No al referendum, ipotesi per Palazzo Chigi: Franceschini fino al voto

Dario Franceschini

Ma il segretario del Pd preme per andare a nuove elezioni il prima possibile Nel partito si apre un percorso congressuale per arrivare alle primarie

ROMA. Dimissione congelate fino a domani. Sergio Mattarella ha convinto Matteo Renzi a rinviare la formalizzazione delle sue dimissioni da Palazzo Chigi fino all’approvazione della legge di Bilancio. Dunque domani, se tutto andrà liscio, il premier lascerà la poltrona come annunciato in diretta tv domenica notte. A stretto giro di posta cominceranno le consultazioni al Quirinale. Le opposizioni chiedono di tornare al voto il prima possibile. E in questa direzione spinge anche una parte dei renziani della prima ora, convinto di poter capitalizzare quel 40,9% che ha votato Sì. E anche lo stesso Renzi. Ma il Colle come da prassi dovrà verificare se in Parlamento ci sono i numeri per un altro governo politico, capace, una volta messi in sicurezza i conti dello Stato, di fare la riforma elettorale. Un governo che, stanti i numeri, non potrebbe nascere che con il sostegno del Pd. Ed è qui che iniziano i problemi.

Matteo Renzi infatti ha annunciato le dimissioni da palazzo Chigi. Non ha però ovviamente nessuna intenzione di lasciare la politica. E avrebbe cambiato idea sull’ipotesi circolata con insistenza, di dimettersi anche da segretario del Pd. Dunque il pallino sarà ancora nelle sue mani. Toccherà a Renzi, insomma, decidere se e come fare nascere in Parlamento un nuovo esecutivo. Come segretario del Pd quando salirà a Colle anche l’ormai ex premier chiederà al capo dello Stato di andare al voto il prima possibile, entro giugno al massimo. Ovviamente il Colle non sarebbe d’accordo. In un anno che potrebbe essere decisivo per l’Europa, il Quirinale è convinto che la stabilità politica possa aiutare la ripresa economica ancora flebile dell’Italia. Ed è consapevole della necessità di riscrivere una legge elettorale il più possibile condivisa in Parlamento. Ma tra i renziani è molto forte la paura dell’effetto palude, ovvero il rischio del logoramento della leadership di Renzi che potrebbe arrivare da un sostegno a un governo non guidato dal segretario dem.

Un po’ una ripetizione di quanto accaduto a Pier Luigi Bersani. convinto da Giorgio Napolitano a rinviare il voto e poi uscito dalla competizione con la «non vittoria». E sono proprio i renziani della prima ora a porre con chiarezza la questione delle elezioni anticipate. «Il Pd può aver paura di molte cose ma non delle elezioni. Andremo dal presidente Mattarella a dare il nostro sostegno ad ogni soluzione che sceglierà ma tenendo ben presente che bisogna andare a elezioni il prima possibile. È evidente che non si può fare un quarto governo non eletto: ridiamo la parola agli elettori ma con una legge elettorale che dia la possibilità a chi vince, chiunque sia, di avere la necessaria solidità delle istituzioni», spiega Matteo Richetti a Otto e mezzo.

Dunque sì a un nuovo governo a patto che sia chiaro l’orizzonte ristretto, un sostegno a tempo per un esecutivo che porti il Paese di nuovo al voto. Un governo tecnico, ma politico, guidato da un esponente dem del quale Renzi si fidi o il più distante possibile da lui. Per esempio il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, o Graziano Delrio. Meglio ancora se fosse Pietro Grasso, il presidente del Senato. È la seconda carica dello Stato. Se fosse lui a guidare l’esecutivo verso il voto, il Pd potrebbe prendere le distanze dal governo. Non finendo impantanato. In queste ore però sono molte le ipotesi ancora in campo. Pier Carlo Padoan per esempio potrebbe essere la figura del traghettatore. È molto stimato in Europa e risulta in testa alla classifica di popolarità dei ministri del governo. Ma come segretario del Pd Renzi dovrà fare alleanze decisive anche in vita di quello che i renziani definiscono «percorso congressuale». L’obiettivo sarebbe quello di arrivare a nuove primarie per essere consacrato candidato premier prima del voto. Dunque sarà necessario trovare forti alleanze interne. Per esempio con Dario Franceschini, il ministro della Cultura che conta in Parlamento su molti fedelissimi. E se fosse lui il prossimo premier?

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