Matteo Salvini: «Lega di lotta e di governo per non impoverire l’Italia»

Intervista al segretario: «La sfida nel centrodestra con Fratelli d'Italia? Non esiste». E sulle sue posizioni sul Green pass dice: «Voglio garantire i lavoratori»

Di lotta e di governo, di piazza in piazza, il segretario della Lega Matteo Salvini sa che, in questa fase, il confine fra successo e insuccesso non passa solo dal confronto con gli avversari di sempre, il Pd, il centrosinistra, soprattutto il segretario del principale partito dell’altro “fronte”, Enrico Letta, che si candida alle suppletive di Siena per un seggio alla Camera dei deputati. Ieri è passato proprio dal luogo della battaglia che va oltre quel seggio. Sullo sfondo c’è il futuro di Mps, ci sono posti di lavoro a rischio.

Il 3 e 4 ottobre si vota anche per il rinnovo di 1.154 amministrazioni comunali. Salvini sa che il confronto è anche tutto interno al centrodestra e dentro la Lega, dove prendono sempre più spazio posizioni meno in linea con quelle più radicali del “capo”. Insomma, sa che dopo ci sarà la resa dei conti, soprattutto se dalle urne non dovesse emergere un successo pieno: centrosinistra indietro e Fratelli d’Italia ancora in posizione gregaria. Nel frattempo, tira dritto. Certo, in questo botta e risposta un po’ glissa. Soprattutto sugli slalom per stare dentro l’alveo tracciato dal presidente del Consiglio, Mario Draghi. Ma l’intervista a tutto campo comincia proprio dal derby “interno” al centrodestra.


Matteo Salvini, esiste o no un derby Salvini-Meloni nel centrodestra? È davvero convinto che conti solo prendere un voto in più del centrosinistra?

«C’è una leale e sana concorrenza che fa bene a tutta la coalizione, visto che il centrodestra è largamente maggioranza nel Paese. Resto convinto che, quando ci saranno le elezioni politiche, la Lega sarà il primo partito in un centrodestra unito e vincente».

È sicuro di aver fatto bene a entrare nel governo Draghi? In fondo ha dovuto più volte mediare, attaccare, ripiegare. E questo atteggiamento ha giovato indubbiamente a chi è rimasto fuori dalla maggioranza.

«Sapevo fin dall’inizio che sarebbe stato più semplice rimanere all’opposizione, ma anche a costo di perdere qualche consenso per strada credo sia stato giusto entrare nel governo per poter incidere. Non è facile, ma grazie alla Lega non ci saranno nuove tasse come vorrebbero il Pd o i 5Stelle (penso alla Patrimoniale o all’Imu), abbiamo fermato ius soli o disegno di legge Zan e solo nell’ultima settimana grazie al lavoro congiunto di tutta la Lega (dai sindaci ai presidenti di Regione, dai parlamentari ai ministri) abbiamo portato a casa tre miliardi del governo per tagliare le tasse su bollette di luce e gas, e l’impegno ribadito da Draghi a non aumentare le tasse, come voleva il Pd, sulla casa o sui risparmi».

Nei confronti del governo lei spesso tiene posizioni “di lotta e di governo”, strappa e poi ricuce. Così facendo non rischia di consegnare Draghi al Pd e ai pentastellati, di farlo percepire più come cosa loro che vostra?

«Sono abituato a dire quello che penso, senza calcoli. La migliore risposta alla sinistra l’ha data Draghi in persona, affermando che non è il momento di prendere soldi ma di darli. Uno schiaffo a chi vorrebbe più tasse, ovvero Pd e 5Stelle».

Vi siete intestati il successo dei tre miliardi per tagliare le bollette di luce. Periodicamente tornate alla carica con flat tax e pace fiscale. La prima rischia di diventare una cosa molto propagandistica se non si dice dove si vanno a prendere le risorse che mancherebbero con la riduzione del gettito…

«Abbiamo già realizzato un primo passo di flat tax nel primo governo Conte, per i redditi fino ai 65mila euro, e abbiamo difeso e confermato questa scelta anche con Draghi. La Lega al governo, tra il 2018 e il 2019, ha raddoppiato i voti proprio perché ha dimostrato di passare dalle parole ai fatti. E sulle risorse da reperire le rispondo subito: il reddito di cittadinanza costa otto miliardi l’anno e non dà i risultati sperati. Va rivisto profondamente, e con i miliardi risparmiati bisogna aiutare famiglie e imprese tagliando le tasse. Così riparte l’economia. Non si può sempre vivere di sussidi, come dicono grillini e sinistra».

La pace fiscale rischia di diventare un condono mascherato. Come si fa a essere certi che in mezzo a tanti “evasori per necessità” non ci siano nascosti i tanti, troppi furbetti che fino a ora hanno usato i più deboli per mascherare la vera evasione?

«Il 79% delle cartelle esattoriali sono per cifre inferiori ai 10.000 euro, quindi italiani normalissimi che hanno avuto dei problemi, non milionari o evasori totali. Bloccare le cartelle a questi milioni di italiani è un atto di giustizia sociale».

Torno sul reddito di cittadinanza. Fu approvato dal primo governo Conte, voluto dai Cinque stelle e voluto anche dalla Lega. Oggi in molti attaccano questo strumento che, comunque la si pensi, durante la pandemia ha permesso a milioni di persone di sfuggire all’indigenza. Però emerge la necessità di riformarlo. C’è chi sostiene addirittura il progetto di un referendum per cancellarlo. Lei cosa farebbe?

«Ribadisco: lo confermerei solo per alcune categorie (i fragili, a partire dalle persone con disabilità che non possono lavorare) e girerei il resto dei miliardi per abbassare le tasse a famiglie e imprese. Lo avevamo votato pensando potesse aiutare molti italiani, in particolare i meno giovani rimasti senza lavoro, per rientrare nel mercato. Si è rivelato uno strumento sbagliato, di pura assistenza».

Capitolo lavoro. Di recente abbiamo avuto due casi emblematici, il primo in tema di “delocalizzazioni selvagge” (i licenziamenti via posta elettronica di Gkn a Campi Bisenzio, nel Fiorentino), il secondo in tema di sicurezza cancellata. Mi riferisco alla morte di Luana D’Orazio, la giovane madre stritolata dai rulli di un orditoio in un’azienda tessile di Montemurlo. Il primo è diventato il simbolo di una falla nella normativa, si può fuggire dopo aver fatto utili senza dover rispondere di niente.

«È gravissimo e inaccettabile, e fa benissimo il ministro Giorgetti a voler cambiare la normativa».

Il ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, ha dato la disponibilità a far entrare capitale pubblico in un’azienda che possa rilevare l’attività di Gkn. Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando (Pd), ha varato una proposta di legge per arginare lo strapotere delle multinazionali con fini speculativi. Alla fine, una sintesi bisognerà trovarla.

«Mi fido soprattutto del ministro Giorgetti, sono fiducioso che si troverà un punto di equilibrio. L’Italia non può perdere marchi storici, e migliaia di posti di lavoro, come Monte dei Paschi, Alitalia o Ilva: lo Stato può e deve intervenire. E come Lega stiamo lavorando a una norma, in Italia e in Europa, che impedisca alle multinazionali di lavorare, fatturare e guadagnare in Italia, e poi pagare le tasse all’estero, vedi Amazon e tanti altri».

Quanto al caso di Luana D’Orazio, è uno dei tanti in cui emerge una scarsa cultura del valore della sicurezza. In quell’impianto i dispositivi di protezione erano stati eliminati per fare prima e guadagnare tempo (e quindi denaro). Ma in quell’impianto lavorava anche la titolare dell’azienda. Quando si arriva a questo vuol dire che sono saltate tutte le marcature.

«Vicenda drammatica, vanno bene le leggi ma sono d’accordo con la sua analisi. Serve soprattutto una cultura del lavoro, troppo spesso si sottovalutano alcune norme pensando “tanto non succede nulla”. Il lavoro in sicurezza è una battaglia culturale che la politica ha il dovere di combattere e vincere. Sul caso Luana D’Orazio in Regione Toscana abbiamo in discussione a inizio ottobre una proposta di legge della Lega (chiamata “mai soli”) per il sostegno ai bambini delle vittime sui luoghi di lavoro».

Tornando al ministro Giorgetti, spesso esprime posizioni non troppo in linea con le sue. E anche i presidenti di Regione leghisti talvolta sono molto più concilianti in tema di vaccinazioni, Green pass e tutto quanto sia utile per combattere il Covid.

«Onestamente sono forzature giornalistiche, lei cita il caso del Green pass: ricordo che ho firmato un documento insieme ai presidenti di Regione della Lega per esprimere la posizione del partito».

In fondo, è il Covid il nemico, non tutto ciò che serve per debellarlo. Non crede di aver avuto posizioni un po’ troppo “lasche” sul fronte vaccinazioni e Green pass? L’impressione è che fosse un modo per drenare voti in quelle fasce di scontenti.

«No. In tutta Europa, e per fortuna anche in Italia, calano i contagi e aumentano i vaccinati, da tempo. In tutta Europa, di conseguenza, vengono ridotti o addirittura eliminati divieti e limitazioni: la Lega lavora affinché anche in Italia sia così, il diritto al lavoro è un diritto di tutti».

Così facendo non si rischia troppo di rincorrere il consenso social del giorno dopo o, peggio ancora, della mezzora dopo? In questo caso è in buona compagnia, non è il solo a farlo. Le elezioni però dovrebbero garantire a chi vince o, comunque, a chi governa un certo periodo di tempo per elaborare progetti, applicarli e permettere al cittadino di giudicarli con sufficiente calma e razionalità. Non possiamo far diventare tutto campagna elettorale.

«Chiedere tamponi, rapidi e gratuiti, per aiutare milioni di lavoratori a non perdere lo stipendio, chiedere che i cinque milioni di guariti dal Covid non abbiano problemi a ottenere il Green pass, chiedere la riapertura dei locali per giovani, delle balere e delle discoteche, chiedere di non licenziare milioni di lavoratori le sembra “rincorrere il consenso”? Mi sembra buon senso».

Proprio i social sono stati il suo cavallo di battaglia. A un certo punto sono apparsi molti slogan che richiamavano quelli del ventennio. Era una strategia per allargare il campo dei consensi, ma tutto questo non rischia di essere un boomerang nei confronti del campo moderato?

«Non capisco a cosa si riferisca parlando del ventennio, anche perché fascismo o comunismo sono sconfitti dalla storia. La Lega ha preso il 17% alle ultime Politiche e dopo un anno è passata al 34. Ancora oggi tutti i sondaggi ci riconoscono in cima alle preferenze degli italiani. Governiamo da decenni regioni importanti e centinaia di comuni da Nord a Sud. Significa che la Lega sa farsi apprezzare perché parla di cose concrete ed è capace di passare dalle parole ai fatti».

A proposito di social, Luca Morisi – l’inventore della “Bestia” e innegabile artefice del suo boom social – si è preso una pausa. Non teme che questa uscita possa “pesare”?

«No, e le dirò che sono confortato dalla risposta straordinaria delle piazze (anche in Toscana) che sono i sondaggi che preferisco».

La Lega delle origini non aveva connotazioni di campo “politico”, pescava voti un po’ ovunque nel nome di un autonomismo federalista prima, con qualche puntata nel secessionismo. Lei ha dato alla Lega una veste diversa, certamente di respiro più nazionale. Ma per farlo è certo di non aver allargato troppo il campo non tanto a destra (in fondo lo schieramento di riferimento è quello), quanto in quella più estrema (Casa Pound e Forza Nuova)?

«Ma basta con ’sta storia del fascismo e del comunismo: per fortuna non tornano, siamo nel 2021 e guardiamo al futuro. In Toscana tantissime persone che votavano a sinistra ora votano Lega, e sa perché? Perché il “loro Pd” li aveva fregati con la legge Fornero, la Lega invece con Quota 100 ha restituito a centinaia di migliaia di lavoratori diritti, dignità e vita. Altro che fascismo… Non credo che i presunti voti di Casa Pound o Forza Nuova ci abbiano fatto arrivare al 34% delle ultime Europee o al governo in 14 regioni su 20».

Legge Fornero e “Quota 100”. La seconda è stata una risposta a un’indubbia stortura, ma rischia di diventare insostenibile per le casse dello Stato. Ha senso continuare a difendere “Quota 100” con il rischio di vederla cancellare o è il caso di trovare un compromesso?

«La Lega non permetterà mai il ritorno alla legge Fornero, che condannerebbe milioni di italiani a restare al lavoro per anni in più anche nel caso di impieghi usuranti. Sono sorpreso che a sinistra non solo abbiano sostenuto la Fornero, ma che ora si stiano scatenando su Quota 100. Troveremo un’intesa, ma per migliorare la situazione ed evitare di rovinare la vita a milioni di cittadini».

Trattativa Stato-mafia, una sentenza di secondo grado ha cancellato tutte le condanne di uomini al di fuori dall’organizzazione malavitosa. Lei ha chiesto ai “forcaioli di sinistra” di chiedere scusa? Sicuro che sia stata una posizione politica o, piuttosto, una crociata di una parte della magistratura?

«Per anni c’è stata una campagna denigratoria contro servitori dello Stato (penso al generale Mori e non solo a lui) che troppi giornalisti e politici avevano già condannato. Peraltro, in base a un reato di “trattativa” che, lei mi insegna, non esiste».

Capitolo sicurezza. Il centrosinistra spesso ha perso elezioni “pesanti” dove questo tema è stato più sensibile. Il primo tonfo fu nel 1999 a Bologna, quando in una città fondamentalmente di sinistra la candidata sindaca del Pds, Silvia Bartolini, fu sconfitta da Giorgio Guazzaloca. Ma si può, secondo lei, basare una proposta di governo essenzialmente su questi temi?

«No, è uno dei temi. La sinistra l’ha abbandonato e non è mai stata capace di gestirlo. La Lega parla di lavoro, tasse, aiuti a famiglie e imprese, taglio della burocrazia. Poi, certo, anche di porti chiusi e sicurezza. Esempi concreti: in Toscana si discute di autostrada Tirrenica da un decennio ma al governo non hanno ancora nominato il commissario... Letta chiacchiera ma dimentica che il suo partito governa da sempre in Toscana. A maggio, il presidente della Regione Eugenio Giani aveva annunciato un incontro con il ministro Enrico Giovannini per inserire la Tirrenica nel Piano nazionale di ripresa e resilienza: non è successo. Non ci sono opere strategiche in questa regione da almeno un decennio e la responsabilità è targata Pd. Parliamo anche di questo. O, se vuole, dello scandalo-rifiuti con l’ombra della ’ndrangheta e della mancanza di impianti adeguati allo smaltimento».

Molto volentieri, su questo giornale ne parliamo sempre e con grande energia. Vado avanti con un’altra domanda sulla sicurezza. Lei è apparso molto deciso sulla “legittima difesa” a tutti i costi, spendendo parole pesanti a sostegno di cittadini coinvolti in casi controversi (colpi di pistola anche non immediati rispetto all’aggressione). E anche nei confronti di quelle guardie carcerarie finite nei guai per storie non troppo edificanti. Non teme di giustificare chi la addita come uno che ama lo Stato autoritario? E, di conseguenza, di spaventare chi crede in quei valori di tutela del cittadino perbene ma non vuole eccessi che possano sfociare nel far west?

«No, perché la legittima difesa non cambia la norma sul porto d’armi (quindi, nessun far west) e chiedo rispetto per migliaia di donne e uomini della polizia penitenziaria che non possono essere insultati in blocco per i gravi errori di qualche collega».

Non è stato uno sbaglio, riferendosi alla crisi afghana, dire che erano benvenuti come profughi solo donne e bambini ma non gli uomini? Così si finisce per separare le famiglie, anche quelle che rischiano grosso perché ritenute “collaborazioniste” nei confronti degli occidentali.

«Sono già arrivati dall’Afghanistan oltre 5.000 profughi, di ogni sesso ed età, e altri ne arriveranno perché lì i terroristi islamici ci sono davvero. Il problema è rappresentato dai 45.000 sbarcati quest’anno, senza controlli, che arrivano da Paesi dove non ci sono guerre o talebani».

Tornando indietro rifarebbe davvero il proclama del Papeete a Milano Marittima? In fondo in quel momento era l’uomo forte del governo Conte I a trazione pentaleghista. Si è trovato fuori dal governo successivo, in un momento in cui poteva continuare a crescere nei consensi. Con la nascita del governo Conte II, con il Pd che ha preso il posto della Lega, si è trovato un po’ spiazzato. All’opposizione e senza possibilità di incidere.

«Sono abituato a dire quello che penso, senza calcoli. Dopo un anno, quell’esperienza di governo era conclusa e non avremmo mai realizzato le altre cose che avevamo promesso agli italiani. In effetti, la storia ci ha dato ragione: i 5Stelle sono un alleato organico del Pd, è la dimostrazione plastica delle loro intenzioni».

Si dice che fu l’altro Matteo a fregarla, le disse che non avrebbe mai votato per un governo con i pentastellati. E poi invece…

«Falso. Non ho mai fatto accordi con Renzi».

A proposito di Renzi, la narrazione retroscenista vi vuole molto vicini dietro le quinte. Poi in pubblico lo scontro continua…

«Fantasie. Ma sono contento abbia condiviso la battaglia della Lega, promossa insieme con il Partito radicale, per i referendum sulla Giustizia. Ha firmato anche Renzi: bene».

Intorno al rapporto con Renzi ci sono vicende che meritano un approfondimento. Ad esempio, la storia di Toscana Aeroporti, con la contrapposizione fra gli scali di Pisa e Firenze. In campagna elettorale, il candidato leghista a sindaco di Pisa (poi vincente) Michele Conti, ha fatto di questa battaglia un punto fermo. Poi dopo è stato costretto a toni più soft, dopo alcune sue uscite molto più in sintonia con le scelte di Matteo Renzi.

«A me sembra che il problema e l’imbarazzo siano tutti della sinistra, che governa la Toscana e Firenze da sempre ma è prigioniera di troppe contraddizioni e bugie. La Lega è a favore delle opere pubbliche e dell’ammodernamento delle infrastrutture. Pd e Renzi, invece?».

In questi giorni la sua agenda, come quella di tutti i leader di partito, è molto fitta. Domenica prossima si vota per il rinnovo di molte amministrazioni comunali. Il 3 e 4 ottobre si vota anche a Siena per le suppletive della Camera. Qui per il centrosinistra si presenta il segretario nazionale del Pd, Enrico Letta. Lei è stato molto “presente”, anche a distanza. Premendo spesso il tasto “Mps”. Quanto può condizionare l’esito del voto la possibile acquisizione da parte di Unicredit? Lei ha una proposta alternativa? In fondo ci sono 6-7.000 posti di lavoro a rischio, persone incolpevoli che rischiano di pagare pesantemente…

«La vicenda Mps è vergognosa: si vota perché il parlamentare eletto nel collegio, Padoan, si era candidato a Siena dopo aver fatto il ministro che aveva dato miliardi per salvare la banca. Poi ha lasciato il Parlamento per fare il presidente di Unicredit e ora vorrebbe acquistare Mps con sostanzioso aiuto pubblico. Una vicenda incredibile e vergognosa: Siena non è il bancomat del Pd, ma i dem vogliono accelerare per levarsi un problema. C’è il ritorno degli utili e i conti sarebbero migliori senza le zavorre delle cattive gestioni precedenti. È necessaria una discussione trasparente e aperta per valutare tutte le alternative a Unicredit, che ci sono».

Toscana ed Emilia-Romagna per la Lega sono state un tabù. Alle ultime Regionali apparivano contendibili, invece il presidente uscente dell’Emilia Bonaccini e il candidato del centrosinistra in Toscana Giani hanno vinto facilmente. Con il senno di poi ripresenterebbe le stesse candidature?

«Facilmente? In Emilia-Romagna e Toscana alle ultime elezioni, pur perdendo, la Lega e il Centrodestra hanno raccolto il massimo storico dei loro voti. Le vittorie sono solo rimandate».

Tema legge elettorale. Negli ultimi tempi abbiamo avuto tre governi che sono stati la somma di schieramenti che si sono combattuti l’uno contro l’altro. Nessuno poteva governare da solo e così ha finito per governare anche chi non ha vinto. Anche in passato ha governato chi non era maggioranza nel Paese. Siamo sicuri di avere un meccanismo elettorale “corretto”?

«Non mi appassionano questi discorsi, credo che se si votasse domani il centrodestra sarebbe maggioranza e governerebbe con numeri solidi».

Questione Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ci sono tanti soldi in arrivo e ci sono molte, forse troppe idee, su come impiegare queste risorse. Ci indichi le sue priorità.

«Riapertura dei troppi cantieri fermi, abbattimento delle barriere architettoniche, costruzione di centinaia di asili nido e scuole materne (sono previsti oltre quattro miliardi per questo), connessione rapida per uffici pubblici, famiglie e imprese, potenziamento di Ferrovie locali e nazionali».

Capitolo Quirinale. Lei si è più volte speso per la candidatura di Silvio Berlusconi, credo si renda conto che è una candidatura molto divisiva. Pensa di poter insistere o ha anche un piano B nel caso si dovesse arrivare a un accordo con il “nemico”?

«Credo che sia prematuro e irrispettoso nei confronti del presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlarne ora».

Prima ancora del voto per il Colle, ci attende un autunno di scelte importanti per l’economia e per i cittadini. Non sarà semplice perché le correnti di pensiero sono inevitabilmente tante in un governo dove ci sono “quasi” tutti. A Draghi quali richieste “ultimative” si sente in grado di poter rivolgere?

«Ci ha già dato risposte soddisfacenti, dicendo no a nuove tasse come chiesto da Pd e 5Stelle. Ci aspettiamo che vada in questa direzione».

Cosa si aspetta da questa tornata elettorale? Glielo chiedo sia in termini nazionali sia a livello locale, in Toscana e in Emilia-Romagna.

«La Lega stamattina ha al lavoro oltre 900 sindaci in tutta Italia, alcuni bravissimi in Toscana e in Emilia-Romagna, 5.000 consiglieri comunali, governatori e ministri. Col voto di domenica contiamo di averne ancora di più di sindaci, che sono la spina dorsale, l’anima e il cuore della politica e dell’Italia».

Twitter: @s_tamburini

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