia sui colli più piccini, più caduchi ed esposti alle intemperie. Guardate il caso più divertente: nel 2014 a ottantasei anni suonati ma in piena forma, Ciriaco De Mita, già presidente del Consiglio, protagonista della prima Repubblica, si fa eleggere sindaco del suo paese, Nusco: cinquemila anime, un bar dove da decenni lui batte tutti a Zecchinetta, una variante del tre-sette. Annoiato, decide di sostituire suo nipote Giuseppe, qualche decennio più giovane, a capo del paese. E cinque anni dopo, a novantuno anni, si fa pure rieleggere. E’ ancora lì con la fascia tricolore.

Non mollano mai, hanno abiti un poco âgée, risvolti della giacca più larghi del dovuto, cravatte a nodo scoppino stile Ciampi - sì purtroppo sono tutti uomini nel sistema maschiocentrico italiano - eloquio forbito, che tradisce studi più solidi dei loro colleghi, ma poca dimestichezza con i social. Ci sono quelli in seconda linea e quelli ancora in trincea, che combattono indomiti.

Chi ha sentito più parlare di Nikolas Sarkozy, se non per questioni poco commendevoli, o di Gerhard Schroeder, così come di David Cameron, premier per sei anni fino al 2016, che pure è stato il responsabile della Brexit? Usciti dall’agone, non tornano più in auge, ballano una o due stagioni, anche tre, come fu per la Thatcher e per la Merkel, ma una volta fuori, stop. Beh, ma questo oltre confine. Il Renzi che se perdeva il referendum aveva giurato di abbandonare la politica («non mi vedrete più»), è ancora lì che dà schiaffi sulle dita agli ex segretari del Pd. L’ultima rasoiata a Bersani, «siamo stati molto meno incapaci di lui», a gestire l’elezione di Mattarella sette anni fa, rispetto a chi fece cadere Marini e Prodi sotto i colpi dei franchi tiratori. Chi immagina che Renzi uscirà di scena, sta fresco. E quante storie, che attraversano tre stagioni della Repubblica, quelle dei veri campioni di longevità. Una schiera tale da poter sfilare con la bandiera dell’Italia alle prossime Olimpiadi.

Tutti in corsa per il colle

Guarda caso, li ritroviamo quasi tutti in corsa per il Colle. Ma non da oggi, spesso per due o tre tornate a distanza di sette anni ciascuna. Come Giuliano Amato, classe 1938, due volte premier, quello del 6 per mille preso una notte dai conti correnti per salvare la patria che stava fallendo. Grande giurista, già consigliere di Bettino Craxi, socialista in auge dagli anni ’80 a Palazzo Chigi, in corsa per il Quirinale nel 2014. Torna in pista anche stavolta, con una sua forza endogena, visto che il 28 gennaio sarà eletto presidente della Corte Costituzionale. Pierferdinando Casini corre oggi per il Quirinale ma da quasi 40 anni, 38 per la precisione, solca i saloni della Camera e del Senato. Prima elezione, 1983. Simpatico e alla mano, al telefono si rivolge a tutti con un «Graaande», intonazione bolognese doc e ne racconta di storielle nei capannelli ridanciani del Senato.

La filosofia anti-aging della Dc

Campioni sono gli ex Dc, scuola politica che ha elevato l’anti-aging a dottrina filosofica. Famoso l’assioma andreottiano «meglio tirare a campare che tirare le cuoia», riferito al suo governo, ma estendibile a tutto. Senza citare lui e De Mita, basta Dario Franceschini, classe 1958, entrato alla Camera «solo» nel 1993, pluriministro in mille governi, reggente del Pd quando Veltroni si dimise, non un capello nero sulle tempie e che per fare uno scherzo alla moglie una volta si tinse la barba. «E’ rimasta di sale». E non è iscritto d’ufficio tra i perennials Silvio Berlusconi, eletto nel 1994, ma sulla breccia dagli anni ’70? I Gasparri, i La Russa hanno fatto della politica la loro vita fin dagli anni ’70, ma c’è chi invece ha ballato una sola stagione, anche se lunga: Antonio Di Pietro, salito sul podio con Tangentopoli e sceso con l’avvento dei grillini, che non caso lui apprezza. Stare sulla breccia un ventennio, dal 1994 in poi è poco per i canoni italici e tutta la prosopopea della rottamazione si è andata a infrangere contro muri di Dna inossidabile, come quello di Massimo D’Alema, che ancora spara a zero e regala consigli.

Piccoli longevi crescono

Piccoli longevi crescono è poi una categoria ben identificabile, ne fu antesignano Giulio Andreotti dal 1946, uno dei caposcuola oggi è Enrico Letta, entrato a palazzo Chigi con Romano Prodi, come sottosegretario alla Presidenza del consiglio nel 1996, cioé 25 anni fa. O Nicola Zingaretti, eterno giovane, in campo da decenni, pronto a entrare alla Camera dopo aver fatto due volte il governatore e una volta il presidente della provincia di Roma. Luigi Di Maio, già pluriministro trentenne, è il vero potere forte dei 5stelle, a dispetto di Giuseppe Conte.

Donne poche e indomite

E le donne? Ora riempono le fila dei 5stelle e non solo, ma prima...A parte il caso Nilde Iotti, compagna di Togliatti e presidente della Camera, a parte la stella fuggente di Irene Pivetti, solo adesso dominano le cariche femminili, con tutte le capogruppo di destra a sinistra, diverse ministre e una capo partito che è la Meloni. Il pensiero va a Rosy Bindi, entrata in politica a soli 38 anni nel 1992, da allora una protagonista. Le altre le ritroveremo più avanti, più agguerrite dei maschi e pure più solide fisicamente. C’è da star sicuri.

(fonte: La Stampa)