L'Europa, il traffico di esseri umani e le risposte mancanti

Il corpo di una delle vittime in una fotografia di Flavio Gasperini pubblicata sul sito dell’organizzazione non governativa Sos Mediterranee

L'ultima strage nel mare tra la Libia e l'Italia e le richieste di aiuto inascoltate. L'analisi del presidente della commissione Esteri della Camera dei deputati

Di fronte all’ennesima tragedia in cui hanno perso la vita più di cento migranti nelle acque gelide del Mediterraneo l’indignazione non è davvero più sufficiente. Da 48 ore si sapeva che un barcone stipato di migranti era in balia di un mare agitato da fortissimi venti. Eppure nessun meccanismo di soccorso è stato attivato e quando la nave Ocean Viking della Ong Sos Mediterranee, con la collaborazione di tre mercantili, ha tentato di intervenire la tragedia si era ormai consumata. E risulta davvero inaccettabile la criminalizzazione di chi, spesso a rischio della vita, presta soccorso quando le strutture a quel fine dedicate sono latitanti o colpevolmente assenti.

Sorge spontanea la domanda: che cosa deve ancora accadere perché l’Unione Europea e i governi europei si assumano la responsabilità di adottare una politica migratoria capace di tenere insieme accoglienza e sicurezza e di gestire i flussi migratori con politiche legali, unico modo peraltro per contrastare il traffico di esseri umani su cui da anni prospera una crudele attività di organizzazioni criminali? I morti della notte scorsa sono le ultime vittime di una drammatica via crucis di naufragi in cui hanno perso la vita in questi anni migliaia di persone – spesso donne e minori soli – alla ricerca disperata di una dignità loro negata nei paesi di origine. E quelle morti sono la tragica certificazione del fallimento della politica migratoria dell’Europa, prigioniera degli egoismi nazionali e della pavidità di classi dirigenti che, facendosi scudo delle paure che le migrazioni sempre suscitano, preferiscono rimuovere il tema anziché affrontarlo con razionalità e politiche adeguate. Ma volgere il capo altrove per distogliere il capo da ciò che non piace, non ha mai consentito di risolvere i problemi. Anzi li ha incancreniti.

Serve un radicale cambio di passo e ne è consapevole la stessa presidente della Commissione europea Von der Leyen che negli scorsi mesi ha avanzato proposte per un “Nuovo patto sull’immigrazione e sull’asilo”. Proposte tuttavia ancora troppo timide, fondate solo sulla disponibilità volontaria di chi vi vuole aderire senza alcun meccanismo cogente verso quegli Stati che intendono sottrarsi alla condivisione di una responsabilità comune. E invece proprio questo è il salto necessario: i migranti che approdano sulle coste di Italia, Spagna o Grecia – i paesi mediterranei di ingresso nel nostro continente – vogliono in realtà venire in Europa. Tant’è che la gran parte, appena sbarcata, dichiara di voler raggiungere paesi – Francia, Germania, Olanda, nazioni scandinave – dove possono unirsi a uomini e donne della stessa origine o provenienza.

Insomma è tempo di affrontare il tema migratorio con coraggio e responsabilità: attivando corridoi umanitari per profughi in fuga da situazioni di conflitto, organizzando canali legali di migrazione economica, unificando a livello europeo le norme su asilo e protezione umanitaria, promuovendo politiche di redistribuzione, accoglienza e integrazione che rendano tutti sicuri. Su ognuno di quei capitoli le proposte concrete non mancano. Manca la volontà politica di attuarle. Ma ormai una cosa è chiara: chi si sottrae al dovere di gestire i fenomeni migratori si assume la responsabilità morale di altre tragedie. —

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