Difficile cancellare l'impronta del trumpismo dopo Trump

È finita? Molti, in ogni angolo del mondo, stanno accogliendo l'esito (mai così sofferto) delle presidenziali americane come una liberazione. L'intruso verrà sfrattato dalla Casa Bianca. Già oggi è costretto alla museruola a casa sua, in tv e sui social. Basta allora tenere duro ancora qualche ora, smaltire le massicce dosi di veleno sversate nei pozzi di Washington. Potremmo allora derubricare l'elezione di quattro anni fa a una sbandata: una parentesi di follia collettiva. Autoconvincerci che non sia mai successo; che non succederà mai più. Ma non è così.

No, non è finita. Per rendercene conto non dovremo aspettare l'ennesimo colpo di teatro dalla Georgia o dalla Pennsylvania, un ricorso accolto o un clamoroso riconteggio. Per un remake del 2016 non servirà, necessariamente, una nuova nomination nel 2024. Basta guardare i dati di oggi, l'America di oggi, per rendersi conto che il trumpismo non nasce con Trump. Che un altro Trump è possibile.

Dio benedica dunque l'America, che si libera e ci libera dal mostro populista? Ma quale America? L'America del 2016, in fila dietro al pifferaio magico, o l'America rinsavita del 2020? L'America dei centri urbani o l'America delle periferie? L'America delle coste o l'America delle grandi pianure? L'America che si riconosce in Trump o l'America che inorridisce di fronte allo specchio della quarantacinquesima presidenza?

È un paese profondamente diviso, quello fotografato dalle presidenziali: polarizzato sulla figura del presidente uscente, che negli ultimi quattro anni non ha fatto nulla per ricucire lo strappo fra le due americhe. Al contrario, è stato autore di continue e ricercate lacerazioni. Oggi, le unghie piantate sul tavolo dello studio ovale sembrano già preparare il ritorno, contando sulla definitiva trumpizzazione dei Repubblicani. Ma si tratta di questioni che non si esauriscono nella "persona" del Presidente uscente. The Donald ha fatto da ideale collettore alle tensioni che attraversano la società, e scuotono, in questa fase, i regimi democratici, ormai incapaci di produrre risultati certi e valori condivisi. Di raccogliere i cittadini attorno alla sua bandiera. Non solo negli Usa: semmai, persino negli Usa, dove vacilla il mito dell'esito elettorale "immediato", della solidità istituzionale, dello spirito nazionale.

Certo, ci troviamo di fronte a un passaggio fondamentale. L'onda populista si abbassa. E la risacca potrebbe vedersi anche su questa sponda dell'Atlantico, dove a perdere una sponda sono gli aspiranti epigoni del trumpismo. Eppure, non sarà un voto, per quanto cruciale, a cancellare l'impronta degli ultimi quattro anni. Non sarà la rimozione di qualche post su Twitter a soffocare l'urlo populista. Non sarà la rimozione collettiva a cancellare il malessere cui dà fiato.

 

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