Napoli, le mani della camorra sugli ospedali: 48 arresti

Appalti pilotati e tangenti. I pm: «Presenza dei clan totalizzante»

Appalti pilotati con la complicità di pubblici ufficiali e sindacalisti, tangenti da capogiro versate alla criminalità organizzata e dipendenti di imprese che finivano col diventare ‘spie’ della camorra. Tra le corsie dei nosocomi della zona ospedaliera di Napoli si è consumata, per anni, una storia di sporchi e loschi interessi analoga a quella che, nel giugno 2019, ha portato sotto i riflettori della magistratura la vita dell’ospedale partenopeo San Giovanni Bosco: il clan Cimmino-Caiazzo-Basile, operante al Vomero e gruppo satellite dell’Alleanza di Secondigliano, è riuscito a controllare le attività economiche correlate alla gestione del Cardarelli, del Monaldi, del Cotugno, del Cto e dell’azienda ospedaliera universitaria Federico II.
Quarantotto le misure cautelari spiccate dal giudice per le indagini preliminari Claudio Marcopido del Tribunale di Napoli ed eseguite dalla Squadra Mobile: 36 le persone colpite da un provvedimento in carcere; 10 quelle poste ai domiciliari; due destinatarie del divieto di dimora in Campania. In calce i reati contestati a vario titolo di associazione di stampo mafioso, estorsione, concorso esterno in associazione mafioso e falso. Sono tutte accuse, formulate sulla scorta di intercettazioni e di dichiarazioni di collaboratori di giustizia (molte delle quali assai risalenti nel tempo), che raccontano dell’abbraccio mortale tra imprenditori, impiegati pubblici e criminalità organizzata. Un patto d’acciaio che se da un lato ha consentito ai protagonisti di questa inchiesta di fare fortuna, dall’altro ha però contribuito a inquinare lo sviluppo economico della città. L’indagine, racchiusa in circa 400 pagine di provvedimento cautelare, svela infatti l’intesa illecita finalizzata al condizionamento di gare d’appalto per la fornitura di servizi come la distribuzione di cibo e bevande negli ospedali, gare per l’aggiudicazione del servizio bar presso gli ospedali o del settore delle ambulanze. Secondo gli inquirenti (inchiesta dei pm Celeste Carrano e Henry John Woodcock, coordinati dal procuratore Giovanni Melillo) funzionava così: la camorra, durante le procedure d’appalto, aiutava le imprese ‘amiche’ scoraggiando pericolosi concorrenti dal presentarsi alle gare, ma in cambio pretendeva (e otteneva) una percentuale fissa all’atto dell’aggiudicazione di ogni appalto nonché la corresponsione di una di quote fisse mensili per tutta la durata dell’appalto. Il denaro confluito nelle casse del clan veniva poi impiegato per pagare anche le mensilità alle famiglie dei detenuti: la somma oscillava tra i 500 e gli 800 euro mensili a seconda dei casi.

Ad aiutare le imprese favorite dai clan a vincere gli appalti sarebbero stati pubblici ufficiali, alcuni dei quali colpiti dalla misura cautelare degli arresti domiciliari. Le persone incaricate dei procedimenti avrebbero chiesto, in cambio del loro aiuto, soldi o altre utilità: qualcuno avrebbe intascato, per una sola procedura ‘aggiustata’, 15mila euro; qualche altro avrebbe anche chiesto ingressi gratuiti in lidi balneari o in noti locali del baby night. L’inchiesta, nello specifico, ha evidenziato come i bandi di gara siano stati modificati in corso d’opera proprio dalle imprese che avrebbero dovuto aggiudicarsele: la documentazione della procedura, infatti, veniva consegnata sottobanco ai corruttori, da questi modificata in base alle proprie esigenze e poi ‘pubblicata’. Ai pubblici ufficiali la procura partenopea aveva contestato anche l’aggravante della matrice camorristica, ritenendo che essi non potessero non sapere chi fossero i loro interlocutori e i legami di questi ultimi con la criminalità. Tuttavia il gip ha respinto quest’ultima tesi. C’erano poi anche le estorsioni ‘pure’, quelle imposte a imprenditori che non sono mai scesi a patti con la camorra per vincere i bandi: rientra in questo contesta il ‘pizzo’ da 400mila euro su un appalto da 47 milioni di euro per la manutenzione straordinaria per l'adeguamento tecnologico di sei padiglioni del Cardarelli.

Nel sistema criminale scoperto dalla procura c’era infine un terzo livello: quello delle ‘spie’ del clan. All’interno di alcune imprese operanti nel mondo delle strutture ospedaliere controllate dai Cimmini-Caiazzo-Basile vi erano dipendenti ‘borderline’: persone affiliate al clan oppure disposte ad aiutare il sodalizio, segnalando di volta in volta quali erano i nuovi lavori che si stavano realizzando, ciò allo scopo di consentire al gruppo criminale di allungare i suoi tentacoli. Un sistema criminale ben oleato che ha agito indisturbato per decenni in uno dei mondi più redditizi della criminalità. «Il settore degli appalti ospedalieri cittadini - si legge nell'ordinanza di custodia cautelare - ha sempre rappresentato per la criminalità organizzata fonte di consistenti introiti economici e costituisce il core business di tutti i gruppi criminali che si spartiscono i proventi delle estorsioni, cui sono sottoposte sostanzialmente tutte le ditte aggiudicatrici di appalti, o comunque titolari delle più svariate commesse all'interno degli ospedali», seguendo le regole delle gerarchie vigenti tra gruppi malavitosi.

(fonte: La Stampa)