Crisi di Governo. Il matrimonio promesso e la realpolitik

Giuseppe Conte

Bastava giovedì sera osservare il volto, e ascoltare le parole, di Sergio Mattarella per rendersi conto che la pazza crisi d'agosto è ancora lontana dalla soluzione. Che nonostante il fermo invito del Presidente a fare presto, mentre incombono la crescita zero e una manovra da 40 miliardi, ci vorrà ancora tempo per verificare se l'abbraccio tra dem e 5Stelle, impensabile solo pochi mesi fa, si possa davvero trasformare in un governo di svolta, solido e di lunga durata al quale i promessi sposi dicono di anelare. Ragion per cui il vostro cronista rinvia ancora la sua scommessa. Troppe incognite.In verità le cronache ci informano che il primo round tra le delegazioni di Zingaretti e Di Maio, entrambi prudentemente assenti, non sarebbe andato male, che gli ostacoli non sono insormontabili, che un accordo si può trovare, e via seminando ottimismo.

Già circolano nomi di premier e ministri in pectore. Del resto ci sono almeno tre precondizioni che spingono i due carissimi nemici a sorridersi. Sotto sotto tanti, sull'uno e l'altro fronte, farebbero volentieri a meno di un voto in autunno, con probabile vittoria delle destre. I 5Stelle temono che le urne certifichino il loro declino. Entrambi pensano poi che tenere Salvini fuori dei giochi per un paio d'anni ne ridimensionerebbe le velleità di condottiero con «pieni poteri». Ci sarebbe poi un patto non secondario: fare fronte comune quando si tratterà di eleggere il successore di Mattarella e togliere la golden share alla destra.Il resto sarebbero tecnicalità da lasciare all'intendenza, anche se nell'elenco figurano il taglio dei parlamentari, le grandi opere, la riforma della giustizia, la gestione dei migranti, la riduzione delle tasse, il decreto sicurezza, la politica estera, vale a dire la Libia, la Russia di Putin, gli Usa di Trump, la Cina di Xi... Un lungo dossier su cui Di Maio & C., per oltre un anno, si sono schierati con il rinnegato Salvini. Sempre che non vinca la realpolitik.

Allora però, vale la pena ricordare che a trattare sono non due partiti, ma quattro. Il Pd è diviso tra chi spinge per un accordo a tutti i costi (Renzi) e chi preferirebbe andare a votare (Zingaretti) anche per ridimensionare l'ex leader che tuttora controlla i gruppi parlamentari e li fa pesare; tra chi vuole ridurre i parlamentari e chi no; tra chi auspica un dialogo con i 5S e chi li vede come il diavolo. Anche di 5Stelle ce n'è due, come dimostra il guru Beppe Grillo passato in un fiato dal vaffa al corteggiamento degli ex pidioti.

La verità è che né il Pd né il movimento fattosi governo hanno mai avviato quell'operazione verità sollecitata di recente anche da Romano Prodi. Non fanno chiarezza i 5S passati senza spiegazioni da un governo sovranista alla voglia di un'alleanza di sinistra; né il Pd, che problemi di convivenza tra anime diverse se li trascina dalla fondazione. Certo, la realpolitik può spingere a fare ancora finta di niente, ma con il rischio che tali contraddizioni minino alla nascita l'alleanza che si vorrebbe. Poi, in questa stagione in cui ogni logica è saltata, tutto può succedere. Però per scommettere il vostro cronista aspetta ancora.

 

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