No al referendum, da Bruxelles a Berlino colpo già metabolizzato

Angela Merkel

Esito non inaspettato, cancellerie al lavoro per evitare la spallata populista L’auspicio è la formazione di un governo che prosegua l’opera riformatrice

Quando tutti i sondaggi davano la vittoria del No, ci sono voluti pazienza e un laborioso lavoro diplomatico per convincere cancellerie e mercati che sul fronte della bocciatura del referendum costituzionale non c’erano solo forze ostili a Bruxelles ma anche convinti europeisti come Massimo D’Alema e l’ala sinistra del Pd o europeisti seppur tiepidi come Silvio Berlusconi e Forza Italia.

Dunque il risultato non è arrivato inaspettato, se non nelle proporzioni, e c’era stato il tempo di metabolizzarlo a priori. Grazie anche a una road map discussa con Roma che potesse esorcizzare gli incubi di una nuova spallata populista in arrivo da uno dei Paesi fondatori dell’Europa.

Le garanzie fornite dalla presenza sul Colle di un inquilino serio e rispettato come Sergio Mattarella; la prospettiva della formazione in tempi rapidi di un governo che continui l’opera riformatrice di Renzi magari guidato da quel Pier Carlo Padoan in grado di rassicurare soprattutto i mercati; la constatazione, ovvia ma spesso dimenticata nell’umoralità pre-urne, che si trattava di un voto sui meccanismi istituzionali e non sull’Europa e non preludeva a un cambio di maggioranza parlamentare; tutto questo insieme ha raffreddato la temperatura emotiva e preparato il terreno alle dichiarazioni del lunedì che, se esprimono rammarico (con la Merkel “dispiaciuta” per le dimissioni di Matteo Renzi), tendono tuttavia a mitigare gli effetti e a derubricare l’esito come “un problema interno” o quasi.

Eccesso di galanteria, se si vuole. Anche il calcolo per cui a nessuno conviene esasperare i toni per non portare acqua ai partiti populisti. Tanto più perché l’Austria col successo del verde Van der Bellen contro il nazionalista Hofer, era arrivata poche ore prima se non a pareggiare almeno ad addolcire quello che dal punto di vista internazionale è comunque un rovescio italiano. Ha fatto scuola insomma il Barack Obama della famosa frase “domani comunque sorgerà il sole” pronunciata in circostanze assai più impervie, a ridosso dell’elezione di Donald Trump: lì sì un cambio di passo irreversibile, una cesura netta col passato.

Hollande è fuori gioco e la Francia già in campagna elettorale. Ma sono stati due francesi come il ministro delle Finanze Michel Sapin e il commissario europeo sempre alle Finanze, Pierre Moscovici, a evitare psicodrammi con dichiarazioni di fiducia nel Paese e in Padoan. Il loro collega tedesco Schaeuble si è augurato che prosegua il cammino “sulla strada delle riforme” aggiungendo che la situazione è «sotto controllo ma chi è responsabile sa che questa non è un momento facile». Jeroen Dijsselbloem, olandese e capo dell’Eurogruppo, ha notato che «il voto non cambia concretamente la situazione economica italiana o quella delle sue banche. E non significa che le forze anti-europee vinceranno le prossime consultazioni in Francia e neppure in Olanda». Pur se ha concluso: «Ora è un momento difficile ma nel prossimo futuro servono correttivi al patto di Stabilità».

Un’apertura di credito e una concessione di tempo da parte di chi detiene le leve del. potere. Cui fanno da contraltare coloro che al potere non ci sono o almeno non ancora (l’inglese Nigel Farage, la francese Marine le Pen) e che vorrebbero tanto immaginare la scelta degli italiani come la palla di neve capace di scatenare la valanga anti-establishment.

Perché, come è sempre più evidente, il dualismo oggi non è più destra-sinistra ma partiti di sistema contro partiti anti-sistema. E qui si torna allora all’anomalia del referendum italiano dove il No raggruppava sistema e antisistema in un abbraccio da cui si devono giocoforza subito divincolare per seguire ciascuno la propria natura.

Proprio su questa frammentazione contano anche le Borse. Per le quali è stata una placida giornata senza scosse. Cambi in equilibrio, spread sotto controllo. Tanto da far insorgere il sospetto che, assorbite ben altre turbolenze, vedi Brexit e Trump, ci vuol altro che un voto su come si forma il Senato italiano per sconvolgere i meccanismi del business.

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