Il Pd dopo il no al referendum: «L’astio ci distrugge. Serve responsabilità per guidare il Paese»

Davide Zoggia

Parla Davide Zoggia della minoranza Dem: stop ai rancori «Ora dobbiamo tornare in sintonia con il nostro mondo»

ROMA. «Basta rancori reciproci, ora non serve la conta ma responsabilità di governo». La sinistra bersaniana che ha votato No, non passa all’incasso ma chiede correzioni sulla rotta politica. A Davide Zoggia, uno dei collaboratori più stretti dell’ex segretario, chiediamo, come sta la “Ditta” dopo il trauma?

«È stato certamente un colpo. Renzi ha personalizzato troppo fin dall’inizio e non è riuscito ad abbandonare questa impostazione. Anzi, nelle ultime settimane con un uso smodato dei mezzi di comunicazione, ha indispettito una parte dell’elettorato. Ora il partito ha la necessità di riprendersi immediatamente perché ha la responsabilità di governare il Paese».

In direzione vi dirà che la sconfitta è anche colpa vostra.

«La partecipazione popolare, che nessuno immaginava, e l’esito dimostrano che la sinistra aveva colto un malessere che serpeggiava nel paese e riguardava in buona misura anche il nostro elettorato. Si trattava di segnali arrivati da tempo. Quando si dà la matita in mano all’elettore, per di più politicizzando il voto, è chiaro che esprime un’opinione che va oltre la consultazione».

Renzi si dimette ma i destini del governo si potranno separare dai solchi scavati nel partito?

«Rispettiamo questa scelta anche se non l’abbiamo mai chiesta. Ora serve la responsabilità di tutto il Pd nel seguire le indicazioni del presidente Mattarella. Ma non si può dire, come ho sentito da qualcuno della maggioranza, “siccome ha vinto il No ci pensino Salvini, Grillo e Berlusconi a risolvere i problemi del paese”. Con più di 400 parlamentari siamo perno delle scelte del governo e sia per la legge di Bilancio che per quella elettorale, il Pd è fondamentale e non si può sottrarre a queste responsabilità».

Per il futuro circolano i nomi di Padoan, Grasso, Gentiloni…

«Io nomi non ne faccio. Ma non troverei nulla di scandaloso se fosse uno di questi o una figura anche più politica perché il governo dovrà affrontare delle scelte significative».

Torniamo al Pd, domani in direzione il primo banco di prova. Le tensioni del referendum si riverseranno sul congresso?

«Penso che il Pd, e non da ora, abbia bisogno di ritornare in sintonia con il suo mondo. Di come ricostruire un legame con il territorio. Oltre alla responsabilità di governo, la prima domanda che deve porsi è questa. Ma se la risposta è congresso subito, affidando la riflessione di questo voto a un isterica conta, si fa un errore. Fare un congresso solo per stabilire gli equilibri, significa ridurre ancora di più gli spazi dentro al partito e quel congresso rischiamo di tenerlo in un cinema di medie dimensioni».

Sarà inevitabile che Renzi sposti la partita e cerchi una rivincita.

«Parlare di rivincite in questo momento sarebbe sbagliato e significa non cogliere i segnali chiari e forti che ti sta mandando il paese. Una reazione figlia del rancore, di cui siamo stati accusati anche noi, ma che ora siamo disponibili a mettere da parte».

Se invece si va alla conta, dovrete decidere chi di voi sfiderà Renzi. Altrimenti si ripropone la scissione?

«Noi dobbiamo stare dentro il Pd ma se la conta arriva fino al punto di dire “dentro o fuori”, il problema non è se noi ce ne andiamo ma come tutto questo viene percepito. Se di fronte a un cataclisma tale, il Pd decide di chiudersi in se stesso, la lettura degli italiani sarebbe estremamente negativa e allora a quel punto…»

Arriva Grillo?

«Arriva qualcuno che sa interpretare molto meglio di noi quel malessere e trasformarlo in consenso. Il Pd vuole autoalimentarsi o rappresentare la società italiana?

Per quello non c’era il partito della nazione?

«Senza dare troppi significati politici ma il referendum ha dato una risposta chiara e netta. Se vogliono farlo comunque si accomodino».

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