Femminicidi in Italia, la criminologa Bellini: «Le donne sono vittime anche di investigatori impreparati a riconoscere l’orrore»

L'intervista/ Per l'esperta fra le forze dell’ordine molti sottovalutano le denunce di chi subisce violenza. Ecco le domande da fare per capire chi subisce abusi. Ma la mancata protezione dovuta anche alle lacune nell'attuazione della legge: "Ad Aci Trezza il braccialetto elettronico avrebbe salvato Vanessa"

Erano così belli insieme, tanto una bella famiglia. Normale. Non si capisce cosa gli sia scattato nella testa. Ormai sono frasi tipo dei pezzi dei tg sui femminicidi, testimonianze tutte uguali raccolte nelle “vox” fra i vicini di casa. Ieri frasi così le ha usate anche il sindaco di Agnosine, nel Bresciano, dove un uomo ha ucciso la moglie da cui s’era separato un mese fa con un agguato. «Una trappola. Quindi l’aveva premeditato. Ecco, il sindaco avrebbe dovuto dire: sembravano tutto normale, prima che emergesse una voragine di violenza di cui non c’eravamo accorti». Eppure, dice Giovanna Bellini, criminologa e neurologa all’ospedale di Livorno, in cima alla catena di complicità implicite che accompagna delitti come questo non c’è la comunità, la cecità piccolo borghese, i suoi silenzi, le sue spaurite ipocrisie. «Ciò che manca allo Stato per proteggere le vittime è spesso la specializzazione di chi dovrebbe difenderle, forze dell’ordine, avvocati, consulenti».

Dottoressa, ieri due femminicidi. Dal 17 agosto, nove. Uno ogni tre giorni. E pensare che la ministra Lamorgese a Ferragosto aveva annunciato un lieve calo nell’ultimo anno.


«Praticamente sono stabili rispetto agli ultimi anni, e già il fatto in sé è preoccupante. Dall’inizio dell’anno sono un’ottantina, la metà legati alla presenza di partner o ex partner. E spesso ci sono fattori di rischio ricorrenti che potevano essere riconosciuti. Intanto, chiariamolo subito: il raptus non esiste. Si dice appunto “era un bravo ragazzo, una bella famiglia”. In realtà non si giunge all’omicidio senza aver dato segnali d’allarme. Mai. È la prevenzione che manca».

Dovuta a lacune nell’ordinamento legislativo?

«No, in realtà gli strumenti di tutela delle donne vittime di violenza – dal reato di violenza sessuale al codice rosso – ci sarebbero. Il guaio è la loro attuazione. Pensiamo al braccialetto elettronico. Per questo il caso di Aci Trezza è emblematico. L’omicida era stato denunciato più volte, invece ha potuto avvicinarsi alla vittima e spararle sul lungomare. Se avesse avuto il braccialetto, la ragazza avrebbe potuto sapere che si avvicinava e chiamare i soccorsi. Ma c’è anche altro»

Tipo?

«Dall’iscrizione della notizia di reato, la polizia giudiziaria potrebbe agire in tre giorni. La realtà è molto diversa. Sia per carenze amministrative e organizzative sia per scarsa preparazione e specializzazione di chi dovrebbe raccogliere la denuncia di una vittima, forze dell’ordine e anche avvocati. Chi riceve la denuncia spesso la sottovaluta perché non sa riconoscere i fattori di rischio».

In che senso?

«Una donna che va alla polizia non lo fa con rabbia e determinazione. Anzi, spesso il suo racconto sembra ambivalente. Non riesce neppure a mettere in fila con precisione i fatti. Per pudore e paura, anche delle ripercussioni sulla famiglia, dall’affido dei figli ai problemi economici, tende a giustificare il marito, compagno o ex. “Però gli voglio bene…”, dicono spesso le donne. E il maresciallo o l’ispettore diffidano, sminuiscono. “Ah, ma queste cose dovete risolverle in famiglia, signora”. È capitato di sentirlo anche a me quando ho accompagnato una conoscente a sporgere querela. Il funzionario non voleva neppure raccoglierla. Non voglio generalizzare, ci sono eccellenze fra le forze dell’ordine, ma anche molte sacche di arretratezza. Eppure questi racconti sono attendibili, veri, mentre talvolta in altri più circostanziati e apparentemente coraggiosi si nasconde la piaga delle false denunce».

Una piaga?

«Sì, perché sebbene siano una fetta minoritaria influenzano gli investigatori inesperti o i consulenti e gli avvocati».

Ma cosa si dovrebbe chiedere a una donna per capire se dietro il suo racconto incerto si nasconda un pericolo?

«Se ad esempio il soggetto violento lo è stato anche in presenza dei minori: la violenza assistita dai minori è indice di un salto di qualità nella pericolosità. Oppure se l’uomo o lo stalker è stato violento anche nei confronti degli animali di casa, se ha fatto assistere anche i figli alla violenza o voluto che addirittura partecipassero. Poi bisognerebbe chiederle se il soggetto ha dipendenze, da droga o gioco d'azzardo, se l’ha malmenata in gravidanza, se l’ha mai presa per il collo, se ha armi. C’è un metodo, il codice Sara, che prevede domande specifiche».

Ci sono comportamenti ricorrenti nel femminicida?

«Chi è l’omicida? O uno con patologie psichiche gravi, ma questo è raro; o uno con disturbi comportamentali o della personalità, ma che non si configurano come una patologia in atto. Quasi sempre sono uomini che rifiutano il lutto dell’abbandono e considerano la donna una propaggine del sé. Non un oggetto o una proprietà. Alcuni sono stati a loro volta vittime di violenze domestiche. La separazione fa crollare il castello di carte, la loro facciata sociale. Così chi si costituisce spesso lo fa senza pentimento. In fondo ha premeditato l’omicidio, si è appostato, si è procurato l’arma. Nei suicidi ci sono vari tipi: chi è preso da delirio di pietà, ha ucciso la moglie malata e si uccide per disperazione, chi da un delirio di rovina, e trascina con sé anche i figli convinto di evitarli il dolore; c’è chi è colto da delirio di onnipotenza e vive il suicidio in modo narcisistico come un gesto ultimativo ».

I femminicidi sono anche il prodotto di una cultura maschilista ancora radicata nel Paese?

«Be’, il fatto che in Italia si discuta ancora se sia una molestia o meno per una donna sentirsi fischiare da un uomo per strada e venir apostrofata in modo volgare la dice lunga sullo stato di pezzi di società».

© RIPRODUZIONE RISERVATA