Giustizia, i magistrati "sedotti" sono di toga e di governo

Politici che odiano giudici. Dal loro punto di vista ne hanno ben donde da Mani pulite in poi. Ma quest’odio si stempera quando è alle viste una campagna acquisti per reclutare candidati a un seggio di parlamentare. E magari a una poltrona di ministro. Le sirene dei partiti si danno a sedurre le toghe con il loro canto languido. E in molti casi, sempre di più, le toghe diventano girevoli, come le porte. Tanti magistrati escono da un’Aula per entrare in una Camera. Al diavolo Montesquieu che predicava la rigida, inequivocabile, inconfondibile separazione dei poteri. Nulla di illecito in questo migrare, non su un barcone, ma in carrozza.

Caso mai domande. Che bisogno avverte un procuratore o un giudice di rinnegare la propria funzione: la più alta? Pensa d’arruolarsi in un esercito più forte? Evidentemente no: gli ultimi trent’anni di storia repubblicana dimostrano che non esiste casta inespugnabile come la magistratura. Ritiene che il trasloco consenta un migliore servizio del bene comune? Guardate com’è ridotta la politica: irrilevante, inconcludente, spernacchiata e precaria. Un leader non dura più di tre anni, poi cominciano a cuocerlo a fuoco lento fino a ridurlo a bistecca.

E allora che cosa provoca la spinta fatale di tanti giudici verso un laticlavio considerato più prestigioso di quello ottenuto vincendo un severo concorso? Probabilmente la consapevolezza della fama acquisita. Non ci sono apparizioni televisive che garantiscano visibilità come un’inchiesta giudiziaria spettacolare e spettacolarizzata. Uno diventa personaggio senza accorgersene oppure accorgendosene. Vai a indovinare. In ogni caso capisce al volo che tentare un’altra carriera, senza pregiudicare la propria, è facile facile. Una politica in crisi di reputazione (quasi 50 cittadini su 100 non votano più) ha convenienza a corteggiare volti noti di un potere uguale e contrario.

Da Di Pietro in poi il salto della quaglia è prassi accettata. Magistrati di toga e di governo. Il presidente del Senato era un procuratore di lungo corso. Anna Finocchiaro, ministro dei Rapporti col Parlamento, è giudice fuori ruolo da 28 anni. Lasciare i tribunali porta fortuna: Scalfaro divenne capo dello Stato.

C’erano professioni che nell’immaginario collettivo avevano un alone di solennità, forse di sacralità. Chi le esercitava era come investito da una sorta di mandato, quasi da una missione – questo pensava la gente – e l’esercizio non prevedeva sospensioni, ripensamenti, mutamenti di fronte. Era un esercizio per sempre.

Di questa regola, simile a quella monastica, erano depositari laici proprio i magistrati: una volta varcata la soglia di una camera di consiglio ne sortivano solo per andare in pensione, fatti salvi i cambiamenti di sede dovuti allo svolgersi naturale della carriera. Non è più così. Siamo certi che l’opinione pubblica un magistrato se lo immagini così: pacato, autorevole, fedele nei secoli per immutabile senso di appartenenza, né cortigiano né eremita, consapevole del suo ruolo esclusivo: decidere se un proprio simile ha ragione o torto (cause civili), è colpevole o innocente (processi penali). «Chi sono io per giudicare?», dice spesso papa Francesco. E c’è chi giudica per mestiere. Fatto affascinante e terribile allo stesso tempo.

Qualcosa non torna, dunque, in questa transumanza.

Non è bello vedere che sacerdoti dell’imparzialità si pieghino a liturgie estranee al privilegio di stare al di sopra e al di fuori delle parti. Ma ci rendiamo conto che nell’epoca del relativismo, ribadire questo concetto risulta inutile e stucchevole. Comprendere perché adepti di una congregazione potente s’infilino nelle schiere di un apparato debole, è materia che lasciamo a filosofi e psicologi. O semplicemente a strateghi delle carriere. Ma che cosa si perde, in Italia, a causa di queste trasmigrazioni aggravate e continuate è risposta pronta: si perde la certezza che i processi celebrati in Italia siano processi e basta.

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