Referendum, ha vinto il No. Renzi: "Ho perso, lascio la poltrona". Ecco cosa succede ora

Sconfitto il tentativo di riformare la Costituzione: 59,1% degli italiani contrario. Il Senato voterà ancora la fiducia al Governo e resterà elettivo. Resta il bicameralismo paritario e le "competenze concorrenti" tra Stato e Regioni

ROMA. Ha vinto il No. E con una percentuale schiacciante. Ancora prima dei risultati definitivi il premier Matteo Renzi si è dimesso. Undici rapidi minuti di discorso in cui si è assunto le responsabilità della sconfitta annunciando che oggi, 5 dicembre, salirà al Colle per rassegnare il mandato nelle mani del presidente della Repubblica Mattarella.

"Io non sono incollato alla poltrona, l'esperienza del mio governo finisce qui" ha detto Renzi che commosso ha ringraziato la moglie Agnese e i figli "per la fatica di questi mille giorni". Mille giorni che per il premier "sono volati, per me è il momento di rimettermi in cammino".

Referendum, Renzi: "Volevo tagliare le poltrone ma a saltare è la mia. Mi dimetto"

La revisione costituzionale Boschi-Renzi non ha passato all’esame del voto popolare e con una percentuale che si attesta al 59,1%. Altissimo il numero di votanti al Nord, dove spicca il Veneto con oltre il 76% dell'affluenza, mentre fanalino di coda è la Calabria con poco più del 54% dell'affluenza. La revisione avrebbe cambiato gran parte degli articoli della Carta del 1947: 47 su 139, oltre il 35% del testo. Resta il bicameralismo perfetto, principale bersaglio della riforma, Il Senato potrà votare la fiducia alla Camera e sarà eletto direttamente dai cittadini. Non passa neanche la riforma del Titolo V°, che avrebbe previsto l’accentramento di alcuni poteri dalle regioni allo Stato.

Il Senato. I senatori restano 315, eletti a suffragio universale. Più i loro colleghi a vita: ex capi dello Stato o nominati dal Presidente della Repubblica per altissimi meriti. I membri della Camera alta percepiscono un’indennità e rimangono in carica 5 anni. Il Senato esercita la funzione legislativa insieme alla Camera e vota la fiducia al governo.

Il processo di formazione delle leggi. I disegni di legge continuano a transitare per entrambe le camere, secondo il modello del bicameralismo perfetto. Resta anche la cosiddetta "navetta": se un provvedimento viene modificato in uno dei due rami del Parlamento, prima di essere approvato deve tornare all’altro (ma secondo il sito OpenPolis avviene solo per un quinto dei disegni di legge).

I referendum. La riforma avrebbe riguardato anche gli istituti di democrazia diretta: i referendum abrogativi e le leggi d’iniziativa popolare. Per quanto riguarda i primi, sarà necessario raccogliere 500mila firme per proporli e per raggiungere il quorum bisognerà che voti la maggioranza degli aventi diritto. Per le seconde, invece, saranno sufficienti 50mila firme per passarle all'esame delle camere ma i tempi di approvazione non sono garantiti.

Elezione del Presidente della Repubblica.  Il capo dello Stato sarà eletto dal Parlamento in seduta comune (630 deputati e 315 senatori) e dai 58 rappresentanti regionali. Si procede a scrutinio segreto: per i primi tre servono i due terzi dell’assemblea, dal quarto è sufficiente la maggioranza assoluta. Non è stato abolito il Consiglio nazione dell’economia e del lavoro (Cnel), organismo che fornisce pareri su norme economiche e sociali e può proporre leggi su queste materie.

Rapporto Stato-regioni. Restano le cosiddette “competenze concorrenti”: istruzione; sanità; produzione, distribuzione e trasporto dell’energia; politiche sociali e attive del lavoro; ordinamento delle professioni; grandi infrastrutture di trasporto come porti e aeroporti civili. Qui la “potestà legislativa”, è scritto nella Carta, spetta alle regioni, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali.