Due donne capigruppo al posto di Marcucci e Delrio, l'intervista di Letta al Tirreno agita il Pd

Enrico Letta

Il segretario  vuole un Pd governato anche da donne e indica come primo passo un avvicendamento alla guida dei gruppi parlamentari. La reazione di Delrio: ok, ma decidano deputati e senatori. Sul fronte esterno il nodo delle alleanze, in risposta a Renzi: niente veti ai Cinque Stelle

Enrico Letta prova a domare le correnti ma si alza la tensione interna. Eletto da una settimana e definita la squadra nella segreteria, l'ex premier detta ora la linea del suo nuovo Pd. E lo fa attraverso una lunga intervista rilasciata al direttore del TirrenoStefano Tamburini - pubblicata anche su Gazzetta di Reggio, Gazzetta di Modena e La Nuova Ferrara - in cui indica le priorità del nuovo corso, partendo dalla richiesta di avere due donne come capogruppo alla Camera e al Senato.

Obiettivo: un partito guidato anche dalle donne (non solo come "vice" degli uomini, nella migliore delle ipotesi) e pronto ad allearsi con i 5 Stelle, perché "se si va da soli, si perde". In pochi giorni sono usciti dal Nazareno messaggi chiari: ai suoi, perché i dem siano coerenti con la parità di genere invocata e non rispettata; e a Matteo Renzi sulle alleanze. Era stato il leader di Italia viva a chiudere a ogni patto con i "populisti", sfidando i dem a schierarsi.

L'effetto dell'intervista tra i parlamentari dem è pari a una bomba lanciata a sorpresa, spiazzando molti e irritando diversi. Quasi tutti, però, ufficialmente tacciono. Soprattutto a 48 ore dall'assemblea di deputati e senatori che martedì incontreranno Letta e che potrebbero confermare o mettere in discussione le presidenze dei gruppi. Un avvicendamento dettato, per prassi, dall'arrivo di un nuovo leader e contraddistinto dal voto segreto.

Al comando ci sono ora Graziano Delrio a Montecitorio e Andrea Marcucci al Senato. Letta propone apertamente di sostituirli con due donne, consapevole - aggiunge nell'intervista - che il Pd ha tre ministri e un segretario, tutti al maschile. Il rischio, azzarda, è di essere paragonati all'Ungheria di Orban o alla Polonia di Morawiecki. Assicura che non è una bocciatura dei due attuali presidenti e che "assolutamente" non farà lui i nomi delle sostitute, ma "saranno i gruppi a sceglierle e votarle". Quindi fa leva sulla coerenza tra parole e fatti, sostiene la necessità di "leadership mischiate". E taglia corto: "Siamo intorno a metà legislatura ed è giusto lasciare spazio a due donne".

Ma la rivoluzione non è indolore. Dietro i nomi, e i ruoli acquisiti, ci sono le correnti e di conseguenza voti che potrebbero condizionare le scelte. Non a caso Delrio, pur condividendo le parole di Letta, sottolinea che "l'autonomia dei gruppi parlamentari va rispettata". Spetterà a loro, dunque, l'ultima parola. E rivendica, un pò amareggiato, il suo impegno per la parità ("Mi sono battuto perché a 3 delle 5 presidenze delle commissioni alla Camera spettanti al Pd fossero indicate donne").

Tuttavia, è a Palazzo Madama lo scoglio più arduo da superare: Marcucci vanta la maggioranza dei 36 senatori (l'ultimo si è aggiunto con il ritorno di Eugenio Comincini che ha lasciato Iv) che fanno capo a Base riformista, la corrente di Lorenzo Guerini e Luca Lotti. Difficile insomma immaginare un passo indietro di Marcucci, che potrebbe tentare di resistere al suo segretario. In alternativa, e della stessa corrente, potrebbe subentrargli Valeria Fedeli o Simona Malpezzi che però dovrebbe rinunciare al ruolo di sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento.

Se non si arriverà a un accordo con Letta, i rumors prevedono che i gruppi saranno comunque spaccati con l'ennesima crepa - sottolineano a registratori spenti - che si sarebbe potuta evitare, con buonsenso e cautela. Il partito in effetti non è in ottima salute, lo dimostrano anche le schermaglie tra la vicesegretaria dem, Irene Tinagli e Stefano Vaccari, responsabile organizzazione della segreteria. In ballo, le critiche di Tinagli su un partito che finora si sarebbe "guardato l'ombelico", e che non vanno giù a Vaccari. ("Forse è il caso che prima di parlare, alzi il telefono e si informi su ciò che è stato fatto in questi 2 anni").

In questa atmosfera di sospetti, il Pd di Letta rilancia le alleanze elettorali con il Movimento di Grillo senza provocare in questo caso fibrillazioni. "Vogliamo unire la sinistra e lavorare a un discorso comune con i 5 Stelle", annuncia e argomenta: "Battere le destre sarà difficilissimo , non possiamo dividerci". E aggiunge: "Non mettiamo veti e non ne vogliamo".

Parole dirette allo storico avversario, quel Renzi che "sbaglia atteggiamento" sui pentastellati. E rilancia la palla al premier a cui dovette cedere la campanella sette anni fa: "Adesso decida lui da che parte stare".