Emanuele Filiberto al Tirreno: «Noi Savoia chiediamo scusa per le leggi razziali»

Emanuele Filiberto di Savoia

Intervista al nipote di Vittorio Emanuele III dopo l’invio di una lettera alla Comunità ebraica italiana: «Era il re di tutti gli italiani: sua la firma, sua la responsabilità»

Non cerca assoluzioni, Emanuele Filiberto di Savoia. Soprattutto non va in cerca di giustificazioni per quello che è accaduto. «Vittorio Emanuele III ha firmato le leggi razziali, era il re di tutti gli italiani: sua la firma, sua la responsabilità». Nella lettera alla Comunità ebraica italiana chiede perdono per quello che è stato. Lo chiede non per ottenerlo, ma perché si sente di domandarlo. «E forse è anche giusto che le comunità ebraiche non lo concedano: quello che hanno subito gli ebrei è imperdonabile. Ma io sento che sia giusto chiedere scusa».

In questa intervista a Il Tirreno, Emanuele Filiberto di Savoia, parla per la prima volta della lettera inviata alla Comunità ebraica italiana con la quale a nome di Casa Savoia chiede, a titolo ufficiale, perdono per le leggi razziali firmate nella tenuta di San Rossore, a Pisa, nel 1938 dal suo bisnonno Vittorio Emanuele III. Lo stesso che nel 1904 si espresse a favore della nascita dello Stato ebraico.

Emanuele Filiberto di Savoia quando ha iniziato a sentire parlare della questione ebraica nella sua famiglia? E quando lei ha iniziato a interessarsene?

«Ho iniziato a interessarmi della questione ebraica sin da piccolo, perché come molti bambini 10-11 anni si inizia a leggere Primo Levi. Iniziando a leggere Primo Levi ho iniziato a capire bene, dall’interno, cosa era successo nei campi di concentramento e quello che succedeva in quel momento nella società: come ci si comportava nei confronti degli ebrei».

E dopo?

«Poi ho studiato la questione ebraica anche con la storia della mia famiglia ed è una questione di cui abbiamo sempre parlato. Abbiamo sempre parlato delle leggi razziali e di quello che era successo. Non potevamo ignorarla. Io ci sono cresciuto con questo tema».

E come se lo è sentito addosso?

«Ho sempre avuto moltissimi amici ebrei e, a titolo personale, sono andato in Israele più volte. La necessità di chiedere perdono per quanto accaduto è qualche cosa che mi sono sempre sentito di fare».

Le avranno chiesto perché ora.

«In molti mi hanno già detto: ma perché proprio ora, 80 anni dopo. Io posso solo parlare per me. Ho quasi 50 anni e non potevo permettermi di scrivere una lettera a nome di Casa Savoia prima di avere il diritto di parlare ufficialmente a nome di Casa Savoia. A livello personale ho sempre condannato le leggi razziali. Sono tornato in Italia nel 2002; nel 2003 sono andato all’Altare della Patria, era la Giornata della Memoria, dove ho incontrato il rabbino capo Riccardo Di Segni e il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi: già in quella occasione consegnai una lettera condannando le leggi razziali. Era una mia lettera personale, perché per me chiedere perdono è qualche cosa di “naturale” e voluto per quanto accaduto».

La firma delle leggi razziali, in effetti, è rimasta una macchia sul nome della sua famiglia. Eppure nei Diari di Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri di Mussolini, si parla con chiarezza dell’irritazione del duce nei confronti del re che non vuole firmare le leggi contro gli ebrei.

«Le leggi razziali sono state votate alla Camera e al Senato ad ampia maggioranza, anche da parlamentari come De Gasperi che poi combatteranno strenuamente il fascismo. Il re regnava e non governava (il capo del governo era Mussolini, ndr) e per lo Statuto Albertino era obbligato a firmare quello che il Parlamento votava. Per tre volte rimandò le leggi razziali alla Camera, domandando “Siete veramente sicuri? Siete veramente sicuri?”. Ma dopo tre rinvii Vittorio Emanuele III queste leggi le firma, le ratifica, come d’obbligo».

Una giustificazione?

«Attenzione: adesso, dicendo questo non sto cercando una giustificazione, una scusa per la firma di Vittorio Emanuele III. Molti monarchici in reazione alla mia lettera e alla mia richiesta di perdono mi stanno dicendo: “Ma lei sa che la responsabilità non è di Vittorio Emanuele III perché queste leggi sono state votate ad ampia maggioranza dal Parlamento”. Alle loro osservazioni io replico: va bene, è vero. I fatti sono questi. Ma la colpa di Vittorio Emanuele III c’è».

Perché insiste sulla responsabilità di VittorioEmanuele III?

«Perché lui era il re d’Italia e rappresentava tutti gli italiani. Era il garante dell’Unità nazionale, del cittadino. Quindi le leggi potevano essere state votate da chiunque, ma alla fine la firma che, purtroppo, ci si ricorda è quella del re. Ed è anche giusto che si ricordi questo. È anche giusto che ci si renda conto di come si sono svolti i fatti, del perché ci sono state le leggi razziali, ma è anche giusto dire che purtroppo Vittorio Emanuele III le firmò. Il re non le votò, ma le ha firmate: non è una scusa che sto provando a trovare».

Lei sa che le leggi razziali sono state firmate in Toscana, a Pisa. Ha in programma contatti, incontri con la comunità ebraica di Livorno, una delle più importanti d’Italia?

«Io ho scritto una lettera alla comunità ebraica italiana, per tutte le comunità. L’ho preannunciata e tutti ne sono al corrente: l’ho comunicata al rabbino capo della Comunità Roma Riccardo Shemuel Di Segni, alla presidente della comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello. Non c’è obiettivo finale a questa lettera. È uno sfogo. Io non sto cercando il perdono o un modo per riagganciare i rapporti con qualcuno. I rapporti li ho sempre avuti, a livello personale. Questa lettera, che sarà consegnata ufficialmente nel giorno della Memoria, rappresenta, oltre a un sentimento personale, una presa di responsabilità. Poi se si può riagganciare un dialogo, se si può parlare di quello che è successo, se si può insieme guardare insieme al futuro, senza mai dimenticare quello che è successo, lo faccio con grande piacere. Ma da questa lettera io non mi aspetto nulla. Del resto il perdono non è in quello che “concedono” le comunità ebraiche e forse hanno anche ragione (se non lo volessero concedere) perché quello che è stato fatto è imperdonabile. Però è importante chiedere il perdono, senza aspettarsi niente, e dire quello che ognuno di noi ha nel cuore».

Ma se lei dovesse spiegare tutto questo a un bambino – leggi razziali, persecuzioni, perdono – quali parole userebbe?

«A un bambino, giustamente, prima di chiedere scusa, spiegherei cosa è successo. E gli spiegherei tutto esattamente come Roberto Benigni ha spiegato le leggi razziali e tutto il resto ne “La vita è bella”. Diciamo che ci proverei, anche se non ce le avrò mai le parole di Benigni».

Pensa che Vittorio Emanuele III abbia portato ingiustamente da solo il peso delle leggi razziali?

«Vittorio Emanuele III non ha portato il peso delle leggi razziali ingiustamente. Non si può dire questo. Lui è stato il re d’Italia e lo è stato nelle situazioni belle come in quelle tragiche. Il re era il re di tutti gli italiani. La responsabilità va al re d’Italia, anche se queste leggi non sono state votate dal re. Diciamoci anche un’altra cosa, citando Indro Montanelli: se Vittorio Emanuele III non avesse firmato le leggi razziali cosa sarebbe successo? Mussolini, all’apice della popolarità, lo avrebbe spodestato. Vittorio Emanuele III sarebbe diventato un eroe, personalmente, però Mussolini chi avrebbe messo al posto del mio bisnonno? Forse il cugino Aosta che aveva davvero sentimenti fascisti. Allora avrebbe preso lui il potere e le leggi razziali sarebbero state assai peggiori di quello che già erano in Italia. Ma con i se... si mette Parigi in una bottiglia».

Restiamo ai fatti: Vittorio Emanuele III ha firmato le leggi, era il re di tutti gli italiani e si deve prendere la colpa. La firma è sua, la responsabilità è sua. La firma è sua, la colpa sua.

«Poi come si arriva a questa colpa, non si potevano evitare queste leggi, perché Mussolini era il capo del governo, perché incombeva la guerra, perché Hitler stava a due passi da noi, però il re le ha firmate. Il re le ha firmate, ma ci dovrebbero essere le scuse non solo di Casa Savoia anche dell’Italia per queste leggi razziali perché se il re le firmò gli italiani le votarono che erano rappresentati dal Parlamento. E le votarono a larga maggioranza. Tutti: i numeri sono da paura. Io ho chiesto perdono. Ma anche l’Italia dovrebbe chiedere perdono».

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