Caso Genovese: le ragazze da lui maltrattate temevano di denunciarlo: “Era nervoso e prepotente”

C’è un copione che si ripete sempre, o quasi, nelle testimonianze delle presunte vittime di Alberto Maria Genovese. Prima di tutto la paura di denunciare il«mago delle startup» ora in carcere con l'accusa di aver stuprato e sequestrato per ventiquattro ore una diciottenne, la sera del 10 ottobre scorso. Per «il timore di non essere credute»,  e «di mettersi contro un personaggio così potente». Ma anche e soprattutto per i suoi «gesti nervosi, di potere, di violenza», che ritornano nelle parole delle ragazze.
Una di loro ha raccontato ai pm che Genovese, davanti al suo rifiuto, le avrebbe rotto il cellulare solo perché lei non aveva voglia di assecondare un certo tipo di richieste. Un'altra che era solito arrabbiarsi e lanciare le cose giù dalla finestra.
Gesti pesanti che contribuiscono a dipingere il profilo di un uomo che non è abituato a sentirsi dire di no. E non lo accetta. Tanto da arrivare a queste «prove di forza» con le giovanissime donne di cui ama circondarsi.


Già venerdì scorso, quando è stata sentita in procura una modella di 20 anni, era emerso che la giovane aveva parlato di più abusi subiti nell'ambito della sua frequentazione dell'imprenditore e dei festini a Terrazza sentimento, spiegando di essere rimasta «soggiogata» dalla sua figura e di non essere riuscita a denunciare prima per paura di lui. I suoi timori erano gli stessi ripetuti da altre ragazze sentite dagli investigatori della Squadra mobile, che stanno conducendo le indagini coordinate dai pm Letizia Mannella, Rosaria Stagnaro e Paolo Filippini.


Dai racconti, dalle testimonianze, dai filmati delle diciannove telecamere di videosorveglianza del superattico con vista Duomo, sono state individuate altre presunte vittime. Almeno tre oltre alle quattro ragazze che hanno querelato l’imprenditore. Su di loro si concentrano ora gli accertamenti, per incrociare immagini, chat, celle telefoniche e cercare riscontri agli altri presunti stupri.

(fonte: La Stampa)