Bari, papà in carcere dona un rene alla figlia di 12 anni e le salva la vita

Per la ragazzina il trapianto era l’unica speranza: dopo un anno di dialisi il rene aveva smesso di rispondere al trattamento. Via libera del magistrato di sorveglianza

BARI. Sul suo letto di ospedale c’è un peluche di Ih-Oh. Il personaggio di Winnie the Pooh con una lunga coda - che perde facilmente - agganciata con un chiodo al resto del corpo. Una volta riattaccata, l’asinello di pezza guadagna nuovamente la fiducia in sé. E anche la vita di questa ragazzina di 12 anni era attaccata a una piccola speranza: trovare un rene nuovo. Un gesto, grande, fatto dal suo papà. Una decisione immediata, senza pensarci, come solo un genitore può fare. Un donatore speciale, che ha detto di sì dal carcere in cui è detenuto.

Dalla Puglia arriva questa storia di amore e riscatto e di come un legame tra padre e figlia vada oltre. Lei malata da quando aveva 7 anni. Come tutti i bambini in dialisi, una convivenza con problemi nella calcificazione delle ossa e perdita di peso. L’insufficienza renale terminale le era stata diagnosticata all’ospedale pediatrico Giovanni XXIII di Bari. E dopo cure, visite e terapie, la prospettiva del trapianto era risultata l’unica possibilità per continuare a vivere. Alla notizia, il padre non si tira indietro: propone di prendere il suo rene per salvare la piccola. Inizia una fase che coinvolge nefrologi, immunologi, patologi clinici, psicologi. Ma non basta, perché per completare la procedura per trapianto da vivente - in questo caso - è necessaria l’autorizzazione del magistrato di sorveglianza, perché il donatore è detenuto in una struttura penitenziaria. E il definitivo lasciapassare non tarda ad arrivare. «Ho dovuto procedere all’espianto dell’organo con guardie carcerarie che erano in sala operatoria. Dovevano guardarlo a vista».

Il professore Michele Battaglia ha guidato l’equipe medica del Policlinico di Bari che si è occupata del delicato intervento. «Un’esperienza indimenticabile. È stato il mio ultimo giorno di lavoro, a settembre scorso, prima di andare in pensione. E mi sono trovato di fronte a un padre che ha fatto un gesto straordinario. Lui era felicissimo. Se ci penso, mi viene la pelle d’oca ancora oggi».

Battaglia intanto prosegue il suo impegno in sala operatoria con un contratto a titolo gratuito per affiancare il suo successore. Il ricordo di quei giorni è ancora vivo. È stata utilizzata una tecnica robotica e anche per il donatore vivente ci sono percentuali di rischio. «È andato tutto per il meglio, dopo 48 ore il padre è stato dimesso» per tornare nella sua cella. Poi il turno della piccola paziente. Tante ore sotto i ferri, con la questione del diverso volume dell’organo donato da un adulto su un corpo con un peso notevolmente inferiore. Intervento delicato e momenti di attesa, soprattutto nella fase di ripartenza del rene. «La cosa che mi ha impressionato nel post operatorio è stato il silenzio di questa bambina, che all’inizio non parlava. Si limitava a guardare noi medici, mentre la madre cercava di interpretare i suoi gesti. Ho rivisto questo atteggiamento in molti pazienti della sua età, purtroppo abituati a convivere con esami e ospedali». Anche il coordinatore del Centro regionale trapianti, Loreto Gesualdo, non nasconde l’emozione e parla di un caso che li ha molto coinvolti. «A questo bellissimo atto di amore paterno è corrisposto il grande impegno per rendere possibile un dono che salvato la vita alla piccola, superando tutte le barriere».

A qualche mese di distanza, la dodicenne è sotto osservazione periodica del reparto di nefrologia pediatrica del Policlinico barese che, solo nel 2021, ha registrato 123 trapianti d’organo. «Dietro ogni trapianto ci sono storie di grande umanità» ricorda il direttore generale, Giovanni Migliore.

E poi ci sono le lacrime della mamma, che si confondono alle parole, tra commozione e sofferenza. «Ho una bambina fortissima. Ringrazio tutti con il cuore in mano, ringrazio mio marito perché ha fatto una cosa molto importante e oggi non possiamo essere vicini». Mentre pronuncia queste frasi brilla una collanina, semplice, con quattro piccole sagome: due persone adulte e due bambini, mano nella mano. Un legame da tenere sempre con sé, magari da guardare ogni tanto, per trovare la forza di essere felici.

(fonte: La Stampa)