La storia per capire. Le celebrazioni scivolano nella retorica, nel sentimentalismo e non danno risultati

Capire quanto è accaduto e opporsi alla cancel culture serve a sostenere il «mai più»

Oggi è la più importante delle “giornate della memoria”, la giornata della memoria per eccellenza, cioè il giorno in cui si commemora la Shoah con l’intenzione soprattutto di educare le giovani generazioni. Le parole che ricorrono ovunque sono «mai più», ma meno chiaro è a cosa si riferisca questo mai più: mai più violenze e eccidi in generale, o mai più antisemitismo e sterminio del popolo ebraico? È opinione diffusa che le celebrazioni e la commozione, gli omaggi a ormai pochi sopravvissuti, ci mettano al sicuro dal ripetere questa tragedia, costituiscano un efficace insegnamento alle giovani generazioni alle quali specialmente sono rivolte.

Celebrazioni e memorie, invece, scivolano facilmente nella retorica, nel sentimentalismo e non ottengono il risultato voluto. È necessario piuttosto specificare come e perché questo sterminio è avvenuto, cioè passare dalla memoria alla storia. Perché solo la storia ci porta a ragionare, a comprendere colpe e responsabilità, a capire di cosa siano capaci gli esseri umani in alcune circostanze. La memoria invece è per definizione soggettiva, quindi facilmente manipolabile, e può diventare grimaldello per nuove ideologie o, come minimo, scorciatoie per l’ignoranza. Nella frase “mai più”, cioè nella utilizzazione superficiale della memoria, si nasconde infatti la possibilità di pensare che la tragedia è accaduta solo perché c’erano dei cattivi – fascisti e ancor peggio nazisti – e quindi rassicurarci: noi non siamo nazisti, anzi li combattiamo, quindi siamo buoni.

È un modo sbrigativo per evitare di porsi domande, per evitare – scrive Ugo Volli nel suo recente libro sulla giornata della memoria – la fatica di cercare i segnali che possono spiegare il genocidio fra i propri tratti culturali. Per rispondere a questa domanda serve la storia, proprio quella materia che oggi nelle scuole è quasi scomparsa – diventando in molti casi un orribile ibrido, la geostoria, che vuol dire non sapere più niente né di storia né di geografia – che permette di ricercare nel passato i segni che hanno permesso e spiegano questa catastrofe. Spiegare cioè che il popolo ebraico è stato per secoli l’unica minoranza – perché l’identità religiosa costituiva l’aspetto fondamentale dell’identità di un gruppo – diversa presente nei paesi europei, se pure in forme e quantità differenti.

Questa convivenza con il diverso, che spesso ha dato origine a varie forme di antigiudaismo, si è intrecciata, dopo la parificazione degli ebrei voluta dalla rivoluzione francese e esportata in tutta Europa, con una forte invidia sociale. Gli ebrei, ormai liberi di scegliere le professioni che volevano e di abitare dove volevano, raggiungevano rapidamente posizioni di spicco nei nuovi settori emergenti, come il giornalismo, la politica, la vita intellettuale in generale, aggiungendo così questi nuovi traguardi a quelli tradizionali della finanza intessuta attraverso legami sovranazionali. Su questa situazione già carica di tensione che rischia di scoppiare al minimo accenno – basti ricordare il caso Dreyfuss – si aggiunge, nei primi decenni del 900, la scienza, cioè una scienza allora molto stimata, l’eugenetica, che stabilisce che gli ebrei appartengono a una razza inferiore. Sì, proprio quella scienza che oggi con i vaccini ci sta salvando dal Covid, che troppo spesso amiamo credere buona per definizione ma che, quando si serve delle ricerche per costruire nuove ideologie, può diventare anch’essa un’arma disumana.

Se non riflettiamo su questi aspetti storici, se non vogliamo capire come mai siamo arrivati a quel punto di disumanità, è difficile credere che il “mai più” sia qualcosa di meglio di una vana speranza.

Esagerare nella memoria celebrativa porta a sopravvalutare la memoria, e su questo si basa anche un altro pericolo. Pensare la memoria senza la storia, infatti, è oggi l’atteggiamento base del movimento woke, di quella cancel culture che porta ad abbattere statue, a censurare opere d’arte letterarie, a distruggere o cancellare dipinti e disegni, così come alle azioni vandaliche che compiono i talebani. Può portare a distruggere invece di porsi domande, invece di cercare di capire, invece di cercare veramente di diventare migliori riflettendo sul passato.

La vera tragedia è che i sostenitori della cancel culture oggi stanno esercitando una non trascurabile influenza nelle università, cioè nei luoghi in cui si preparano gli insegnanti di domani. Dobbiamo esserne consapevoli ogni volta che non ci opponiamo alla loro prepotenza, ogni volta che accettiamo i loro diktat per paura di essere additati al ludibrio dei social, per paura di non essere abbastanza moderni. E ogni volta che scegliamo la memoria – via più facile e “di effetto” – invece della storia. 

(fonte: La Stampa)